Le virtù del ministero 3/: buon umore

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Il tema dell’affabilità e del buonumore e delle buone maniere sembra essere al centro di un crescente interesse, che investe trasversalmente diverse discipline come la sociologia, la filosofia politica, la psicopedagogia e persino la teologia.

È una dimensione fondamentale dell’esistenza umana che, tra l’altro, ci sembra messa a rischio in particolare nella nostra società occidentale, in cui i conflitti e le tensioni quotidiane corrono sempre il rischio di radicalizzarsi ed esasperarsi, perdendo di vista la moderazione offerta dall’umorismo o, si potrebbe dire con un termine quasi equivalente, dall’ironia.

Da un punto di vista teologico-pastorale, si può notare che, riferendosi alle qualità umane dei presbiteri, il Concilio Vaticano II raccomanda «quelle virtù che giustamente sono molto apprezzate nella società umana»[1].

Una virtù da recuperare

Nel quarto libro dell’Etica a Nicomaco Aristotele analizza tre virtù che governano lo scambio di parole, cose, azioni tra coloro che vivono insieme.

La prima virtù, che agisce nei colloqui, nella convivenza e nello scambio di parole e di cose, è una virtù senza nome che assomiglia all’amicizia perché insegna a trattare tutti coloro con cui si hanno dei rapporti sociali come se fossero amici cercando di procurare loro piacere e non causare dolore anche se verso costoro non si prova nessun particolare affetto; si oppongono a questa virtù, che consiste dunque nell’essere piacevoli con gli altri, scegliendo di volta in volta a seconda degli interlocutori i modi opportuni, due vizi che consistono nell’essere o sempre e troppo compiacenti o sempre e troppo fastidiosi e litigiosi.

È questa la virtù dell’affabilitas tommasiana. La scelta da parte di san Tommaso di cercare una parola nuova per definire questa virtù non si deve solo all’omissione di Aristotele; la parola latina adfabilitas rimanda infatti a Cicerone, e in particolare alla sua sistematizzazione delle virtù sociali all’interno della giustizia, con precisi riferimenti ai concetti di decorum e di honestum[2].

La seconda virtù, anch’essa innominata, insegna a parlare e ad agire in modo veritiero; questa virtù consiste nel mostrarsi come si è e nei discorsi e nei comportamenti, in sermone et in vita; due sono i vizi che le si oppongono per eccesso e per difetto: la iattanza, tipica di chi si attribuisce meriti che non ha o amplifica quelli che ha e l’ironia tipica di chi nega o sottovaluta qualità che possiede.

La terza virtù, chiamata eutrapelia, insegna a procurare il necessario riposo e divertimento; il tutto senza cadere, per eccesso, nel vizio di coloro che vogliono far ridere sempre e comunque piuttosto che dire parole divertenti, decorose e non offensive, o nel vizio di coloro che, per difetto, non dicono mai niente di ridicolo e si irritano con quanti lo fanno mostrandosi così rustici e duri nei confronti del prossimo. È una virtù che si può descrivere anche come buonumore, giovialità o garbo nella ricreazione.

Tutte e tre le virtù, come riassume lo stesso Aristotele, riguardano lo scambio di parole e di azioni: una vigila sulla verità nei rapporti sociali, le altre due sul piacere che deriva dalle diverse attività della vita comune e dal gioco[3].

Nella Summa Theologiae Tommaso dice che, come il corpo dopo un periodo di lavoro ha bisogno di riposarsi, così l’anima non può rimanere sempre concentrata, senza prendersi dei momenti di rilassamento.

