Le virtù del ministero 9/: l’incanto di Dio

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Max Weber, il padre della sociologia, definiva la modernità come l’epoca del «disincantamento del mondo»[1], in cui la scienza aveva esautorato dalla natura il magico, lo spirituale, il sacro. Eppure, adesso più che mai, l’incanto è indispensabile per «costruire un mondo diverso che deve prima abitare negli occhi». Perché, «se ti incanti davanti a un volto, non ti accadrà di sfigurarlo; se ti incanti davanti a un’anima, non ti accadrà di occuparla; se ti incanti davanti a una terra, non ti accadrà di sfruttarla»[2].

Possiamo definire il senso di Dio come l’incanto di Dio. E lo possiamo descrivere così: come figli sentiamo il fascino della grandezza del Padre; ci sentiamo avvolti dalla sua infinita bontà, misericordia, tenerezza, sentiamo davvero quanto è confortante ciò che dice il Salmo: “Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature” (Sal 145,9).

L’ineffabile

Certamente sentiamo l’enorme distanza che c’è tra noi e Dio, ma questa distanza Dio l’ha eliminata nel suo amore. Soprattutto chi teme Dio si sforza, con intima dolcezza e interiore compiacimento, a un esercizio di personale purificazione, perché ogni cosa sia in consonanza amorosa con la Maestà divina.

È altresì necessario coltivare la consapevolezza che nessuno sguardo né parola umana, pur gloriosa, può contenere «l’incandescenza della sua luce o della luce della verità». Per questo, da poeta qual è, l’autore preferisce «scrutare il cielo e la terra a tutto campo», non intristito «dall’arroganza del possesso della verità», per «sorprenderne i segni», «innamorarsi delle tracce». Solo così il sacerdote può davvero entrare nella casa dell’altro. A cui non si accede sfondando la porta, bensì come fa Dio «bussando al silenzio e alla libertà»[3].

Magari gli occhi si sono fatti opachi, per la «cataratta dello spirito» «incapaci di sorprendere il mistero che abita le cose»[4]. Allora non resta che fermarsi, «indugiare alla soglia delle cose». Se la fretta ci fa predatori e l’effimero ci imprigiona nel qui e ora, l’antidoto alla disumanizzazione in questo tempo del consumo vorace e spietato è, ancora una volta, l’incanto. Dio esiste solo nella misura in cui gli permettiamo di essere «altro» e di esistere per gli altri[5]. Paradossalmente Friedrich Nietzsche ci invita ad abbandonare le espressioni pie su Dio, per cantarlo con parole che «sappiano danzare», dunque renderlo credibile agli occhi dei nostri contemporanei

Oggi ritorna il problema di Dio. Sono molti coloro che ne parlano. È solo un piccolo segno per dire che oggi la religione sta diventando interessante per molte persone, dopo un periodo in cui sembrava legittimo parlare di un’era post-cristiana, che riservava la questione religiosa ai bambini, alle donne e agli anziani.

Ministero e fede

Noi constatiamo che ci sono tanti preti che dedicano le loro energie per acquistare una professionalità adeguata al ruolo che è stato loro affidato dal vescovo. C’è la professionalità liturgica, quella catechistica, quella pastorale, quella biblica, quella amministrativa, giuridica, psicologica… Si cerca di fare una buona liturgia, una buona catechesi, una buona formazione ecc.

Si può compiere un ministero con una professionalità ineccepibile, ma rimanendo a livello di funzionariato. Un bravo funzionario, un conoscitore dei ferri del mestiere, ma niente più che funzionario. Possiamo definire questo prete il “prete concordatario”. Un prete che compie un servizio riconosciuto dalla Chiesa e dalla società civile; un prete che viene pagato per questo; un prete che esegue con grande obbedienza e fedeltà ciò che gli è stato comandato, Questo prete può essere un buon prete: solo però che egli sta facendo un servizio come tutti coloro che compiono dei servizi: sta facendo un lavoro umano non un lavoro divino. Sta amministrando le cose di Dio adoperando la sua intelligenza, la sua competenza, che sono qualità umane.

Quale risposta darà questo prete alla domanda religiosa urgente? Egli può fare come la fontana che porta l’acqua, ma a lui non importa berla. Ci possono essere dei perfetti funzionari che non conoscono la sete religiosa, che non sperimentano la fame di Dio. Possono essere anche senza fede. Perché non l’hanno mai percepita nella propria carne. Fanno opere grandiose, ma non sono segno di un Dio presente, quel Dio che pone come condizione al suo popolo: “temerai il Signore Dio tuo”. Dio è oltre i segni e i servizi. È dentro il cuore. Ma è un Dio immenso, che non si può misurare con la misura umana.

