Il parroco “deve” essere un prete

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L’Istruzione vaticana La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa¸ continua a suscitare in Germania tra i vescovi, e non solo, accese discussioni. Il card. Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, da cui è uscito questo documento, ha espresso la disponibilità della Congregazione a incontrare «a tempo opportuno» i vescovi tedeschi, se «essi lo desiderano» per un chiarimento.
Intanto si susseguono dichiarazioni e interventi. Qui riprendiamo, come ulteriore contributo a quanto già pubblicato, la riflessione a carattere teologico, scritta il 28 luglio scorso dal card. Paul Josef Cordes per l’agenzia americana CNA.
Il card. Cordes è nato il 5 settembre 1934. Ordinato sacerdote nel 1961, ricevette la consacrazione episcopale nel 1976. Nel 1980 Giovanni Paolo II lo chiamò a far parte in qualità di vicepresidente del Pontificio Consiglio per i laici. Come presidente dell’opera pontificia “Cor Unum” coordinò sul piano mondiale gli aiuti della Chiesa per le vittime delle catastrofi e diede anche un contributo decisivo all’enciclica “Deus caritas est” di Benedetto XVI. Nel 2007 entrò a far parte del collegio cardinalizio e nel marzo 2013 prese parte al conclave da cui risultò eletto papa Francesco. La traduzione è di Antonio Dall’Osto.

L’Istruzione vaticana del 20 luglio tratta problemi relativi alla parrocchia e alla pastorale. Ha un carattere prevalentemente giuridico e pratico ed è quindi scritta da un punto di vista canonico ecclesiastico. Ma, come sempre, anche questa volta una solida teologia offre al diritto canonico il suo carattere vincolante.

Tale rigore teologico non è da meno quando si parla dell’esclusione dei laici dalla direzione della comunità parrocchiale. Teologicamente è perciò fuori luogo il gran mormorio nell’episcopato tedesco nei riguardi di questo chiarimento. Esso poggia su un solido fondamento di fede.

A causa della confusione suscitata da pastori consacrati e laici è opportuno ricordare, almeno nei punti salienti, la dottrina al riguardo.

Vaticano II

Nel nostro tempo, il Vaticano II ha spiegato il suo fondamento biblico e ci ha offerto il profilo teologicamente affidabile del ministero.

«La funzione dei presbiteri, in quanto strettamente vincolata all’ordine episcopale, partecipa dell’autorità con la quale Cristo stesso fa crescere, santifica e governa il proprio corpo. Per questo motivo il sacerdozio dei presbiteri… viene conferito da quel particolare sacramento per il quale i presbiteri, in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, capo della Chiesa» (Presbyterorum ordinis. 2).

Questo testo centrale orbita attorno al fondamento di fede dell’ufficio sacerdotale. La base è stata posta quando il candidato ha ricevuto il sacramento dell’ordine. Inoltre questo paragrafo àncora tutto l’agire sacerdotale sull’unica radice abilitante: Cristo è il vero sacerdote. In questo modo, la fede cattolica garantisce al popolo di Dio non più un funzionario, ma Cristo stesso che è l’autore dell’evento salvifico. Egli è in maniera definitiva il vero Auctor ministerii. 

Una tale garanzia non può essere ignorata in tutte le speculazioni strutturali riguardanti la Chiesa. Altrimenti viene oscurata la verità secondo cui soltanto Cristo dona tutta la fecondità al suo agire. Il decreto vaticano scorge quindi il rapporto con Cristo operato dallo Spirito «in un’impronta speciale dovuta all’unzione dello Spirito Santo»; questa rende i consacrati «sacerdoti configurati a Cristo così che essi possono agire nella persona del capo che è Cristo».

S. Agostino designa il dono della grazia così concessa con un’espressione tratta dal linguaggio militare – Sphragis –, un sigillo di appartenenza, impresso con il sacramento dell’ordine. Come segno efficace di salvezza esso stabilisce una relazione qualificante con Cristo che «si distingue – non solo di grado ma di essenza (LG 10) – dal rapporto con Cristo dei battezzati». In questo dono risiede la specificità ministeriale del sacerdote.

La qui citata definizione conciliare del sacerdote non comincia sorprendentemente dalle sue singole attività. L’esistenza sacerdotale non si esaurisce nella presidenza della celebrazione eucaristica. Si manifesta in molti altri modi. Se uno vuole conoscere l’ufficio ministeriale spirituale, deve indagare teologicamente il suo aspetto esterno empirico percepibile e penetrarlo in una dimensione di fede. Perciò nel generale “agire in persona Christi” si trova l’espressione migliore per comprendere l’aspetto esterno del servizio sacerdotale.

Questo modo di dire non misconosce il campo dell’attività del sacerdote. Piuttosto la descrive solo in forma generale. Infatti non sono le singole attività a costituire l’identità del sacerdote. La sua caratteristica si basa piuttosto nel suo “essere”, nella sua relazione particolare con Cristo attuata dallo Spirito. Solo un tale radicamento conferisce al servizio sacerdotale la sua unicità.

Il triplice ufficio

La griglia della sociologia rende giustizia soltanto alla superficie dell’ufficio sacerdotale. I correnti annunci di lavoro dell’Agenzia federale non lo considerano nemmeno; non entra nella rubrica dei giornali “Offerte di lavoro”. E, siccome l’opera della salvezza di Dio rimane preclusa alle categorie della società, è sbagliato stabilire, umanamente parlando, una delle attività rappresentative del sacerdozio, per esempio quella di guida della comunità, come munus ecclesiastico isolato.