S. Tommaso tratta di questa virtù all’interno della temperanza negli atteggiamenti esteriori del corpo[4]. Ecco quanto egli scrive: “L’uomo ha bisogno del riposo fisico per ritemprare il corpo, il quale non può lavorare di continuo a causa dei limiti delle proprie energie, così ne ha bisogno per l’anima, le cui forze sono adeguate solo per determinate attività. Perciò quando l’anima si occupa oltre misura in qualche lavoro, sente lo sforzo e la fatica: specialmente perché nelle attività dell’anima collabora anche il corpo. Ora, i beni connaturali all’uomo sono quelli sensibili. E così quando l’anima, occupata in attività di ordine razionale, sia in campo pratico che speculativo, si eleva al disopra delle realtà sensibili, sente una certa fatica. Soprattutto però se attende all’attività contemplativa, perché allora si eleva maggiormente sui sensi; sebbene forse la fatica del corpo in certe attività della ragione pratica sia maggiore. Tuttavia, sia nel primo che nel secondo caso, tanto più uno si affatica nell’anima quanto più grande è l’impegno col quale attende alla sua attività razionale. Ora, come la fatica fisica si smaltisce con il riposo del corpo, così la fatica dell’anima deve smaltirsi con il riposo dell’anima. Ma il riposo dell’anima è il piacere, come si è detto nel trattato sulle passioni. Quindi per lenire la fatica dell’anima bisogna ricorrere a un piacere, interrompendo la fatica delle occupazioni di ordine razionale”[5].

Per l’Aquinate è addirittura un peccato essere troppo seri. “È contrario alla ragione – scrive – essere di peso agli altri col non mostrarsi mai piacevoli o con l’impedire il divertimento altrui…, quelli che rispetto al giuoco peccano per difetto, non dicono mai niente di divertente e non tollerano che altri lo facciano, questi stessi sono viziosi, pedanti e maleducati[6].

Le offese contro la virtù del buon umore consisterebbero in un ostacolo alla buona vita sociale. Giocare troppo poco può essere peggio di troppo. “Rientra nella virtù dell’eutrapelia dire qualche leggero insulto, non per disonorare o per contristare la persona colpita, ma per ricreare e per gioco. E questo si può fare senza peccato, osservando le debite circostanze. Se invece uno non teme di contristare chi è oggetto di codeste contumelie giocose, pur di far ridere gli altri, allora l’atto è peccaminoso, come nota lo stesso Aristotele”[7].

Ci troviamo quindi di fronte a un esempio di quella riabilitazione del gioco, della ricreazione, dello scherzo, cioè di tutti gli atti che rientrano nella virtù dell’eutrapelia, di cui Hugo Rahner indica in san Tommaso l’iniziatore[8].

Nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (19 marzo 2018), Francesco ha ricordato che «il malumore non è un segno di santità» e che «a volte la tristezza è legata all’ingratitudine, con lo stare talmente chiusi in sé stessi da diventare incapaci di riconoscere i doni di Dio»[9].

“Il senso dell’umorismo è una grazia che io chiedo tutti i giorni, perché il senso dell’umorismo ti solleva, ti fa vedere il provvisorio della vita e prendere le cose con uno spirito di anima redenta. È un atteggiamento umano, ma è il più vicino alla grazia di Dio”[10]. Il buonumore e l’arguzia hanno a che vedere con l’intimo e personale rapporto con Dio, che consente di relativizzare e ridimensionare gli eventi, anche i più drammatici, vedendoli in prospettiva dell’eternità.

L’eutrapelia possiede una funzione sociale e si collega alla speranza che dà forza nelle tribolazioni, in attesa dell’unica gioia piena e duratura che attende il cristiano nella vita eterna. In questo senso il buonumore è frutto della presenza dello Spirito Santo, che fiorirà pienamente nella gloria.

“Tuttavia, soggiunge san Tommaso, si deve badare a tre cose: che il piacere non si cerchi mai in atti o parole turpi o dannose; che l’anima non abbandoni mai del tutto la sua gravità; che, come in tutte le altre azioni, il divertimento sia adatto alle persone, al tempo, al luogo e a tutte le altre debite circostanze. Ora, tutte queste norme sono ordinate dalla ragione. Ma un abito che agisce in conformità con la ragione è una virtù. Per questo il gioco può essere oggetto di una virtù che Aristotele chiama eutrapelia (etimologicamente: buona girata) perché sa volgere in scherzo fatti e parole”.