Il lavoro di questo prete può avere un senso solo se sa offrire segni e strumenti perché l’uomo si avvicini al mistero di Dio, Occupare il terreno di Dio spegnendo la domanda con risposte nate dalla dottrina dell’uomo, è cosa grave. Il prete deve portare fino alla soglia di Dio e poi tirarsi in disparte.

Questo è possibile quando il prete cerca Dio anche lui, oltre la funzione che compie o l’obbedienza che esegue. Cercando come tutti e, come tutti, cominciando ad imparare che l’inizio della sapienza è il timore di Dio.  Ci sembra di poter dire che la domanda religiosa non può essere confusa con la situazione di bisogno. Il compito di educazione, di sostegno, di orientamento è un compito necessario. Ma Dio non si ferma là. E grave sarebbe approfittare dei bisogni della gente per chiudere la fame e la sete di Dio.

La domanda religiosa cerca Dio, non la consolazione per se stessa. E Dio è misterioso, è immenso, è l’unico che è padrone dell’uomo. L’uomo oggi chiede servizi religiosi di ogni genere, ma cerca dei segni del Dio invisibile. Con questo Dio deve misurarsi il testimone e non dare risposte sostitutive. La povertà di Dio non viene coperta con l’intensità del servizio religioso.

La domanda del sacro lo impegna e a lui la gente richiede tutti i servizi religiosi che fanno parte d’un patrimonio sociale. Ma la domanda di Dio va più in là dei servizi religiosi. E il prete ne può parlare solo se ha l’esperienza di Dio.

Non si trova neppure la risposta nel compito educativo e consolatorio che mette il prete dentro tanti fatti dolorosi della vita. La consolazione è un’opera di misericordia, ma Dio è più in là. Per parlare di Dio non è sufficiente un assistente sociale, un educatore, un padre. Bisogna arrivare al livello del profeta. Ci si chiede: come è possibile arrivare a questo?

Tempo per l’incanto

Dio ci può parlare se troviamo il tempo, tempo per la meraviglia, per l’incanto. Sappiamo che ciascuno di noi è preso dalle molte attività. Ci vien detto di riservare ogni giorno, ogni mese, ogni anno un po’ di tempo per ritrovare noi stessi e per metterci in sintonia con le parole che Dio dice dall’alto.

Il dono della meraviglia è indispensabile ad una qualità di vita semplicemente umana, ma, in maniera più necessaria ancora, esso costituisce una dimensione della fede stessa, e anzitutto una dimensione dello sguardo che la fede posa sul prossimo per amarlo.

La meraviglia è un dono dello Spirito Santo. Il dono spirituale della meraviglia è intimamente legato alla fede, alla fede che consiste, come dice san Paolo, nel sapere che “le cose visibili sono passeggere e che soltanto le invisibili sono eterne” (2Cor 4,18) e, ancora, che le cose visibili, viste con lo sguardo della fede, sono segno delle invisibili.

Accedere a uno sguardo profondo, libero, uno sguardo conforme alla fede, un modo di mettere la realtà in prospettiva, di situarla sullo sfondo della promessa e del divenire, di vedere insomma tutto con lo sguardo di Dio, di desiderare un occhio trasfigurato e quindi trasfigurante.

Non siamo né vogliamo essere dei funzionari del divino, non siamo né desideriamo mai essere impiegati di Dio, perché siamo invitati a partecipare alla sua vita, siamo invitati a introdurci nel suo cuore.

La parola che ho ricevuto e che mi piacerebbe donare a mia volta è incanto.  L’incanto è quel fascino è uno degli istinti dell’essere umano, che prova il bisogno di stupirsi, meravigliarsi e cercare quella bellezza che commuove profondamente. Ed è un istinto buono, di quelli che ci portano alla ricerca di qualcosa di importante per la nostra vita, come fanno i girasoli con il sole: è infatti il primo germe di un sentimento religioso che non è irrazionale, ma che ha una componente di semplice meraviglia.

