Chi ha paura dei diaconi?

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Come ho già tentato di chiarire in diversi post di questo blog, dedicati alla comprensione della “mens” del pontificato di papa Francesco, mi pare che le recenti “aperture papali” sulla esigenza di un approfondimento sul tema del “diaconato femminile” mettano in luce una “differenza di approccio al magistero” che potrebbe sfuggire alla comune considerazione e sulla quale vorrei richiamare la attenzione. In particolare vorrei sussumere questo “caso” in una casistica più ampia, per la quale il magistero degli ultimi 25 anni, progressivamente, ha assunto un atteggiamento sempre più difensivo, arroccato e diffidente verso ogni possibile novità nell’esercizio della autorità ecclesiale. Così, attraverso un duplice comportamento – che potrebbe apparire quasi contraddittorio – ossia mediante una “inflazione” e insieme una “autonegazione” del magistero, l’esercizio della autorità ha teso a confermare semplicemente se stesso, con stile apologetico e comprensione ottocentesca, progressivamente riducendo l’impatto delle novità del Concilio Vaticano II.

Questo è accaduto sui temi della morale sessuale, della rilevanza della coscienza, del ministro della unzione dei malati, del sacerdozio femminile e… del diaconato.

Come immunizzarsi dal diaconato

Analizziamo rapidamente gli sviluppi degli ulti 20 anni:

a) Nel 1998 papa Giovanni Paolo II fece propria una decisione assunta dalla Congregazione per la dottrina della fede – il cui prefetto era J. Ratzinger – mediante la quale corresse il n. 1591 del CCC, rileggendolo restrittivamente, e soprattutto creando una “categoria ex novo” che permetteva una drastica separazione, all’interno dell’ordine sacro, tra presbiterato e episcopato, da una parte, e diaconato, dall’altra. Il prezzo pagato per questa “operazione difensiva” era la incrinatura dell’unità del ministero ordinato, per difendere episcopato e presbiterato dalla novità diaconale.

b) Nel 2009, recependo un’indicazione di Giovanni Paolo II, papa Benedetto, continuando la medesima traiettoria che aveva suggerito come prefetto 11 anni prima, modificò anche il CJC, ai canoni 1008-1009, integrando il testo in analogia con il catechismo e riducendo drasticamente la comprensione del “diaconato” nella Chiesa latina, escludendone la rappresentanza nelle azioni in nome di Cristo capo, e offrendo una lettura riduttiva delle competenza in rapporto alla liturgia, alla parola e alla carità.

La figura del diacono, che emerge da questa rilettura, è profondamente ridimensionata e separata diremmo per principio dall’esercizio effettivo della autorità ecclesiale. Ma questa operazione, di fatto, mira ad una regresso alla condizione di “gestione della autorità” tipica della Chiesa pre-conciliare. Nella quale l’esercizio della autorità ecclesiale non veniva alterato da “nuove competenze” in capo a soggetti che, pur appartenendo al “clero”, possono oggi essere stabilmente uxorati e, domani, esse stesse “uxores”!

Un ripensamento di fondo

Ora, il dibattito apertosi nelle scorse settimane, intorno alla possibilità di studiare una ammissione delle donne al grado del diaconato, dovrebbe suscitare una riflessione almeno su tre livelli della questione, determinando una reazione a questa “piega nostalgica” assunta dal magistero ecclesiale negli ultimi 20 anni.

a) la comprensione sistematica del ministero diaconale

La soluzione catechistica e canonica predisposta negli ultimi 20 anni potrebbe vantare la pretesa indiscutibile tipica di una “teologia d’autorità”. Se il catechismo e il codice dicono una cosa, chi potrà dire qualcosa di diverso? Ma catechismo e codice non sono al vertice dell’autorità. La ragione e la fede hanno ancora qualcosa da dire a tale proposito. Ad esempio, possono osservare che un “ministero della Parola” – riconosciuto al diacono – difficilmente può essere tenuto al riparo di una “azione in persona Christi (capitis)”. Lo stesso vale anche per la liturgia e per la carità. Chi presiede al culto e chi anima la carità esercita anche un ruolo autorevole e un magistero… proprio nell’essere radicalmente servo. Essere “Cristo capo” e “Cristo servo” non possono non suonare, anche e necessariamente, come sinonimi. Aver tentato non di distinguere, ma di separare definitivamente la conformazione a Cristo capo da quella a Cristo servo è una “svista dogmatica” molto pesante, e alla quale dovremo rimediare. Catechismo e codice sono qui sprovvisti di una base sistematica all’altezza della tradizione. La differenza classica tra “sacerdotium” e “ministerium” sopporta molte traduzioni dottrinali, disciplinari e canoniche diverse, di cui quella oggi vigente è sicuramente tra le meno felici.

b) ordine e matrimonio in simbiosi

Un secondo punto importante, che deriva dalle nuove acquisizioni conciliari, consiste nell’aver “mescolato le carte” nel modo di pensare il rapporto tra ordine e matrimonio. Avevamo una rappresentazione dell’autorità riferita ai celibi e un immaginario della obbedienza riferita alle famiglie. Oggi riconosciamo apertamente una “autorità familiare”, ma facciamo ancora fatica a pensare la “autorità ecclesiale” nel contesto di comunione di una vita familiare. Le famiglie dei diaconi uxorati sono un caso classico di “nuova realtà”, complessa e ricca. Ovviamente, purché si possa ancora pensare che un “diacono uxorato” abbia ancora a che fare con l’esercizio della autorità. La ricostruzione clericale che dal 1998 ha modificato prima il CCC e poi il CJC va esattamente nella direzione opposta. Sembra proprio voler escludere che questa “novità” possano essere interpretate come “autorevoli”.