Parla dell’eutrapelia addirittura Dante Alighieri nel Convivio, definendola come la decima virtù del cristiano, la penultima prima della Giustizia e dopo Fortezza, Temperanza, Liberalità, Magnificenza, Magnanimità, Amativa d’onore (amor honoris), Mansuetudine, Affabilità, Verità. “La decima – scrive l’Alighieri – si è chiamata Eutrapelia, la quale modera noi ne li sollazzi facendo, quelli usando debitamente”.

Quindi questa antica parola, oggi purtroppo dimenticata, eutrapelia, ovvero – dal greco – “gaiezza, scherzosità, buon umore” indica una virtù importante, che si è tradotta anche in arte, un’arte particolare, che grazie al cielo non passa mai di moda da secoli, e che si esprime attraverso la letteratura, il teatro, il disegno e altro ancora.  È l’arte del far ridere.

L’eutrapelia è una virtù che andrebbe recuperata, in un tempo che oscilla tra una superba seriosità piena di sé e una satira cattiva, corrosiva. Predomina insomma lo sghignazzo sboccato, là dove avremmo invece bisogno di un sorriso buono. L’eutrapelia è una virtù imparentata con la modestia: ci aiuta a non darci troppa importanza e a non montare in superbia. Chesterton, un grande eutrapelico, diceva che il motivo per cui gli angeli volano è che si prendono alla leggera.

Il divertimento, quindi, non è un fine, ma un mezzo per migliorarci: la virtù del buon umore ci dona quella forma di distacco e di eleganza spirituale che consente di cogliere e di apprezzare i lati giocosi della vita: virtù di santi, di mistici e di tutti coloro che non esitano a lanciarsi con entusiasmo nella risposta all’invito di Cristo.

Una virtù da santi

Tra i santi, grandi esempi di questa virtù sono stati san Francesco d’Assisi, san Filippo Neri[11], ma anche san Francesco di Sales, che nella sua Filotea precisava le caratteristiche di un buon umorismo cristiano, che in primo luogo deve allietare il cuore e non offendere nessuno.

Si direbbe che scrittori cristiani ricchi di buon umore come Giovannino Guareschi, il creatore di don Camillo e Peppone, o il Chesterton di padre Brown, o lo scrittore scozzese Bruce Marshall, siano stati allievi diligenti di Francesco di Sales e di don Bosco.

L’eutrapelia potremmo tradurla con iucunditas, è la virtù del gioco. Nella vita interiore personale, nel rapporto intimo con Dio, c’è posto per questa virtù, conseguenza dell’umiltà, assieme alla gioia che nasce dalla carità, dalla speranza e dallo spirito di filiazione.

È ancora più interessante rivolgere la nostra attenzione al modello di tutte le virtù, cioè a Gesù Cristo, e considerandolo come esempio della eutrapelia e della iucunditas. È sufficiente riflettere sulla sua reale e perfetta natura umana, col corrispondente equilibrio psichico, per dedurre la presenza dell’allegria nella vita di Gesù. Infatti, avere buon umore vuol dire possedere senso della misura, saper dare il giusto valore ai problemi secondo la loro vera importanza, saper cogliere subito i buffi contrasti (volontari o involontari) tra intenzioni e parole o tra parole e fatti, che sono tanto frequenti nelle relazioni umane.

Possiamo dire che elementi propri dell’umorismo – o del sense of humour – sono la capacità di cogliere i lati buffi e contraddittori della vita, ridendone con benevola comprensione; uno sguardo superiore, che consente di vedere meglio e «oltre»; un’intelligenza nuova, che relativizza e ridimensiona quanto si vorrebbe prendere per assoluto ed eccelso.

Alla base del meccanismo umoristico sembra esservi costantemente un rapporto tra sfondo e primo piano, che viene improvvisamente ribaltato. Si ha quindi un modo diverso di vedere la medesima realtà. Ciò che era secondario diventa visibile, e si mette in evidenza un non detto che, anche se velato, trasgredisce la logica e costituisce un elemento di sorpresa[12].

