Ministeri: apprendere dalle giovani generazioni

di: Marcello Neri
Giovani e fede

«L’immaginazione pratica delle generazioni più giovani, vissute in condizione di post-ministero, può dare nuova linfa alla nostra riflessione pastorale ed ecclesiale»

L’intervista di F. Strazzari con p. Sesboüé ha aperto un interessante dibattito sulla questione dei ministeri, e dell’accesso a essi, nella Chiesa cattolica; che, a mio avviso, merita non solo di essere continuato con scioltezza, ma anche declinato in forme nuove. In merito, diventa allora decisivo mettersi in ascolto delle generazioni più giovani – con una particolare sensibilità nel percepire e recepire la loro personale esperienza di fede e i loro itinerari di appartenenza ecclesiale. Per quanto riguarda la mia attività quotidiana di docenza presso l’Università di Flensburg, potrei concentrare la condizione attuale delle generazioni più giovani di credenti come quella di un vissuto della fede di fatto oramai post-ministeriale rispetto alla forma ancora in vigore nella nostra Chiesa. A questa condizione hanno concorso soprattutto due fatti: la diminuzione dei preti e l’accorpamento di comunità locali in unità pastorali più ampie – accompagnati da altre decisioni a carattere diocesano tese a diminuire i costi. Questo ha portato, direi inevitabilmente, ad aumentare la distanza fra la concreta esperienza della fede dei singoli e delle comunità locali con l’esercizio del ministero nella Chiesa.

Il venire meno del nesso fra esercizio del ministero e vissuto della fede mi sembra abbia ricadute decisive soprattutto sul primo; il secondo continua a esserci, inventandosi vie sorprendenti e inattese per darsi forma nel contemporaneo. E, in questo, rappresenta una risorsa di indubitabile valore non solo per ricalibrare la questione dei ministeri nella Chiesa, ma anche per pensarla in maniera inedita all’interno di una nuova congiuntura culturale ed ecclesiale. Non si tratta solo di un “arrangiarsi” stante la distanza o l’indisponibilità del ministero, ma di percorrere itinerari di apprendimento dell’essere cristiani nel mondo attuale che genera, di fatto, una ministerialità altra nel tessuto vitale delle comunità cristiane. Certo, ancora in divenire, dai contorni non pienamente decifrabili, ma in presa diretta con il concreto del vissuto.

Questa permanenza di una ministerialità diffusa e praticata, nella stagione del declino della forma del ministero esercitata quantomeno a partire dal concilio di Trento, mette in risalto come i ministeri ecclesiali non solo siano intrinseci al vissuto comunitario, ma anche il fatto che quest’ultimo ne è il luogo generativo vero e proprio. La fede concretamente vissuta genera ministero, ben oltre ogni formale riconoscimento da parte della Chiesa in quanto istituzione. Nelle generazioni più giovani non manca una preoccupazione per una cura responsabile della fede nel mondo occidentale contemporaneo; e, soprattutto, non manca una fantasia immaginativa per farsene carico laddove la forma tradizionale del ministero non arriva. Insomma, le generazioni post-ministeriali rappresentano una risorsa preziosa per la discussione in atto.

Non ascoltarle, non percepire le armoniche di un’intelligenza pastorale costruita sulla loro esperienza di fede, potrebbe rivelarsi un errore fatale non solo per la teologia, ma anche per la Chiesa tutta. Ed è qui, a mio avviso, che queste generazioni spiazzano il dibattito così come lo stiamo impostando in questo momento. Perché noi ci concentriamo ancora su questioni di forma direi, di condizioni di accesso al ministero (ordinato) nella Chiesa. Mentre loro, le nostre ragazze e i nostri ragazzi, vivono già con la loro fede in una condizione che è ben al di là di quello che noi discutiamo. Prendendosi cura della fede in modi certo inediti, ma proprio per questo importanti nel ripensamento dei ministeri stessi e del loro esercizio. Aspetti per noi centrali, sui quali si impernia anche il dibattito attuale, sono quasi irrilevanti per loro; con il rischio conseguente di mancare, proprio nel tentativo di rinnovamento, ancora una volta il vissuto concreto della fede.

Mentre è esattamente lì che dovremmo cercare i contorni di un ministero a venire per la Chiesa e le comunità cristiane. L’immaginazione pratica delle generazioni più giovani, vissute in condizione di post-ministero, può dare nuova linfa alla nostra riflessione pastorale ed ecclesiale. Un patrimonio da non disperdere, da ascoltare, da recepire nei suoi itinerari di vissuti umani nella luce del Vangelo di Gesù. Soprattutto perché non generano idee o ideologie intorno al ministero, ma un suo sorprendente esercizio nonostante distanza e assenza. Non abbiamo molto tempo per raccogliere questa sapienza credente delle generazioni post-ministeriali; e sta a noi dare a essa il debito rilievo pastorale e teologico.

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