Prete oggi: quale identità?

di: Andrea Lebra

Ho letto con grande interesse la seconda edizione di Essere prete oggi – Meditazioni sull’identità del prete.[1] Ne è autore Giovanni Ferretti, professore emerito di filosofia teoretica all’università di Macerata e di teologia alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale (Milano e Torino), presbitero della chiesa torinese, 84 anni magnificamente portati. Un autore che, da alcuni anni, ci sta regalando preziosi saggi che, ai confini tra teologia e filosofia, cercano di tradurre fondamentali aspetti della fede cristiana nei termini e nei modi di pensare del nostro tempo.[2] Un maestro, che fa parte di quella categoria di guide spirituali capaci di ravvivare la questione di Dio nel nostro tempo e di rendere non solo credibile ma soprattutto amabile la proposta cristiana di vita, essendo guidato dalla profonda convinzione che oggi educare alla fede significa affascinare piuttosto che indottrinare.

Ferretti ritiene che «siamo in un periodo di passaggio da una forma tradizionale consolidata di prete ad una forma nuova, diversa, di cui avvertiamo l’urgenza ma che non abbiamo ancora bene identificato» (pp. 113-114). Ciò in quanto vari aspetti del contesto culturale odierno – dall’indifferentismo religioso alla secolarizzazione in versione post-moderna, dall’individualismo libertario alla crisi dell’umano – hanno irrimediabilmente messo in discussione la figura storica di «prete tridentino» formatosi nei paesi cattolici in regime di cristianità diffusa.

Nell’intento di contribuire, anche alla luce del magistero di papa Francesco, a delineare questa «nuova forma» di servizio presbiterale, l’autore individua l’identità di prete diocesano in quattro fondamentali relazioni: «uomo di Dio», in relazione con il Dio di Gesù Cristo; «apostolo del Vangelo», in relazione con i gesti, le parole, la vita di Gesù di Nazaret; «pastore della comunità cristiana», in relazione con la Chiesa; «mediatore tra Dio e gli esseri umani», in relazione con il mondo umano nel suo complesso. E si augura che la riflessione proposta sull’«identità relazionale» del prete diocesano possa essere di utilità anche «ai laici e ai religiosi» che gli sono accanto «con simpatia e amicizia, radicati nella comune partecipazione del ministero sacerdotale, profetico e regale di Cristo» (p. 10) e nella speranza di una migliore reciproca conoscenza proiettata al «lavorare insieme a servizio del Signore Gesù» (p. 14).

«Uomo di Dio»: ma di quale Dio?

Quando si vuole parlare bene di un prete si dice: «quello è veramente un uomo di Dio». Cioè una persona che vive del dialogo con Dio in quanto abitato e abitante la sua Parola e che dà testimonianza dell’esperienza vivificante di Dio nella sua vita, facendo vedere in concreto che cosa essa significhi «in termini di gioia e serenità interiore, di pungolo al bene, di fiducia nella vita, di apertura e sensibilità di cuore, di dedizione disinteressata, di umanità profonda» (pp. 16-17). Soprattutto, in termini di autenticità di vita. «Ove per autenticità s’intende la coerenza tra l’interno e l’esterno, la corrispondenza dell’apparire con l’essere, la capacità di esprimere ciò che effettivamente si sente e si vive» (p. 125).

Nei confronti degli uomini e delle donne della modernità, spesso indifferenti, l’identità del prete in quanto «uomo di Dio» si gioca oggi essenzialmente in relazione alla questione di «quale Dio» egli testimonia o annuncia o, più in profondità, di «quale Dio» egli vive.

Quale Dio il prete oggi deve cercare, vivere, testimoniare, annunciare?

Apparentemente la risposta è facile: il Dio di Gesù Cristo, cioè il volto di Dio, così come ce lo ha rivelato Gesù (Gv 1,18): un volto purificato «da tutte le ambiguità e i fraintendimenti cui è stato sottoposto» nel corso della storia dell’occidente cristiano (p. 22).

Ma in realtà «penetrare la profondità del mistero di Dio rivelatosi in Cristo è compito inesauribile, che ogni epoca e ogni persona devono sempre riprendere anche per scoprirne la perenne fonte di novità e di rinnovamento in nuovi contesti storici» (pp. 129-130).

Sull’esempio di Gesù, il prete deve avvertire l’urgenza di «disambiguare la figura arcaico-sacrale di Dio, eliminandone la faccia numinosa tremenda e violenta e annunciandone con gioia l’esclusiva faccia di amore, di benevolenza e di misericordia per tutti» (p. 131).

L’invito di papa Francesco a riscoprire nella misericordia il «cuore del Vangelo»[3] o la «manifestazione più luminosa della verità di Dio»[4] non va inteso «come un banale fervorino, ma come la delineazione dell’orizzonte oggi più adeguato per una effettiva evangelizzazione nuova, che alla luce del volto misericordioso di Dio sappia reinterpretare tutti gli elementi della fede e della prassi cristiana» (pp. 131-132).