Non si tratta semplicemente del buon umore derivante da una bella giornata di sole, da un temperamento naturalmente radioso o da circostanze particolarmente favorevoli. Come per tutte le virtù, parliamo di un habitus interiore che si acquista con l’esercizio e che si arricchisce al contatto con la grazia che lo Spirito Santo dona.

È altresì vero però che l’umorismo costituisce un elemento prezioso per una vita sana ed equilibrata anche dal punto di vista spirituale, perché ha molto a che fare con il gratuito, la creatività, l’intelligenza, tutti elementi indispensabili per il rapporto con Dio.

“La gioia profonda del cuore è anche il vero presupposto dello humour e così lo humour, sotto un certo aspetto, è un indice, un barometro della fede” (J. Ratzinger). E poi: “La gioia va molto unita al senso dell’umorismo. Un cristiano che non ne ha, gli manca qualcosa […] per me, il senso dell’umorismo è l’atteggiamento umano più vicino alla grazia di Dio” (papa Francesco).

Papa Francesco in più occasioni ha affermato: «da quarant’anni recito la preghiera di san Tommaso Moro», per avere «il senso dell’umorismo. Vanno sempre insieme la gioia cristiana e il senso dell’umorismo».

San Tommaso Moro è stato un uomo capace con l’arma del sorriso di affrontare la sua vita, piena di trionfi e di rovesci improvvisi, di gloria e di persecuzione, e soprattutto di fronteggiare gioiosamente la sfida più grande, una condanna a morte ingiusta e comminata dal suo vecchio amico, il re Enrico VIII.

L’umorismo è dunque un’arma, per dire meglio, è una virtù, che il cristiano non può non coltivare. Tommaso Moro lo ha fatto ed è stato un uomo felice, capace di donare felicità a chi stava vicino, più che felice è stato beato, forte perché capace di vivere la sua personale “beatitudine” che ha riassunto in questa folgorante battuta: «Beato chi sa ridere di se stesso, perché non finirà mai di divertirsi».

L’ironia cristiana è innanzitutto auto-ironia, un atteggiamento che sospende il giudizio tranciante sugli altri e al tempo stesso è pronto a riconoscere, con misericordia, i propri limiti. È in questo punto che si salda il sodalizio tra umorismo e umiltà, altra virtù fondamentale per il cristiano.

Le due parole provengono dalla stessa radice: humus, terra, che poi è la radice stessa anche di humanitas. L’essere umano è tale se si riconosce nato dalla terra, composto di fango, limitato. Su questa essenza fragile, sporca, Dio ha però soffiato, secondo il racconto biblico, il suo spirito, elevandolo alla più alta delle creature, a sua immagine e somiglianza, riscattandolo dalla mera naturalità. E non è un caso che un altro modo per dire humour, umorismo sia parlare di spirito: un uomo umoristico è un uomo spiritoso, capace di battute “di spirito”.

Chiaramente, una tale sensibilità non poteva mancare a Gesù, anche se, in effetti, i vangeli non presentano mai il sorriso sulle labbra di Gesù. Da questo dato di fatto alcuni padri della Chiesa (cioè alcuni dei maggiori teologi cristiani dei primi secoli) hanno concluso che Gesù  non aveva mai sorriso.

Al riguardo, si possono citare, di Giovanni Crisostomo, due passi delle Omelie sul Vangelo di Matteo e delle Omelie sulla lettera agli Ebrei, che affermano in modo lapidario e senza possibilità di smentite, che «Cristo non ha mai riso». Gli fa eco un autore medioevale, noto come Pseudo-Ambrogio (Ambrosiaster), che di Gesù scrive «flevisse lego, risisse numquam» («leggo che egli ha pianto, mai che abbia riso»). Nell’esortazione di Efrem il Siro sul fatto che non bisogna ridere (Quod non oporteat ridere) si legge che «il riso rattrista lo Spirito Santo, non giova all’anima e rovina il corpo»[13].

