Maria del Divino Amore

di:

«Quann’ero ragazzino,
mamma mia me diceva:
Ricordati, fijolo,
quanno te senti veramente solo
tu prova a recità n’Ave Maria.
L’anima tua da sola spicca er volo
e se solleva, come pe’ magìa.
Ormai so’ vecchio, er tempo m’è volato;
da un pezzo s’è addormita la vecchietta,
ma quer consijo nun l’ho mai scordato.
Come me sento veramente solo,
io prego la Madonna benedetta
e l’anima da sola pija er volo!».

Questa poesia Alla Madonna di Trilussa può trasmettere qualche aspetto della fiducia piena di affetto di tanti pellegrini che vengono al “loro” santuario della Madonna del Divino Amore. Mamma di Gesù e mamma anche loro. Spesso, vorrei dire, anche “anagraficamente”. Qui battezzati, cresimati, comunicati, sposati, fino al cinquantesimo di matrimonio e oltre. Tanti sono cresciuti sotto certi aspetti all’ombra di questa bella collinetta della campagna romana col santuario in cima, circondata dal verde, da altre colline che spesso brulicano di pecore e sono colorate di mille fiori, solo per caso, gialli e, mi pare, bianchi, con sullo sfondo i Colli Albani.

Le grazie e la storia

Venire dalla Madonnina qui è anche fare una bella, semplice, serena, scampagnata. Anche questo è un tratto dell’amore dolce e umano di Maria che si trasmette qui. E come è importante affidare i figli appena nati a questa mamma. Molti qui lo sanno bene. «Sempre mi ha aiutato – raccontano – ho anche sofferto (qualcuno tanto), ma lei mi ha dato la forza, con lei ho superato…». Molti confidano di grazie ricevute. Forse tendenzialmente i miracoli qui sono abbastanza sobri, chissà se, come per esempio la vergine acheropita (= non fatta da mano d’uomo) di Guadalupe appare meticcia, qui i miracoli sono semplici, “romani”. Proprio come quello che è all’origine della profonda devozione per la Madonna del Divino Amore.

Passando nel 1740 nella campagna deserta un viandante fu attaccato da un branco di cani. In quel mentre vide su una torretta lì vicina l’immagine dipinta della vergine col bimbo e la colomba dello Spirito che le scende sul capo. L’uomo chiede grazia e gli animali inferociti subito si quietano.
La Madonnina, come nella poesia sopra, tesse incessantemente la tela della preghiera potente di intercessione. E la firma di Maria ad un regalo è spesso, appunto, semplice, umile: un quadretto che vedo proprio in quel momento, una memoria mariana proprio quel giorno, una risposta che comincia a manifestarsi dopo una capatina al santuario. Una presenza materna, naturale, certa vorrei dire. Nella semplicità, anche piena di fantasia, di sorriso, di poesia… Anche le persone più famose qui si manifestano nella loro semplice umanità. Nella libreria, appese al soffitto, pendono le biciclette di Gimondi e mi pare anche di Eddy Merckx, grandissimi campioni del ciclismo di tutti i tempi.

Perché pregare Maria

Quando qualcuno domanda il perché la Chiesa insegna a pregare anche Maria si possono talora sentire tante risposte teologiche, spesso molto valide. Ma vi è una risposta molto semplice: è la mamma di Gesù e anche la mamma nostra, ce l’ha donata Gesù stesso dalla croce. Nel momento dunque più manifestamente oblativo dell’amore suo e della madre per noi. E dunque la Madonna, da buona mamma, ci ama, ci genera nella fede, ci carezza, intercede con estrema potenza, ci guida, ci insegna, ci cammina avanti… Ci consola nei momenti di dolore, di prova, è un vero rifugio.

«… È impossibile onorare la Piena di grazia senza onorare in se stessi lo stato di grazia, cioè l’amicizia con Dio, la comunione con lui, l’inabitazione dello Spirito. Questa grazia divina investe tutto l’uomo e lo rende conforme all’immagine del figlio di Dio (cf. Rm 8,29; Col 1,18).

La Chiesa cattolica, basandosi sull’esperienza di secoli, riconosce nella devozione alla Vergine un aiuto potente per l’uomo in cammino verso la conquista della sua pienezza. Ella, la Donna nuova, è accanto a Cristo, l’Uomo nuovo, nel cui mistero solamente trova vera luce il mistero dell’uomo, e vi è come pegno e garanzia che in una pura creatura, cioè in lei, si è già avverato il progetto di Dio, in Cristo, per la salvezza di tutto l’uomo» (Paolo VI, esortazione apostolica Marialis cultus, n. 57).

«Vi è uno stile mariano nell’attività evangelizzatrice della Chiesa. Perché ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto [. . .]. Questa dinamica di giustizia e di tenerezza, di contemplazione e di cammino verso gli altri, è ciò che fa di lei un modello ecclesiale per l’evangelizzazione [. . .]. Maria sa riconoscere le orme dello Spirito di Dio nei grandi avvenimenti ed anche in quelli che sembrano impercettibili. È contemplativa del mistero di Dio nel mondo, nella storia e nella vita quotidiana di ciascuno e di tutti. È la donna orante e lavoratrice a Nazaret, ed è anche nostra Signora della premura, colei che parte dal suo villaggio per aiutare gli altri “senza indugio” (Lc 1,39). Questa dinamica di giustizia e di tenerezza, di contemplazione e di cammino verso gli altri, è ciò che fa di lei un modello ecclesiale per l’evangelizzazione» (Francesco, esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 288).

Nel suo Maria la Theotokos. Conoscenza ed esperienza il cardinale Angelo Amato SDB evidenzia la ricchezza spirituale e umana nell’esperienza popolare. E il meditare l’immagine meticcia di Guadalupe, forse, è una mia domanda, l’unica per certi versi sicuramente acheropita, può suscitare vissute riflessioni capaci di rinnovare tutta la spiritualità e la cultura. Come papa Francesco ci sta aiutando ad intuire.

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