Perciò non soltanto una discutibile profanizzazione dell’ufficio ecclesiastico contrasta con l’idea di mettere dei laici alla guida delle comunità. Questa proposta diventa inoltre inconsistente se si considera la dipendenza spirituale delle tre attività sacerdotali singolarmente prese. I munera docendi, sanctificandi e regendi hanno certo i loro modi caratteristici di esprimersi, ma non sono autarchici. Teologicamente sono inseparabili l’uno dall’altro così che – isolati – perdono la loro efficienza spirituale. Una breve parentesi può servire da chiarimento.

La dipendenza l’uno dall’altro dei tre uffici è già presente in Giustino martire († 165). In lui si trova il teologumeno del munus triplex Christi”, in seguito accolto da Lutero, da M.J. Scheeben e dal Vaticano II. Con questa espressione si sprime non solo l’inseparabilità dei tre uffici. L’affermazione del loro specifico radicamento in Cristo richiama il sacramento dell’ordine e conferma il nostro ragionamento.

La connessione dei munera è ovvia: il “servizio della Parola” prepara alla celebrazione del sacramento. Questi “segni della fede” presuppongono che la fede sia stata risvegliata dall’annuncio. Ambedue i servizi sono talmente dipendenti l’uno dall’altro che i teologi hanno chiamato il sacramento un “Segno fatto Parola”. Nel compimento di entrambe le mansioni, il sacerdote contribuisce alla creazione della comunità, dell’Oikonome. I sacramenti e l’annuncio sono perciò i due cardini del suo munus regendi. Non è l’esorbitanza clericale a vincolare il servizio di guida al sacramento dell’ordine.

Chi accetta il Vaticano II come direttiva teologica, può leggervi: «Per questo ministero, così come per le altre funzioni, viene conferita al presbitero una potestà spirituale, che è appunto concessa ai fini dell’edificazione» (Presbyterorum ordinis n. 6).

Particolarmente utili nel paragrafo qui citato sono due riferimenti alla Seconda Lettera ai Corinzi (10.8s e 13.10). In essi Paolo insiste sulla sua autorità, datagli dal Signore. Rivendica un munus regendi e, con exousia, riprende il concetto che il Signore ha usato per gli Undici prima del suo ritorno al Padre. Ma Paolo non riceve questo dono come una facoltà manageriale e meno ancora come potere disciplinare. Gli viene dato da Dio come Oikonome – un concetto che va ben oltre la responsabilità organizzativa. C’è in esso un profondo significato storico-salvifico; riguarda l’attuazione del piano di salvezza di Dio (Ef 1,10) e la realizzazione del mistero finora nascosto di Dio (Ef 3,9).

Certo è deplorevole che i sacerdoti nella loro debolezza siano rimasti spesso lontani da questa alta richiesta teologica. Per questo anche i buoni cristiani vogliono “rompere il monopolio clericale”. Ma chi garantisce che questi mandatari non ordinati – una volta incaricati – non abuserebbero delle loro competenze?

L’oblio di Dio

Il Codice di diritto canonico sottolinea: «Nel caso che il vescovo diocesano, a motivo della scarsità di sacerdoti, abbia giudicato di dover affidare a un diacono o a una persona non insignita del carattere sacerdotale… l’esercizio della cura pastorale di una parrocchia, costituisca un sacerdote al quale, con la potestà e la facoltà di parroco, sia il moderatore della cura pastorale» (can.17.2).

Il clericalismo qui non c’entra. Anche se i problemi organizzativi delle strutture pastorali, oggi meno che mai, devono essere messi da parte: la guida della comunità è resa possibile in forza della relazione con Cristo che deriva dal sacramento dell’ordine. Essa è attestata notoriamente nel Nuovo Testamento e nella storia della Chiesa. La Chiesa e le sue istanze non possono attribuire il potere di guida di loro autorità. Chi ignora questo fondamento teologico d’amore della guida nel sacramento nell’ordine, opera un processo di secolarizzazione della Chiesa e favorisce il noto e deplorevole moderno «oblio di Dio» (Benedetto XVI).

Nota bene

Se i vescovi cattolici per la guida della comunità parrocchiale vogliono rinunciare al sacramento dell’ordine non solo diffondono un errore teologico, ma segano il ramo su cui sono seduti; anzi effettuano una specie di automutilazione. Una volta che la potestà di guida non viene più derivata sacramentalmente da Dio, cessa di esistere il fondamento di tutte le Oikonome della Chiesa e vien meno la sua autorità spirituale.

Ciò che falsamente viene rivendicato per il grado inferiore dell’ordine sacerdotale, si applica anche al grado superiore dello stesso sacramento. Di conseguenza non solo i sacerdoti, ma tutti i responsabili della Chiesa sarebbero delegittimati. In nome di chi parlerebbero allora i vescovi – in nome del loro titolo accademico; di quello del Capitolo della cattedrale che li ha scelti?

Nemmeno la communio episcoporum farebbe da copertura alla loro autorità, perché essi appartengono ad essa in forza della loro consacrazione.

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Un commento

  1. Don Adriano Bregolin 7 agosto 2020

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