Ma le cose stanno effettivamente così? Mi pare, d’altra parte, che i vangeli forniscano elementi abbondanti, chiari e inequivoci per provare il buon umore di Gesù. Una persona veramente amabile, una persona dai modi garbati, dal sorriso opportuno, dalla risposta che alleggerisce il tono dell’ambiente e risolve la situazione (imbarazzante per chi ha commesso un errore o di chi è intervenuto a sproposito).

Risulta facile, pertanto, immaginarne la delicatezza e il buon umore con cui Gesù ammaestrava e trattava le persone. In definitiva, questa virtù di Cristo – e pertanto virtù cristiana – non dovrebbe ridursi a una parte della temperanza[14], alla pari dell’umiltà, dell’amore allo studio e della modestia; si può dire che essa, oltre ad essere una virtù propria dell’uomo, e di Cristo in quanto Uomo, costituisce una perfezione divina, propria dell’amore di Dio, e del suo riflesso che è l’amore umano.

“Gesù doveva essere un tipo divertente”, sostiene il celebre narratore contemporaneo Anthony Burgess. Siamo quindi ben lontani dalla seriosa affermazione di sant’Agostino, ripresa da tutta la tradizione in Occidente, come si diceva sopra, secondo il quale Cristo avrebbe pianto raramente ma sorriso mai, così che anche i suoi discepoli dovrebbero appartenere alla categoria (stoica!) degli aghelasti, gli incapaci di riso.

Una virtù “leggera”

È da compiangere chi non possiede questa virtù! Gli manca sensibilità per apprezzare l’incantevole varietà della vita; vede tutto del medesimo colore, senza riconoscere la relativa importanza di tanti problemi e senza godere delle mille situazioni divertenti che la Provvidenza ci offre.

“L’uomo – afferma Pio XII a proposito del cinema – è anche superficialità, e non solo profondità”[15]. Legittima “superficialità” che può e deve mantenersi anche nei momenti più importanti della vita, senza che l’uomo perda per questo la sua dignità.

Nella vita interiore questa virtù è necessaria. Chi non la possiede non avrà mai a disposizione quel mezzo tanto salutare di umiltà cristiana che consiste nel saper ridere di se stessi. Però, soprattutto, gli sarà difficile capire i cammini di Dio, nei quali rientra molte volte il “gioco”, un gioco affettuoso dettato dal suo affetto paterno; trascorrerà la vita in un rigido atteggiamento di gravità, molto meritorio probabilmente, però inadeguato allo spirito di filiazione divina che il Paraclito suscita nelle anime.

Non si tratta, in effetti, esclusivamente di una forma di riposo, psicologico o psichico che sia, ma di una vera e propria sintonia con il “modo di essere” divino, con la sua sollecitudine paterna; potremmo aggiungere che si tratta di un’espressione festiva dell’amore soprannaturale.

È altresì importante considerare il buon umore da un altro punto di vista: lo spirito di libertà. L’uomo troppo “serio”, sempre austero e imperturbabile, non capta un importante componente della sua relazione d’amore con Dio. Prende tutto sul serio e, per ciò stesso, fa diventare ogni cosa molto drammatica; o, anche senza sfociare nel dramma, almeno si complica la vita.

L’uomo troppo serio tende a ridurre la vita a una drammatica scelta tra il male e il bene, come se non ci fosse un’infinita gradazione di valori morali (positivi e negativi) e come se in ogni circostanza egli si trovasse obbligato a scegliere il bene proprio ed esclusivo di quella situazione… in realtà, quasi sempre, le possibili soluzioni morali positive per ciascun problema sono molte, non una sola[16].

Gioia, umorismo e riso non stanno al di fuori delle vita del credente, ma anzi ne occupano il centro. “Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza”[17]. C’è addirittura chi oggi sostiene come “l’umorismo sia l’unica forma di santità possibile per l’uomo contemporaneo”. Così ritiene il poeta e saggista Franco Cordelli.

Perché in ambito ecclesiale a farla da padrone è spesso l’umor nero? Nonostante il riso, la gioia e l’umorismo abbiano una lunga tradizione tra i santi e i maestri di spiritualità in numerose tradizioni religiose come componente di una vita sana, dobbiamo prendere atto che spesso, all’interno della cultura delle istituzioni religiose, serpeggia l’umor nero, che i credenti sono descritti come cani bastonati, che la gioia – ovvia conseguenza di un fede vivificante e liberante – sembra essere assente da tanti contesti ecclesiali, che buon umore e umorismo sembrano essere termini non adatti per un’autentica vita spirituale.

