Il prete nella città degli uomini

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Martedì 24 novembre 2020, presso l’Istituto Veritatis Splendor di Bologna, si è tenuto il convegno (online) dal titolo “Il prete nella città degli uomini (anche nella pandemia)”, organizzato per la Chiesa di Bologna dal “Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica” in occasione della Giornata 2020 di sensibilizzazione per il sostentamento del clero.

Poco più di un’ora e mezza di incontro, tanto è bastato per entrare, con interventi brevi, nel tema del prete come soggetto che si trova a operare in mezzo alle donne e agli uomini delle nostre città, travolte dalla pandemia. Quest’ultima, con la conseguente crisi socio-economica, ha fatto emergere la figura del prete con una luce particolare come punto di riferimento sia per la comunità ecclesiale dei fedeli sia per la comunità civile (Varone), mostrando, al contempo, la fame di pane/lavoro e di futuro (Zuppi).

Tante cose sono cambiate in questi mesi e tante ancora cambieranno; da qui l’utilità di fare il punto della situazione, con attenzione particolare a come le comunità dei fedeli sono chiamate a prendersi cura del prete.

Quali sono, attualmente, le forme del sostentamento dei sacerdoti? E come può essere sostenuta, aiutata e valorizzata, la figura del prete che, con il suo lavoro quotidiano, contribuisce in maniera incisiva alla costruzione della città degli uomini? Quali sensibilità e ruoli competono alle comunità dei credenti?

Sono queste le domande che la Chiesa bolognese si è posta, facendo proprie le sollecitazioni della Giornata nazionale delle offerte, messa in calendario dalla Conferenza episcopale italiana per domenica 22 novembre.

La firma dell’otto per mille è, e resta, il pilastro portante del sostentamento del clero, unitamente alle erogazioni liberali fiscalmente deducibili. Da questo Fondo vengono anche attinte le risorse per le opere di culto, per la carità e per l’edilizia dei beni cultuali.

Nonostante i suoi trentacinque anni di storia, tale sistema di sovvenire resta, però, in buona parte, oscuro anche a molti fedeli. Dobbiamo essere in grado – dice Zuppi – di riportare questi temi dall’indifferenza che pare attanagliarli all’assunzione di una responsabilità personale.

Nascendo dal cuore e dalla mente (Varone), il sovvenire alle necessità della Chiesa include, di necessità, un dialogo tra istanze religiose e istanze laiche: le prime trovano nella figura del prete il loro punto di confluenza più tangibile, le seconde prendono in carico il dialogo articolato con le richieste di una società laica di cui il prete deve imparare a decifrare e a conoscere i linguaggi.

Non basta – sottolinea Dionigi – la solidarietà, se questa non si alimenta di una cultura capace di leggere i segni dei tempi; e, date le scelte forti che caratterizzano il prete, egli è chiamato ad una formazione personale secondo i modelli di alcuni preti della carità come, per esempio, padre Marella e Paolino Serra Zanetti, ma anche Dossetti e Sturzo, uomini di profonda e solida formazione culturale. Tanta cultura per altrettanta carità!

Il passaggio dalla prima secolarizzazione (fine XIX e inizio XX secolo) alla seconda, segnata dalla globalizzazione e dalla terza e quarta rivoluzione industriale, è un momento chiave – come ha illustrato Zamagni – che caratterizza ancora il tempo presente, in quanto afferma e diffonde il Italia la mentalità dell’individualismo libertario.

La sua più tangibile conseguenza è il progressivo venir meno di quella dimensione comunitaria costitutiva della dimensione intrinsecamente politica (polis) del vivere comune. Molte forme di smarrimento esistenziale, di frustrazione e di solitudine sembrano affondare le loro radici nella perdita di un orizzonte condiviso, e perciò di un destino comune. Impegnarsi nella ricostruzione dei nessi comunitari è, in tempi come i nostri, una priorità del ministero sacerdotale.

E se, alla comunità dei fedeli, spetta il compito di prendersi cura del prete attraverso forme concrete, prima fra tutte quella del suo sostentamento, la società tutta intera è chiamata a praticare una sorta di “benedicenza”, un linguaggio, cioè, che, sfuggendo al fascino di una narrazione torbidamente attratta dalle forme perverse di una generale disgregazione, sia capace di riconoscere e di raccontare legami sociali generanti un’autentica vita buona.

Stare dentro la città è per il prete stare dentro il dolore. Far nascere una parola di speranza implica imparare i linguaggi di questo tempo, capire a fondo le strutture sociali, in primo luogo quelle derivanti da un rapporto ormai consunto tra pubblico e privato. E rimettere in circolo parole – come comunione e speranza – delle quali la storia consegna al prete una responsabile titolarità.

Da sola la generosità non basta: anche la stessa pandemia può essere superata guardando oltre, avanti, insieme, con umiltà (Zuppi).


Il convegno è stato introdotto e coordinato dal dr. Giacomo Varone, responsabile del Servizio promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica – Arcidiocesi di Bologna; moderatore, il dr. Michele Brambilla, direttore QNIl Resto del Carlino. Hanno dialogato sul tema: il prof. Ivano Dionigi, presidente della Pontificia accademia di latinità, già Magnifico Rettore dell’Università degli studi di Bologna; il prof. Stefano Zamagni, presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali, prof. ordinario dell’Università degli studi di Bologna e il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna. Il convegno è disponibile sul sito della diocesi di Bologna.

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