Il presbitero deve consegnare questa parola perché il mondo d’oggi è dis-incantato, preda di un disincanto che è disillusione amara. Non è il serio aprire gli occhi di chi vuol guardare in faccia la realtà, ma la tristezza di chi si obbliga a credere che tutto ciò che non si vede non sia reale. È, in ultima analisi, la volontà di ridurre tutto alla dimensione dei nostri sensi e della nostra razionalità, di ciò che possiamo controllare nella nostra realtà di creature; il desiderio che tutto sia spiegabile e comprensibile dalla nostra mente limitata nel tempo e nelle capacità.

Ogni presbitero deve preservare la capacità di incantarsi davanti a ciò che ci trascende, e permetterci di conoscere anche col cuore, con la sensibilità, con l’intuito, e con la fantasia. Sono tutte porte che, lasciate aperte, permettono al Mistero di entrare; Dio si serve della nostra sete di meraviglia e di bellezza per bussare alla nostra porta. Incantarsi è una forma di preghiera, perciò, ed anche una forma di rivelazione. È lo sguardo spalancato che assorbe ciò che gli si rivela; non quello del tecnico che acutamente studia al microscopio il dettaglio di un oggetto. È il reale (la natura, il creato, l’altro, l’Altro) che si svela e si rivela a noi, perché lo possiamo accogliere con gratitudine e incanto, non noi che dettiamo le regole della conoscenza. L’incanto deve diventare un po’ una guida per la sua vita. Non c’è fede senza incanto.

Fin da subito il cucciolo d’uomo è alla ricerca di ciò che trascende il qui e l’adesso, di un qualcosa che va più in là di quanto ha già raggiunto e conquistato. Non tutti i comportamenti del piccolino, infatti, sono spiegabili semplicemente come atti consumatori, cioè come azioni che mirano alla gratificazione dei bisogni primari. Il bambino è curioso, esplora, gioca, si spinge verso il mondo circostante. Egli cerca sempre qualcosa di nuovo, che non conosce ancora, ma che solo intuisce esserci là fuori e sente che può riempirlo e completarlo.

Quando, poi, la sentimentalità diffusa – che è “apertura” e ben si esprime nella meraviglia – arriva a incrociare la capacità di riflessione e di verbalizzazione, il piccolo giunge a porre la domanda su qualsiasi cosa. Quanti perché! Egli vuole andare continuamente dentro le cose per capire, comprendere, vedere sempre più in profondità. Quel suo perché sta per: “Qual è la causa?” e “Qual è il motivo?”. Questa domanda radicale, che esprime la natura dell’uomo e la sua ricerca di significato, è sempre colorata di affetto. Con tale interrogativo, infatti, il bambino vuole vedere sino a che punto gli sia permesso inoltrarsi nella relazione con le persone, se è davvero accolto, ascoltato e amato. Così facendo, seppur inconsciamente, egli esprime il desiderio di esserci in questo mondo in maniera significativa, per sé e per gli altri.

Il sentimento della meraviglia

La meraviglia, quale sentimento che accompagna l’essere umano lungo tutta la sua vicenda esistenziale, si manifesta immediatamente come simpatia nei confronti della realtà e disponibilità all’incontro con tutto ciò che è altro e nuovo. Se non vi sono blocchi o fissazioni di sorta nell’arco del processo evolutivo, a determinate condizioni, questa simpatia si fa pian piano dialogo con il mondo che lo circonda e che gli diventa sempre più familiare, tanto da coinvolgerlo fino a farlo sentire partecipe della sua vitalità.

Questa dinamica antropologica rappresenta anche una vera e propria chance per l’avvio alla relazione con l’assoluto. Il sentimento diffuso può assumere una connotazione religiosa quando il bambino si ritrova a fare esperienze che lo aprono al senso e al destino della propria vita. Ecco che la percezione del proprio limite e il senso di impotenza che ne deriva possono propiziare nel piccolo la consapevolezza di non poter dominare tutto ciò che lo riguarda e circonda.

Tale sentimento può aprirsi alla dimensione del sacro anche quando sperimenta una reale solidarietà con tutte le creature del cosmo, come sotto un cielo stellato o di fronte a una calamità naturale.

Il presbitero in quanto educatore della fede ha il compito di creare le condizioni perché tale apertura potenziale al senso religioso della vita possa maturare nella direzione della fede, verso una relazione con Dio sempre più autenticamente cristiana. Tutto questo avviene grazie all’incontro con Gesù e la sua Parola. Seppur in forme e modalità diverse, questa attenzione educativa dovrà estendersi a tutto l’arco del processo evolutivo, quindi in ogni fase della crescita e dello sviluppo.