“Dove non c’è umorismo non c’è umanità…, c’è il campo di concentramento”, scrive il commediografo Eugène Jonesco, il quale aggiunge: “Solo l’umorismo può renderci la serenità”.

Una virtù “biblica”

Parlando di buon umore, di umorismo, è d’obbligo rifarci alla matrice biblica. A esso le Scritture ebraiche e cristiane danno non poco rilievo, soprattutto quando parlano del riso[18].

La letteratura sapienziale afferma che «vi è un tempo per ridere e uno per piangere» (Qo 3,4) e indaga sulla natura del riso, da quello incredulo di Sara a quello proprio dello stolto, paragonato al «crepitio dei pruni sotto la pentola» (Qo 7,6), mentre «l’uomo saggio sorride in silenzio» (Sir 21,20); e da quello ingannevole (Sir 13,6.12) a quello crudele (Sal 80,7: «I nostri nemici ridono di noi»), per approdare al riso santo (Gb 8,21: «Dio colmerà la bocca di sorriso e le tue labbra di gioia») e al riso cosmico che coinvolge l’intero creato oggetto della benevolenza divina (Sal 65,14: «Tutto canta e grida di gioia»).

Nelle beatitudini lucane si parla di un riso che si converte in pianto e di un pianto che si tradurrà in riso (Lc 6,25; cf. Gc 4,9). E se «la bocca sorridente rivela quello che (l’uomo) è» (Sir 19,27), il sorriso segnerà l’avvento del regno di Dio: «La nostra bocca si aprì al sorriso», canta il salmista (Sal 126,2).

Una virtù per/da preti

I presbiteri, chiamati ad essere accompagnatori spirituali, non possono e non devono ignorare che la vita spirituale è fonte di umorismo. Di sua natura, la vita spirituale ci àncora all’essenziale. L’uomo spirituale coglie la relatività, la transitorietà e l’illusorietà di tanti aspetti della vita e quindi è in grado di stabilire proporzioni e gerarchia nelle proprie esperienze. Ed è quanto sostanzia il suo umorismo: una visione disincantata e per ciò stesso sorridente e benevola.

A questo si accompagna un maggiore distacco che sfocia in quella “indifferenza”, cara ai santi dell’antichità (parlavano di apàtheia) non meno che a quelli della modernità, e quindi di una rettamente intesa “superiorità”.

A favorire una simile attitudine contribuisce anche il fatto che l’uomo spirituale considera tutto, come si suol dire, “sub specie aeternitatis” e ritiene che tutto sia sotto la regia divina e che la Provvidenza sia arbitra degli eventi umani.

È questo il “criterio soprannaturale” che lo ispira e lo guida. E, se è vero che la sapienza divina, «dilettandosi sul globo terreste, prende le sue delizie – ludit/gioca, recita il testo latino – tra i figli dell’uomo» (Prv 8,31), è altrettanto vero che il suo stile si esprime in un costante capovolgimento delle sorti. La qual cosa non può non ingenerare una visione radicalmente positiva e quindi anche umoristica della vita della persona umana sulla terra e dei suoi ultimi destini.

La frequentazione della Parola divina ci consente di penetrare nella mente di Dio, di fare nostro il suo punto di vista, di condividerne lo sguardo.

Perché taluni preti sono così lugubri e tristi, freddi, depressi, anaffettivi, distanti, senza neanche un sussulto? Quale Dio avranno mai incontrato questi preti nella loro vita? Di chi mai sono testimonial questi presbiteri, se oggi trovi più convinzione e cura nel raccontare la bontà di uno yogurt? Dove sono stati formati, come si aggiornano, quale vita terribile affrontano ogni giorno?

