Ministeri e cristianesimo battesimale

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Già Giuseppe Lazzati nel 1986 definiva “equivoco” il termine laico, al quale preferiva quello più incisivo di “cristiano”.[1]

La “struttura arretrata” – come l’ha definita A. Grillo – che a tratti emerge dal recente motu proprio Antiquum ministerium, in realtà manifesta un disagio notevolmente rimosso intorno alla recezione postconciliare. L’ormai nota ecclesiologia del popolo di Dio è caratterizzata infatti da «una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli nell’edificare il corpo di Cristo»[2].

I cristiani sono uniti dal sacerdozio battesimale prima di ogni differenziazione ministeriale, vocazionale e carismatica: soltanto a partire dalla loro identità sacerdotale – in relazione a Cristo sacerdote – e laicale – per l’impegno storico – sono costituiti nell’unico popolo di Dio. Essi appartengono al laòs, al popolo di Dio da cui il termine laico proviene[3]: l’indagine storico-letteraria infatti conferma l’arretratezza del dualismo clero-laicato che è emerso soltanto a partire dall’inizio del III sec., percorrendo un’accentuazione in senso fortemente clericale[4].

Pertanto, tutti i ministeri ecclesiali sono radicati nel sacerdozio battesimale: «Perché nessuno di noi è stato battezzato prete né vescovo: siamo stati tutti battezzati come laici e laiche»[5]. Ciascun ministero a cui un cristiano è chiamato non si oppone ipso facto ai ministri ordinati (diaconi, presbiteri e vescovi), bensì li affianca in una dinamica relazionale a servizio della crescita del Regno nella storia dell’umanità.

In tal senso l’istituzione di nuovi ministeri può essere letta come opportunità nella misura in cui cresce – in tutto il popolo di Dio – la consapevolezza che “la struttura arretrata” può riaffiorare anche in coloro i quali vivono i ministeri ecclesiali in maniera diversamente clericale!

È un rischio che emerge sia nel campo dei pronunciamenti morali, sia nel linguaggio e nei metodi catechetici, sia nella fuga dagli impegni sociali e politici e sia nel ritorno nostalgico a spiritualità disincarnate e settarie[6]. La valorizzazione dei nuovi ministeri passa attraverso la sfida di trasmettere la bellezza della chiamata genuinamente cristiana: né clericale né laicale.

Il momento storico del lockdown ci ha offerto l’occasione di diventare ecclesiali fuori dal circuito ristretto della Chiesa. Emblematica l’esperienza di numerose famiglie che, all’interno delle loro case, si sono riscoperte Chiesa a tutti gli effetti: secondo Paolo VI, la dimensione pratica del sacerdozio battesimale si sperimenta proprio all’interno delle relazioni familiari[7].

Il ministero degli sposi, infatti, ha subito una notevole mancanza di considerazione, provocando un «cristianesimo con scarsa valenza familiare»[8], per tale motivo la pandemia ci consegna la possibilità di passare da una trasmissione della fede, per così dire, clericale ad una più relazionale e familiare: «Il lavoro dei catechisti è valido, ma non può sostituire il ministero della famiglia»[9].

Non è questa l’occasione per recuperare con urgenza la mistagogia quotidiana della vita familiare in cui Dio è già presente in mille modi? Una fede distaccata dalle relazioni e dalla ferialità familiare rischia di apparire come qualcosa di inconsistente e retrogrado, lontano dalla simpatia evangelica di chi afferma: «“Diventa ciò che già sei”, anziché “Distruggi quel che sei stato finora”»[10].

Questa mistagogia che valorizza quello che già c’è consente di guardare al futuro della missione ecclesiale e non soltanto al passato e al presente. Come il ministero degli sposi integra ed esprime numerose dimensioni dell’universo umano (corporeità, affettività, sessualità) e spirituale, così la ministerialità futura necessita la riscoperta di forme relazionalmente strutturate, secondo la logica evangelica ispirata alla fraternità come annuncio del Regno di Dio.

Come la ministerialità ecclesiale degli sposi si fonda, sacramentalmente, sulla relazione di coppia, così altre possibili forme ministeriali sorgeranno a testimoniare la fraternità nella diversità richiamando il fatto che «la mediazione dell’altro, nella sua radicale alterità»[11], è indispensabile perché ci sia evento ecclesiale.


[1] G. Lazzati, Il laico, Roma 1986.

[2] Lumen gentium, 32.

[3] Cfr. G. Mazzillo, Popolo delle beatitudini, Bologna 2016, 174.

[4] R. Penna, Un solo corpo. Laicità e sacerdozio nel cristianesimo delle origini, Roma 2020, 118-124.

[5] Papa Francesco, Angelus, 11 ottobre 2020.

[6] In tale direzione sembrano scivolare alcuni gruppi e movimenti ecclesiali che – dopo il Concilio – si erano proposti di far fronte al rinnovamento dell’evangelizzazione e della pastorale diocesana.

[7] Paolo VI, Udienza generale, 11 agosto 1976. Così K. Rahner: «Questo stesso sì matrimoniale è una delle attuazioni fondamentali della Chiesa, perché essa in questo sì dei suoi membri rappresenta se stessa come mistero dell’unità tra Cristo e gli uomini», Chiesa e sacramenti, Brescia 1969, 108-109.

[8] D. Olivero, Non è una parentesi, Torino 2020, 22.

[9] A. Spadaro – S. Sereni, La Chiesa sulla frontiera. Intervista a mons. Mario Grech, nuovo segretario del Sinodo dei Vescovi, La Civiltà Cattolica 117(2020), 4.

[10] K. Rahner, Insegnamento conciliare della Chiesa e futura realtà della vita cristiana, 678.

[11] S. Dianich – S. Noceti, Trattato sulla Chiesa, Brescia 2015, 427.

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Un commento

  1. Salvo Coco 15 maggio 2021

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