“Apostolo di Gesù Cristo” e testimone della gioia del Vangelo

Per il prete essere in relazione esperienziale con Dio significa essere in particolare relazione con Gesù Cristo. «Uomo di Dio» significa indissolubilmente essere anche – come direbbe Paolo nella lettera ai Romani – a servizio esclusivo di Gesù Cristo (suo «servo/schiavo») e «apostolo del Vangelo» (Rm1,1) da proclamare «ad ogni creatura (Mc 16,15), alla maniera di Gesù di Nazaret «mandato ad annunciare il Vangelo del regno di Dio anche alle altre città» (Lc 4,43). Cioè a portare a tutti – anche a chi non viene in chiesa, o vi viene raramente, o non vi viene più, agli indifferenti, ai contrari, ai lontani (p. 39) – «il Vangelo del regno di Dio, a comunicarlo con la parola e la testimonianza della vita come salvezza dell’uomo, di tutti gli uomini» (p. 132).

Al prete è affidato il decisivo compito di riscoprire e aiutare a riscoprire quanto la parola di Dio sia un «lieto annuncio» anche per gli uomini e le donne d’oggi, «cioè una parola in grado di illuminarne e farne fiorire l’esistenza, liberandola da tutto ciò che ne impedisce il pieno dispiegamento» (p. 44).

Per Ferretti, «bisogna avere il coraggio di declinare il termine tradizionale di salvezza (dal peccato, dalla perdizione eterna…) nei termini di fioritura dell’umano, in tutte le sue dimensioni» (p. 44). Alla luce del principio della «gerarchia delle verità», l’annuncio del Vangelo oggi deve concentrarsi sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e, allo stesso tempo, più necessario[5] (p. 134 e p. 138).

Il contenuto dell’evangelizzazione, come non si stanca di ripetere papa Francesco, è un annuncio di gioia («Evangelii gaudium = la gioia del Vangelo), è un’ offerta di gioia,[6] una condivisione di gioia,[7] che «tende implicitamente, e di fatto, anche a contrastare o ribaltare quella visione sacrificale della vita cristiana che considera il cristianesimo anzitutto come sacrificio, croce, mortificazione dell’uomo, rinuncia. Una visione che ha provocato – soprattutto nella modernità – l’accusa al cristianesimo di essere causa di alienazione per l’uomo; e ha motivato in Occidente l’abbandono della fede cristiana da parte di molti battezzati» (pp. 135-136).

Secondo lo stile del “Buon Pastore”

A ben vedere, chiamati ad essere uomini e donne di Dio nonché testimoni della gioia del Vangelo sono tutti i cristiani e non solo i preti. Non ogni cristiano, però, è chiamato ad essere pastore della comunità cristiana.

Qualifica specifica dell’identità del prete è quella dell’essere «pastore» della comunità cristiana, alla maniera e alla sequela di Gesù, il «Buon Pastore» per antonomasia (Gv 10,3), che conosce ad una ad una le sue pecore e chiama ciascuna per nome (p. 69).

Compito primario e specifico del prete-pastore è radunare la comunità cristiana attorno alla parola di Dio, facendo Chiesa attraverso l’ascolto e la lettura, personale e comunitaria, della parola di Dio (p. 70), «con la chiara avvertenza che la parola di Dio non è tanto la lettera della Scrittura – letta, studiata o insegnata come tale – quanto la parola con cui Dio parla alle coscienze umane attraverso la lettera della Scrittura meditata, pregata e applicata alla situazione concreta delle persone e delle comunità» (p. 147).

In quanto «pastore» di una comunità, il prete è investito di autorità. La forma di autorità più adeguata allo stile del «Buon Pastore» è quella suggerita anche da una riflessione sull’etimologia della parola. “Autorità” deriva da augeo, da cui anche auctor (autore), chi ha la capacità di far spuntare qualcosa di nuovo e vitale da un terreno fertile, chi porta all’esistenza, chi fa sbocciare e crescere altre persone aprendo loro nuovi orizzonti e rendendole a loro volta «autorità» responsabili. Il tutto alla maniera di Gesù, le cui parole e la cui prassi aprivano nuovi orizzonti su Dio e sull’essere umano, trasformando le persone, facendole rinascere e fiorire, generando discepoli e discepole capaci di parlare e di agire come Lui (p. 74).

