La fabbrica dei preti

di:
giuliana musso

Giuliana Musso ne La fabbrica dei preti

Qualche sera fa sono andata a teatro, a vedere uno spettacolo di e con Giuliana Musso intitolato La fabbrica dei preti. Sfogliando il dépliant che presentava gli appuntamenti in cartellone per queste sere estive, la mia attenzione era stata subito catturata da quel titolo intrigante, in ironico equilibrio tra genitivo soggettivo (… i preti possiedono delle fabbriche? E che cosa mai fabbricheranno dei preti in una fabbrica?) e genitivo oggettivo (… i preti escono da una fabbrica come oggetti di produzione seriale?).

Letta la breve descrizione e chiarito che di genitivo oggettivo trattavasi, ossia che lo spettacolo avrebbe parlato di un luogo – la «fabbrica», cioè il seminario – deputato a «produrre», a «sfornare» preti, ho chiesto ai miei figlioli se qualcuno di loro avrebbe avuto piacere a vedere lo spettacolo insieme a me.

Sono ragazzi curiosi di tutto ciò che ha a che fare con l’espressione artistica, si interessano di libri e di teatro, hanno una buona sensibilità religiosa. Ho parlato loro di Giuliana Musso, della sua intelligenza, dell’acume del suo sguardo, delle sue indagini mai banali, del suo teatro di denuncia che sempre invita a pensare.

Mi ascoltavano, i figli, ostentando una certa, garbata, attenzione, ma l’invito è stato glissato con elegante indifferenza. Uno spettacolo dedicato ai seminari fatica a rientrare, evidentemente, nella sfera d’interesse delle giovani generazioni.

Diramato l’invito fra qualche cara persona di mezza età che avrebbe potuto provare, se non altro, un moto di sincera curiosità verso un argomento così decisamente extra-vagante per un palcoscenico, sono andata a teatro in bella compagnia.

A partire dal libro di don Antonio Bellina

Giuliana Musso ha preso le mosse, per il suo lavoro, da un’opera singolare, La fabriche dai predis di don Antonio Bellina. Non conoscevo don Bellina e la visione dello spettacolo è stata un’occasione preziosa per mettermi sulle tracce di quest’uomo straordinario e scoprire la ricchezza e la forza del suo vivere e del suo pensare.

Nato nel piccolo, bellissimo borgo di Venzone, in Friuli, nel 1941, e morto nell’aprile del 2007 per una crisi respiratoria proprio davanti alla sua chiesa di Basagliapenta, pre Toni ha vissuto la sua vita di sacerdote nel segno di una non comune libertà interiore, testimoniata attraverso la predicazione e la scrittura: quarantasette libri, articoli sul mensile friulano indipendente La Patrie dal Friûl, la traduzione della Bibbia in lingua friulana – formidabile contributo al riconoscimento ufficiale della lingua.[1]

Pubblicato nel 1999, La fabriche dai predis (La fabbrica dei preti) fu in breve tempo ritirato dal commercio per volontà della curia vescovile e del Vaticano, che ravvisava, in questo impietoso diario degli anni di formazione seminaristica, una testimonianza scomoda, inopportuna e, per tanto, da censurare.[2]

Don Bellina ripercorreva, attraverso le quattrocento pagine del libro, gli anni della sua infanzia poverissima in un poverissimo Friuli martoriato dalla guerra, il desiderio di farsi prete avvertito fin da bambino, lo sconforto della madre al pensiero della povertà della loro famiglia e del costo che un figlio in seminario avrebbe comportato, l’ostilità furente del padre, il sotterfugio per carpirgli la firma con cui si sarebbe impegnato a versare all’amministrazione del Seminario la somma dovuta per la retta annuale. E poi, soprattutto, i dodici lunghi anni di formazione nella «fabbrica dei preti».

Ecco il «Regolamento»

In diversi passaggi del libro pre Toni riprende in modo puntuale il Regolamento per gli alunni dei seminari dell’Arcidiocesi di Udine, del 1952 – parole che ci vengono incontro con la sonorità autocompiaciuta di una forma linguistica «curiale», che risuona alle nostre orecchie come grottesca e, al contempo, spietata. Al primo capitolo, relativo alle regole generali, il Regolamento recitava così:

1. Per grazia singolare della Divina Provvidenza raccolti in seminario, i Chierici devono ben comprendere il fine nobilissimo per il quale i Seminari furono istituiti e dirigere tutti i loro sforzi per conseguirlo.

2. Il fine principale dei Seminari è di formare buoni e valenti operai per la cura delle anime da Gesù Cristo redente col Suo Sangue Preziosissimo. Il Sommo Pontefice Leone XIII di s.(anta) m.(memoria), nella lettera ai Vescovi d’Italia dell’8 settembre 1902 dice «Non si perda giammai di vista che essi (i Seminari) sono esclusivamente destinati a preparare giovani non ad uffici umani per quanto legittimi ed onorevoli, ma all’alta missione di Ministri di Cristo e dispensatori dei Misteri di Dio».