E’ proprio dall’incanto che prende avvio la fede, cioè dallo stupore per qualcosa di bello e inatteso. L’incanto, in fondo, è quello di chi rimane a bocca aperta. Ora, meraviglia e stupore sono imparentati con la fede, a tal punto da venir meno nel momento in cui non si è più capaci d’incanto. E’ importante, dunque, che l’educatore permetta al bambino, al ragazzo e al giovane di coltivare lo stupore.

La meraviglia sta nel sentirsi piccoli in rapporto al creato. Siamo creature fragili come le altre. Il destino del cosmo è anche il nostro destino. Nello stesso tempo, però, essa si dà nello scoprirsi diversi da tutti gli altri esseri viventi. Siamo creature speciali. Siamo figli di Dio. Con il nostro modo di stare al mondo determiniamo non solo il destino dell’umanità, ma anche la sorte dell’intero pianeta. «È l’incanto che fa la differenza» (P. Sequeri).  Sta qui l’incanto, di cui l’espressione massima è la figura di Gesù.

Esiste un grande divario tra la sapienza umana, come filosofia pratica dell’esistenza, e la sapienza cristiana come capacità di percezione di Dio, della propria esistenza e di quella dei fratelli in umanità. Quando la vita è defraudata del suo “mistero”, diventa importante solo ciò che si vede, si sente e si sperimenta, per cui l’uomo è identificato come istinto di piacere, di possesso e di autoaffermazione. Se abbiamo educato gli occhi all’incanto, lo possiamo trovare tutta la vita.

“Non son venuto a convertirla signore /… mi siederò soltanto vicino a lei/ e le confiderò il mio segreto/ che io, un sacerdote/ credo a Dio come un bambino”[6]. Ed è prete l’autore di questi versi, il poeta polacco J. Twardovski, che svela il segreto della fede: accogliere il mistero di Dio con lo stupore e la fiducia di un bambino. Possano ritornare, in questi tempi amari, uomini e donne che, con cuore di fanciulli, ci facciano gustare la bontà di Dio. Li ascolteremo incantati di questa “storia infinita” d’amore.

Se la meraviglia e lo stupore sono le vie che conducono a Dio, queste coinvolgono anche la religione. Ho l’impressione, però, che il tempo attuale abbia smarrito queste virtù e di conseguenza le motivazioni che indirizzano nella ricerca del vero, quello ovviamente con la “V” maiuscola. Qualcuno potrebbe dissentire sostenendo che l’attuale è l’epoca dell’entusiasmo soprattutto osservando i progressi della scienza, della tecnologia, della medicina, della comunicazione, della stessa qualità di vita. Qui sta l’equivoco! È insufficiente uno stupore limitato al materiale, al visibile o all’utile scordando la fragilità e la debolezza scientifica, sociale e personale che la pandemia avrebbe dovuto insegnarci, rimuovendo dai singoli e dai popoli l’illusione di onnipotenza che l’orgogliosa civiltà tecnologica vanta. È stato sufficiente un virus, una minutissima entità biologica, a mettere in ginocchio le nazioni, le economie, la scienza e anche le molteplici menzogne sul senso della vita.

La fiaba nelle cose

Siamo ancora capaci di meraviglia? Oggi sembra prevalere il sentimento del disincanto, incapaci come siamo di meravigliarci di fronte alla vita, alle persone e all’universo. Diamo tutto per scontato. Sappiamo invece che ogni cosa creata invia a un significato più alto. L’uomo di oggi sostituisce lo stupore con la visione tecnica della realtà. È soprattutto lo sguardo scientifico ad aver prodotto il disincanto, guardare cioè le cose non più come portatrici di un significato ulteriore, ma solo in sé stesse, come materiale a vantaggio dei bisogni e degli scopi che una persona si prefigge.

Meravigliarsi, invece, è uno stato di incanto, “di saper leggere la fiaba che c’è dentro ogni cosa, di amare la vita da dentro e da fuori, reggendone il peso e la leggerezza, di guardare la vastità del mondo e la sua pienezza, di sentirne l’ispirazione fino in fondo, di godere della sua profonda bellezza” (Pablo Neruda). Questa è l’arte della meraviglia!