Essere lugubri è una bestemmia. La vera bestemmia, oggi, è tradire l’umanità, è non dare futuro, è non concretizzare la speranza. Viviamo tempi cupi. Ci ricorda Dietrich Bonhoeffer che bisognerebbe riportare Dio al centro del villaggio. «Io vorrei parlare di Dio non ai limiti, ma al centro – scriveva nel 1944 –, non nelle debolezze, ma nella forza, non dunque in relazione alla morte e alla colpa, ma nella vita e nel bene dell’uomo». Un Dio che sprigiona vita in abbondanza, quella che ha promesso il Maestro di Nazareth.

Una virtù “escatologica”

Il paragrafo 1676 del Catechismo della Chiesa cattolica, richiamando il Documento di Puebla della 3ª Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano tenutasi in Messico dal 28 gennaio al 13 febbraio 1979, scrive che, al cuore della fede dei credenti, c’è un insieme di valori che offre saggezza per la vita cristiana.

Tale saggezza – come recita il testo latino – «rationes affert ad laetanter et hilariter vivendum, etiam in vita valde dura». La versione ufficiale italiana recita: tale saggezza «offre delle motivazioni per vivere nella gioia e nella serenità, pur in mezzo alle traversie dell’esistenza». Più correttamente la versione inglese di «laetanter et hilariter» è resa con joy and humour, quella francese con joie et bonne humeur, quella spagnola con la alegría y el humor e quella portoghese con a alegria e o humor.

«Il riso e l’umorismo sono modi di prepararsi all’estasi del mondo a venire. In effetti, il Talmud dice che nel mondo a venire balleremo una hora (danza festosa della tradizione ebraica) con Dio al centro» (Burton Visotzky).

Ladislaus Boros scriveva che l’intimo nucleo dell’umorismo cristiano risiede nella forza del religioso. L’umorismo vede il terreno e l’umano nella loro inadeguatezza davanti a Dio; vede come tutto ciò che è terreno sia imperfetto. Tuttavia questa stessa rassegnazione, a sua volta, è elevata nella certezza che tutto quello che è finito è circondato dalla grazia di Dio. L’uomo che ha umorismo ama il mondo, malgrado la sua imperfezione, anzi lo ama proprio in essa, come fa Dio[19]. Sa essere grato a Dio, perché vive in questo mondo imperfetto.

L’umorismo si traduce quindi in un tratto caratteristico, si direbbe fondamentale, dell’esperienza religiosa, e in quella più propriamente cristiana assume forme divenute proverbiali e classiche. Chi non ricorda l’abbondante uso che ne fanno i Padri del deserto, o il famoso “risus paschalis” suscitato dai predicatori dopo le severe catechesi quaresimali[20], oppure il carnevale che consentiva e consente di dare la stura alla comicità e di risolvere in riso che lenisce le cure della vita?

“Dio ci aspetta con gioia nella gioia… Perché gioia, umorismo e riso terreni non potrebbero essere un modo di prepararsi a una vita di felicità? Perché non permettersi di godere di un po’ di Cielo in terra? Praticare queste virtù, dunque, non è solo un modo di vivere una vita spirituale più piena ora, ma di orientarsi verso il futuro che ci aspetta… Insomma, sii lieto. Usa il tuo senso dell’umorismo. E ridi con il Dio che, vedendoti sorride, si rallegra della tua stessa esistenza e si compiace di te tutti i giorni della tua vita”[21].

La riflessione cristiana metterà in rilievo il riso buono, definendolo «tacitus et rarus»: è il riso che viene da una coscienza serena e dalla pregustazione del gaudio celeste; il riso di chi questo gaudio celeste l’ha già conseguito (il riso dei beati); e il riso che viene dalla mitezza e dalla benevolenza della natura, che ricrea, solleva e consola (così si legge nella francescana Summa fratris Alexandri, del XIII secolo).

A quanto pare, si tratta di una virtù che non perderà il suo smalto nel regno futuro, se, al dire di Lutero, in una preghiera rivolta al Signore, «tutte le creature proveranno un piacere, un amore, una gioia fisica e rideranno con Te e Tu a tua volta riderai con loro».