Il ministero di presidenza o di guida della comunità del prete non può mai esercitarsi in modo fruttuoso come impresa di uno solo. Esso consiste nel fare in modo che ogni persona battezzata partecipi alla missione della Chiesa (p. 76) e implica riconoscere effettivamente e stimolare concretamente la corresponsabilità di tutti i cristiani all’interno di una Chiesa sinodale che mette al bando ogni forma di clericalismo (pp. 150-151). Chiesa che è capace di comporre in «diversità riconciliata» la pluralità di teologie, di sensibilità, di aspettative, di prassi pastorali in essa presenti nella consapevolezza che – come non si stanca di ripetere papa Francesco – l’unità deve sempre prevalere sul conflitto[8] e che, peraltro, un linguaggio perfettamente ortodosso può anche correre il rischio di comunicare un falso Dio o un ideale umano non veramente cristiano[9] (pp. 155-156).

Radicato profondamente nell’umano

Sull’esempio di Gesù Cristo che – come afferma la lettera agli Ebrei – per diventare degno di fede nelle cose che riguardano Dio e per espiare i peccati del popolo si è reso «in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,17), il prete, mediatore in senso analogico tra Dio e gli esseri umani (p. 86), è chiamato a immergersi nell’umano fino a tal punto di comprensione e simpatia da vibrare all’unisono con le angosce e le sofferenze, le gioie e le speranze degli uomini e delle donne di oggi (p. 87).

Se non è umano e pienamente umano, il prete non è credibile quando parla di Dio e annuncia il Vangelo. Se non è umano, pienamente umano, il prete corre il rischio di veicolare – mediare – una figura di Dio disumano e repressivo dell’umano, «che non può che apparire come falsa, ingannatrice, idolatrica e quindi per nulla credibile e convincente, soprattutto oggi» (p. 88).

«Che tipo di ricchezza in umanità è richiesta al prete perché possa svolgere oggi, in modo credibile, la sua funzione di mediazione del Vangelo di Cristo?» (p. 88).

Certo «una ricchezza di umanità che si acquisisce con la pratica di alcune virtù umane fondamentali, quali l’onestà, la sincerità, l’affidabilità, la schiettezza, il senso della giustizia e della legalità, il posi con disinteresse al servizio del bene comune, la capacità di entrare in rapporti sani e cordiali con tutti, con simpatia e comprensione, e quindi con la grande dote di saper creare comunione e non divisione tra le persone» (p. 89). Ma al prete, che voglia essere «degno di fede nelle cose che riguardano Dio» (Eb 2,17), è richiesta «la testimonianza di quel di più in umanità che si è manifestata nell’umanità di Gesù, quale ci è narrata nei Vangeli» (p. 90), come la compassione, e la cura per ogni sofferenza, la libertà da ogni norma o consuetudine in contrasto con il bene dell’essere umano, l’accoglienza rispettosa di ogni persona, il profondo e intimo rapporto con Dio la cui trascendenza traspare concretamente nell’umanità sofferente con la quale «si è fatto per sempre solidale» (p. 104).


[1] Giovanni Ferretti, Essere prete oggi – Meditazioni sulla identità del prete, Seconda edizione, Editrice Elledici, Torino 2017. La prima edizione del 2009 era composta dalle meditazioni tenute per quattro dei ritiri spirituali mensili del clero torinese. Alla nuova edizione è aggiunta una stimolante appendice, a mo’ di “una ripresa otto anni dopo” dei tratti di fondo delle quattro meditazioni originarie, che ha il pregio di tener conto dei mutamenti culturali ed ecclesiali intervenuti dal 2009 ad oggi (in particolare la maggiore consapevolezza del fenomeno della secolarizzazione e della globalizzazione e, soprattutto, la novità del magistero di papa Francesco).
[2] Giovanni Ferretti, Essere cristiani oggi – Il “nostro” cristianesimo nel mondo secolare, Editrice Elledici, Leumann Torino 2011 (ristampa, 2017); Giovanni Ferretti, Il Grande compito – Tradurre la fede nello spazio pubblico secolare, Cittadella Editrice, Assisi 2013; Giovanni Ferretti, Spiritualità cristiana nel mondo moderno – Per un superamento della mentalità sacrificale, Cittadella Editrice, Assisi 2016; Giovanni Ferretti, Il criterio misericordia – Sfide per la teologia e la prassi della Chiesa, Editrice Queriniana, Brescia 2017. Cf. Settimana n. 15 del 14 aprile 2013, n. 38 del 3 novembre 2013 e SettimanaNews n. 51/2016 (dal 12 al 18 dicembre), n. 43/2017 (dal 23 al 29 ottobre).
[3] Evangelii gaudium n. 36.
[4] Amoris laetitia n. 311. Con la conseguenza che «conviene sempre considerare inadeguata qualsiasi concezione teologica che in ultima analisi metta in dubbio l’onnipotenza di Dio, e in particolare la sua misericordia» (Ib.).
[5] Evangelii gaudium n. 35.
[6] Evangelii gaudium n. 4-5 e passim.
[7] Evangelii gaudium n. 14.
[8] Evangelii gaudium n. 226-230.
[9] Evangelii gaudium n. 41.

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