Lo stupore, ai nostri giorni, fatica a trovare spazio anche nella vita cristiana, perché all’uomo moderno, imbrigliato nell’atmosfera sterilizzata della scienza, non resta spazio per l’interiorità, il discernimento, per una coscienza viva e non sclerotizzata. La vita dei credenti, in ogni tempo e quindi anche nel nostro, non può ignorare che Dio opera con la sua parola viva ed efficace, con le azioni sacramentali, con i segni di una presenza creativa e innovativa nella storia. “Chi non riesce più a stupirsi o a meravigliarsi è come se fosse morto” (A. Einstein).

Lo stupore va di pari passo con la curiosità di vivere, perciò spesso lo associamo alla vitalità, perché ci fa svegliare da un mondo dormiente. Lo stupore ci apre al mistero. Il mistero, infatti, e cioè il divino che permea ogni realtà, non si offre alla nostra intelligenza alla quale risulta per lo più accecante, ma alla nostra capacità di stupore. Si narra, nel libro dei Giudici, che Manoach, il futuro padre di Sansone, all’angelo che per la seconda volta lo rassicurava in ordine alla nascita di un figlio tanto desiderato quanto inatteso, rivolse questa domanda: «“Come ti chiami, perché quando si saranno avverate le tue parole, noi ti rendiamo onore?”. L’angelo del Signore gli rispose: “Perché mi chiedi il nome? Esso è meraviglia”» (Gdc 13,18).

E se ogni giorno ci riservasse la gioia dello stupore e della meraviglia? A questo noi ci dobbiamo rieducare. Entriamo quindi come di consueto nella nostra oasi spirituale. «Senza meraviglia e stupore la vita perde il suo senso e svilisce. Mentre l’incanto e la commozione risvegliano in noi qualcosa di altro, che va al di là del semplice approccio umano, inonda l’anima di beatitudine e ci fa rivolgere lo sguardo all’eterno» (G. Bassetti).

«Privi di meraviglia restiamo sordi al sublime» (Abraham Joshua Heschel). «Lo stupore è davvero la strada per cogliere i segni del sublime, cioè di quel Mistero che costituisce la radice e il fondamento di tutte le cose» (G. Bassetti).

Questa “meraviglia” con cui la realtà ci tocca e ci sorprende, e grazie alla quale ciò che crediamo di sapere e di saper gestire, o che cerchiamo sempre di sistemare nei nostri schemi, mostra la sua misteriosa attrattiva: la scoperta semplice e vertiginosa che le cose ci sono, e ci sono date, sono donate gratuitamente a noi; e noi stessi siamo dati, perché siamo continuamente chiamati ad essere, ridestati nel nostro “io” dall’incontro con la realtà, con le cose e con le persone.

Senza questa meraviglia la realtà diventa opaca e scontata; e il nostro io si riduce alle nostre capacità e alle nostre performances e, alla fine, tristemente, alla nostra incapacità e ai nostri insuccessi. E il gioco sembra perso. Nell’epoca del nichilismo diffuso, in cui l’insensatezza è come un fumo passivo che respiriamo senza neanche tante volte capire qual è l’origine del nostro sottile disagio, tutto il problema umano – e con esso i tanti problemi del mondo – si concentrano in questa possibilità di stupirci ancora. Non per un’emozione sentimentale e passeggera, ma per il contraccolpo che la realtà provoca nella nostra ragione e nel nostro cuore. E che può essere una traccia da seguire, un metodo e uno sguardo nuovo per affrontare tutto.

Lo stupore e la sorpresa

Lo stupore che nasce dal sublime, vale a dire da qualcosa che ridesta la nostra persona e la sostiene nel suo desiderio, è il fattore più concreto, addirittura il più operativo nell’affronto del nostro tempo – un tempo difficile e affascinante come sanno essere i grandi momenti di crisi nella storia dell’uomo.

Dobbiamo comportarci come san Paolo, attonito e meravigliato davanti alla sapienza di Dio, «i cui giudizi – scrive – sono insondabili e le cui vie sono inaccessibili», ha aggiunto. Però, così come ha fatto Paolo, non dobbiamo frenarci davanti alla meraviglia della presenza del Signore ma “utilizzare” lo stupore per comprendere la sua pienezza di amore e percepire «la sublimità del mistero di Cristo». Anche san Pietro, ha proseguito il cardinale, «dev’essere stato preso molte volte dalla meraviglia, come nell’episodio della pesca miracolosa, che gli ha permesso di leggere i segni del tempo straordinario che stava vivendo e riconoscere l’identità di Gesù» (G. Bassetti).