[1] Cf. CONCILIO VATICANO II, Decr. Presbyterorum ordinis, 3.

[2] Cfr. C. De Marchi, L’affabilità nei rapporti sociali. Studio comparativo sulla socievolezza e il buon umore in Tommaso d’Aquino, Thomas More e Francesco di Sales, Edusc, Roma.

[3] Cf. C. Casagrande, Affabilità, verità, eutrapelia. Le virtù della communicatio in alcuni commenti all’Etica nicomachea dei secoli XIII e XIV, in “Philosophical readings” XII.1 (2020), 139-149.

[4] Cf. Tommaso, Summa Theologiae, II-II, 168, 2.

[5] Tommaso, Summa Theologiae, II.II q. 168 a.2.

[6] Tommaso, Summa Theologiae, II.II q. 168 a.4.

[7] Tommaso, Summa Theologiae, II-II, q. 72, a.2, ad 1. Cf. anche II-II, q. 168.

[8] H. Rahner sostiene che il recupero della virtù sociale dell’eutrapelia operato da san Tommaso, sia in realtà passato sotto silenzio nei manuali classici, come quelli salmaticensi, e fino al XX secolo, per esempio da Merkelbach (cf. RAHNER, Eutrapélie, col. 1729). Su queste premesse, specialmente in tempi recenti, si è sviluppata la cosiddetta “teologia comica”, che parla del Deus ludens e dell’Homo ludens la cui esistenza sarebbe “gioco”, divertimento (si veda W. Thiede, L’ilarità promessa. L’umorismo e la teologia, San Paolo, Cinisello Balsamo 1989). Al Dio che ride è dedicato un midrash del Talmud, il manuale del retto israelita. E sul «Cristo arlecchino» riflette Harvey G. Cox in un capitolo de La festa dei folli.

[9] Francesco, Gaudete et exsultate, n. 126.

[10] Francesco, Intervista del 20 novembre 2016 a TV 2000.

[11] San Filippo Neri, santo eutrapelico per eccellenza, disse una volta a Papa Clemente VIII: «Che te possino ammazzà!». Tutti i presenti trattennero il fiato, ma Filippo continuò: «…per la fede de Jesu Cristo!». Tutti respirarono e risero. (Da “Papa Luciani racconta”, pag. 158).

[12] Cf. L. Larivera, Natura e necessità dell’umorismo, in “La Civiltà Cattolica”, 2004 (III), pp. 130-142; Vedi anche: Umorismo e vita cristiana (editoriale), in “La Civiltà Cattolica”, 1986 III 3-14; H. Zollner, Considerazioni psicologiche sull’umorismo e il riso, ivi 2010 II 533-545; G. Cucci, Umorismo e qualità della vita, ivi 2013 I 246-257; Id., Umorismo e vita spirituale, ivi 2013 I 463-474.

[13] Cf. J. Martin, Anche Dio ride. Perché gioia, umorismo e risono sono al centro della vita spirituale, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2020.

[14] Le parti potenziali della temperanza sono: pudore, honestas (bellezza spirituale o morale), astinenza, sobrietà, castità, pudicizia, continenza, mansuetudine, clemenza, umiltà, studiosità, modestia corporale, eutrapelia, modestia nell’ornamento (verecondia).

[15] Pio XII, Allocuzione del 21 giugno 1955.

[16] Cf. H. de Azevedo, La virtù del sorridere. Teologia del buon umore, in “Studi Cattolici” 250 (1980), 771-775.

[17] Francesco, Gaudete et exultate, n. 122.

[18] Cf. R. Poudrier, L’umorismo nella Bibbia, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996.

[19] Cf. L. Boros, Sperimentare Dio nella vita, Brescia, Queriniana, 1980, 34.

[20] Cf. M.C. Jacobelli, Il Risus paschalis e il fondamento teologico del piacere sessuale, Queriniana, Brescia 1990.

[21] J. Martin, Anche Dio ride. Perché gioia, umorismo e risono sono al centro della vita spirituale, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2020, 121.

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