3. I giovani, per la loro età facili come a piegarsi al soffio delle passioni, così a drizzarsi generosamente al bene, nel lungo tirocinio della vita seminaristica, devono addestrarsi all’esercizio delle virtù anche colla guida santissima di sagge norme disciplinari. Così potranno facilmente conseguire l’alta perfezione richiesta a coloro che devono essere luce del mondo e sale della terra.

4. Giunti al momento di decidere della vocazione, insistano nella preghiera, facciano a tale scopo qualche mortificazione e ricorrano al consiglio di persone sagge e soprattutto del loro Direttore Spirituale, riflettendo che, se grandi frutti arreca la virtù di un buon sacerdote, grandi rovine accumula la condotta, non diremo già di un ecclesiastico cattivo, ma semplicemente di un sacerdote spiritualmente ed intellettualmente inferiore al posto elevatissimo che occupa. Non cerchino di forzare la mano dell’Arcivescovo, se questi, tutto vagliato nelle debite forme, non volesse ritenerli in Seminario e ammetterli agli ordini.

Il grassetto è mio, naturalmente. Le parole evidenziate individuano nella trama del testo una precisa volontà: trasmettere ai futuri preti l’idea di essere parte di un gruppo scelto e privilegiato, destinato a compiti non tanto e non soltanto diversi da quelli dei fedeli «normali» ma, soprattutto, superiori in termini di perfezione morale, spirituale e intellettuale. Compiti così elevati da risultare non umani.

 Il modello tridentino

È in questa prospettiva che si comprendono le pratiche educative messe in atto in modo capillare e costante, con la finalità di dissociare nei giovani seminaristi la sfera affettiva dalla sfera spirituale e devozionale, come se entrare in seminario significasse abdicare alla propria umanità per edificare la propria esistenza nella sfera sublime e intangibile dell’extra-umano. L’umanità veniva estirpata esattamente come fa il dentista che, per prima cosa, uccide il nervo – scrive don Bellina.

Don Bellina dedica alcune interessanti riflessioni al seminario come istituzione.

I seminari nacquero dopo il concilio di Trento con una precisa funzione antiluterana: se Lutero aveva sostenuto la dottrina del sacerdozio universale e, con riferimento alla prima lettera di Pietro («Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa»), aveva affermato che tutti i credenti erano sacerdoti per grazia del battesimo, il concilio di Trento si era prefisso di sostenere e rinforzare la tesi contraria, marcando in modo sempre più deciso la differenza e la distanza tra il sacerdote e gli altri.

Se Lutero, monaco agostiniano, si era ribellato all’autorità pontificia romana e, per di più, si era anche sposato (con una suora), il prete tridentino doveva essere l’esatto contrario del frate tedesco scomunicato: doveva essere un modello perfetto di perfetta obbedienza e di perfetta castità.

Il modello tridentino poteva aver avuto un suo significato negli anni della Controriforma; ma un difetto fondamentale – rilevava don Bellina – appariva incistato nel suo impianto «monastico, individualista, repressivo, sospettoso e negativo»: la volontà di rimanere ostinatamente e in maniera acritica fedele al modello cinquecentesco, senza sentire l’esigenza di un’apertura critica e intelligente nei confronti dei cambiamenti radicali conosciuti dal mondo negli ultimi quattrocento anni.

Pensare che il seminario nella forma voluta dal concilio di Trento sia l’unica strada possibile per formare dei preti è – scriveva pre Toni più di vent’anni fa – come pensare che il miglior medico, oggi, sia quello che più si conforma ai metodi di Galeno.

D’altro canto – proseguiva – l’istituzione ecclesiastica si fonda sul principio di autorità, tipico di tutti i sistemi dittatoriali, per cui nessuno che si trovi all’interno del sistema si mette nella prospettiva di interrogarsi – e accertare – se il sistema è buono o no, se è passibile di modifiche o immodificabile: «Si va in seminario per imparare le regole del sistema, senza mettere in discussione il sistema stesso, che rimane una sorta di postulato, un fatto di fede».