Lo stupore è lo stato di chi rimane «attonito» (dal lat. ad-tonare, tuonare), come stordito dal tuono; è la condizione di chi, di fronte ad un evento sorprendente, resta fermo e immobile, come testimonia il radicale “st”, che ha sempre il senso di stare, essere fermo e saldo, nelle sue molteplici varianti linguistiche che vanno dalla stalla allo stato alle istituzioni e ben oltre. Si sta fermi e immobili, stupiti e attoniti in virtù della sorpresa che ci coglie e ci afferra e ci colpisce, da sor-prendere (lat. super-prehendere), prendere sopra, assalire.

La sorpresa per il nuovo e inatteso cattura dall’alto la nostra attenzione in maniera imprevedibile, rendendo inutili previsioni e prevenzioni; la sorpresa infrange l’esperienza, la sorpresa devia dalle nostre aspettative e dal corso normale delle cose, è data dall’imprevisto e dal sensazionale, ovvero dalla sensatio, ciò che coinvolge tutti i sensi, ma anche l’intelletto, se sensatus, sensato, è ciò che è ragionevole in quanto dotato di senso.

Se qualcosa ci sorprende poi, è sì perché questo qualcosa è inatteso e nuovo, è diverso dall’aspettativa, non è riconducibile al noto e abituale, non è familiare, ma soprattutto perché emana una forza insolita che ci «prende sopra» col suo messaggio, con quello che ha da dirci. Attenti dunque a predisporre l’attenzione a «cogliere l’attimo» della sorpresa che stupisce e a farsene scuotere, se si vuol cercare di iniziare un processo creativo.

Secondo un tardo illuminista tedesco seguace di Leibniz, Ernst Platner, autore di due volumi di Aforismi filosofici, lo stupore è un «forte e veloce scuotimento dell’attenzione verso un oggetto nuovo e inatteso, del quale l’anima dapprima non sa se è buono o cattivo, cioè di cui non conosce il comportamento con se stessa nel primo momento del suo apparire». La definizione è poco nota ma molto profonda perché mette in luce, nella prima parte, lo stretto legame dello stupore con l’attenzione. L’attenzione c’è, è lì presente, sembra uno stato preesistente, necessario e sufficiente, sul quale cade l’oggetto «nuovo e inatteso» che la muove energicamente, la scuote e la sollecita generando stupore, meraviglia.

Importante è allora tenere in vita lo stupore in quanto tale, non trasformarlo con dimostrazioni e spiegazioni in qualcosa di noto e conosciuto. «Spesso tutte le cose mi appaiono piccole, la mia mente sembra soffrire nel guardare e nel conoscere qualcosa di grande, qualcosa di uno e indivisibile, ed è soltanto nell’ambito di questa fede che rocce o cascate, montagne o caverne, mi danno il senso del sublime o della maestà. Ma in questa fede ogni cosa simula l’infinito!»[7]. In questa lettera a un amico, il poeta Samuel Taylor Coleridge, autore del capolavoro La ballata del vecchio marinaio, dispiega l’anelito dell’anima all’infinito. Non parla dei suoi versi o di poetica, ma di come vive e sente il mondo, della realtà spirituale come desiderio, e quindi sofferenza.

Sentire il limite di ogni cosa, percepire piccolo tutto ciò che riguarda la vita umana, è motivo di dolore. Ma un dolore che non si chiude in se stesso, non si autocompiace affatto. Al contrario, lo spirito si lancia verso l’infinito, animato da una fede che crea una scoperta meravigliosa: ogni cosa è piccola soltanto perché simula l’infinito. Che quindi è qui, in noi, attorno a noi. Di tutto questo deve farsi eco la parola e la vita del presbitero perché gli uomini e le donne di oggi avvertano la nostalgia e l’incanto di Dio.


[1] Cf. M. Weber, La scienza come professione, Armano Editore, Roma 2006.

[2] A. Casati, L’alfabeto di Dio. Come innamorarsi della bellezza dell’uomo e del creato, Il Saggiatore, Milano 2016.

[3] Ivi.

[4] Ivi.

[5] Cf. J. Moinght, L’umanesimo evangelico, Qiqajon, Bose 2015.

[6] J. Twardovski, Affrettiamoci ad amare, Marietti, Torino 2009.

[7] T. Coleridge. La ballata del vecchio marinaio, Rizzoli, Milano 2019.

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