c) genus diaconale et genus fœminile

Ciò che abbiamo detto viene ulteriormente arricchito dalla ipotesi – sottoposta come eventualità da studiare – di un accesso al diaconato riconosciuto anche alle battezzate. Questo terzo livello della questione, che simbolicamente appare assai rilevante, suppone tuttavia un adeguato lavoro sui primi due livelli, che accompagni e prepari il terzo. Chi mai sarebbe veramente interessato alla promozione della donna al riconoscimento ufficiale di “sacrestana di serie B”? Una discussione seria sul “diaconato femminile” dovrebbe anzitutto rimuovere gli ostacoli ad una comprensione sistematica e ad una lettura “anche non celibataria” del diaconato tout-court.

Deprecabile confusione o meravigliosa complicatezza?

È utile ricordare che il motu proprio del 2009, che ha modificato in senso restrittivo la normativa del CJC è motivato dal «bisogno di evitare la confusione». È significativo che la “chiarificazione” sia stata concepita e “assicurata” da una rigida sterzata verso il passato. La confusione sembra poter essere evitata solo “tornando indietro”. Papa Francesco, sembra muoversi secondo un altro avviso. Non si spaventa né della discussione, né della “complicatezza”. È la realtà che si presenta con una “complicatezza” che, nelle sue stesse parole, appare non preoccupante o “vitanda”, ma “meravigliosa”!

Un esercizio dell’autorità nella Chiesa, che non sia contaminato né dalla esperienza matrimoniale (del diaconato permanente uxorato già possibile) né dalla differenza sessuale (di diaconi donne possibili in futuro) non merita proprio di essere concepito solo a condizione di essere esautorato. Il titolo del motu proprio  che realizzava nel 2009 questo obiettivo arretramento si intitolava Omnium in mentem. Già allora, ma ancora più oggi, possiamo riconoscere nel titolo del documento quella tipica sovrabbondanza di retorica ecclesiastica, che attribuisce temerariamente a tutti la “intenzione” e il “timore” di pochissimi. E che confonde la autoreferenzialità ecclesiale con la fedeltà alla tradizione. In una Chiesa in cui l’esercizio della “vera autorità” sia mantenuto soltanto nel piccolo e corto circuito della esperienza di “maschi celibi”, nessuna “amoris lætitia” può essere presa veramente sul serio. La riforma del CCC e del CJC degli ultimi 20 anni è la vera causa della indifferenza con cui diversi ambienti clericali snobbano Amoris lætitia. Questa indifferenza deve essere superata, perché è il segno di una grave paura ecclesiale e di una paralisi nell’esercizio della autorità. Riconoscere l’autorità delle famiglie e delle donne è l’unica via per restare fedeli alla tradizione, rinunciando ad ogni ipotesi di trasformare la Chiesa in un museo a numero chiuso.

Un discernimento di nuovo possibile

Nel documento della Commissione teologica internazionale del 2002 si chiudeva la lunga e profonda trattazione dedicata al “diaconato” con una valutazione dell’ordinazione delle donne al diaconato che così suonava: «spetterà al ministero di discernimento che il Signore ha stabilito nella sua Chiesa pronunciarsi con autorità sulla questione». I provvedimenti che hanno preceduto e seguito questa affermazione hanno teso, piuttosto, ad “escludere ogni discernimento”, superandolo mediante un ridimensionamento “originario” della comprensione del diaconato, quasi espungendolo dallo stesso “ordine sacro”.

Credo che non sia casuale che papa Francesco, che ha appena reintrodotto nel sacramento del matrimonio una “logica di discernimento” per affrontare le questioni della vita familiare, possa ricorrere domani alla stessa logica per arricchire l’esperienza ministeriale della Chiesa cattolica. Il discernimento, però, non sarà semplicemente una “strategia di inclusione”, ma anche una mediazione preziosa e paziente per valorizzare la “differenza” di un ministero ordinato non solo “attribuito ad una donna”, ma che “può essere caratterizzato da uomini e donne sposati” e che arricchisce la esperienza comune del ministero episcopale e presbiterale.

Abbiamo bisogno di discernimento, in altri termini, per pensare sistematicamente il “terzo grado” del ministero, per renderlo compatibile con il matrimonio e per riferirlo ad un soggetto femminile. Dopo un magistero che ha preferito superare ogni possibile discernimento esercitando l’autorità anche contro ogni evidenza – barricandosi catechisticamente e canonisticamente nell’unica evidenza sopportabile, ossia quella autoreferenziale – una stagione di esercizio dell’autorità nel discernimento può permettere alla Chiesa di superare quella rigidità che spesso nasce dalla paura e dal pregiudizio.

Famiglie e donne saranno la cura di questa malattia del diaconato che non è mortale, anche se è maschile.


Pubblicato il 28 maggio 2016 nel blog: Come se non

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