Un ritratto tragicomico

Giuliana Musso, vicentina di nascita e udinese d’adozione, recupera la dimensione testimoniale de La fabriche dai predis, dando forma a uno spettacolo che si muove su tre diverse direttrici: una narrativa, con la ripresa di alcuni passaggi del libro e il racconto della vita quotidiana – il «terribile quotidiano» – dei seminaristi; una audio-visiva, con la proiezione di immagini fotografiche tratte da album d’epoca, accompagnate da canzoni originali; e una propriamente teatrale, con la proposta di tre monologhi dedicati a tre emblematici personaggi: un prete sposato, un prete anticlericale, e un prete operaio e poeta.[3]

Ne esce il ritratto tragico e ironico di un mondo dalla struttura chiusa, rigida, gerarchica, che «non ti ama per quello che sei, ma per quello che rinunci ad essere»; un mondo ossessionato dal corpo, dal sesso e dalla “regola del tridente”: non toccare, non toccarsi, non farsi toccare. Il seminario come una scuola militare, basata sull’inflessibile consegna del credere obbedire combattere: ma mentre il seminario era (è?) finalizzato a forgiare degli eunuchi asessuati, per i militari lo scopo era (è?) l’opposto – formare dei “veri” uomini, dei machi. Anche se poi i due modelli – commenta ironicamente Giuliana Musso nel secondo monologo –, per quanto in apparenza opposti, in realtà si trovano a coincidere, e sono la stessa cosa. Come piccola nota a margine, il ricordo del bromuro nel caffelatte mattutino – il bromuro che, annotava pre Beline, a Udine arrivava a camionate in seminario, nelle caserme e nelle prigioni.

Esiste ancora quel mondo descritto da pre Toni Beline e portato sulla scena da Giuliana Musso?

Don Bellina aveva frequentato il seminario negli anni in cui iniziava a soffiare il vento del Concilio Vaticano II, quando tanti giovani seminaristi, che per anni avevano vissuto in una prigione mistica e volontaria indossando la talare piena di bottoni, si erano poi d’un tratto ritrovati gettati nel mondo in clergyman. Forse quel mondo oggi non esiste più.

Lo dicono i tanti mastodontici edifici, un tempo occupati da centinaia di seminaristi, che oggi gravano come inutili zavorre e come pesi morti sui bilanci delle curie vescovili e degli istituti religiosi.

Lo dice la diffusa indifferenza dei giovani non tanto verso una scelta di vita di fede o di radicale donazione di sé, ma verso un’impostazione educativa e formativa che trasforma il Vangelo in uno strumento di separatezza e di esclusione.

Il vescovo Zenti e don Campedelli

Forse quel mondo oggi non esiste più. Ma certo esistono ancora le gerarchie che in quel sistema si sono formate.

Sono andata a vedere La fabbrica dei preti ai primi di luglio, quando la diocesi di Verona si confrontava con le parole e le decisioni del vescovo uscente Giuseppe Zenti in merito a don Marco Campedelli.

Don Campedelli, insegnante di religione presso un liceo cittadino, non si è visto confermare l’incarico per il prossimo anno scolastico a causa della lettera aperta da lui scritta in risposta alle indicazioni di voto che Zenti aveva fatto pervenire ai sacerdoti della diocesi prima del ballottaggio per l’elezione del sindaco della città.

Nell’intervista rilasciata alle emittenti locali il giorno in cui ufficialmente comunicava la nomina del suo successore, Zenti appare visibilmente e sinceramente turbato e addolorato per il fatto che don Campedelli non sia «in comunione» con lui.

Il sincero dolore di Zenti si radica nel paradigma educativo e formativo raccontato con tanta verità di vita da don Bellina: i superiori sono la voce di Dio, il superiore ha sempre ragione, bisogna vedere con i suoi occhi, ascoltare con le sue orecchie, parlare con la sua bocca, ragionare con la sua testa. È in questo modo che si è in comunione con lui. Anzi, siccome «l’assistente è la voce del prefetto; il prefetto è la voce del vicerettore; il vicerettore è la voce del rettore; il rettore è la voce del vescovo; il vescovo è la voce del papa e il papa è la voce di Dio», è solo obbedendo al superiore che si è sicuri di obbedire a Dio.

«Entriamo assieme nella grande fabbrica silenziosa. Prima, però togliamo il cappello e fermiamoci un attimo a pregare per tanta manovalanza sacrificata e rovinata in tutti questi anni e secoli. 

E, facendo uno sforzo, spendiamo un requie anche per le maestranze. Forse anche loro vittime di un sistema che uccideva l’uomo illudendosi di onorare quel Dio che l’aveva creato a sua immagine e somiglianza».


[1] https://www.dizionariobiograficodeifriulani.it/bellina-pietrantonio-antonio/

https://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2007/05/16/news/antonio-bellina-il-sacerdote-schivoche-testimoniava-liberta-e-responsabilita-1.25489

https://www.lapatriedalfriul.org/wp-content/uploads/maggio.pdf

[2] https://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2009/03/08/NZ_25_APRE.html

[3] https://www.youtube.com/watch?v=dLMH94swwvw

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7 Commenti

  1. Giovanni Giavini 16 agosto 2022
  2. Erminio Lora 16 agosto 2022
  3. Adelmo Li Cauzi 12 agosto 2022
  4. Fabio Cittadini 11 agosto 2022
  5. Marco Ansalone 10 agosto 2022
    • Anima errante 11 agosto 2022
      • Marco Ansalone 12 agosto 2022

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