Il prete: vita spirituale e Scrittura

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prete

Affrontiamo un tema costitutivo della vita del presbitero: il suo rapporto con la Parola. Ascoltatore della Parola, suo servo, il presbitero si lascia raggiungere, penetrare, misurare da essa in una relazione vitale che è anzitutto accogliente e obbediente.

Perché affrontare il tema del rapporto tra Parola di Dio e presbitero? Perché è un nodo decisivo della sua vita spirituale, come anche del suo impegno pastorale.

Il presbitero è innanzitutto un discepolo. Egli condivide la sequela del Signore con tutte le sue sorelle e i suoi fratelli battezzati, ma nello stesso tempo trae la sua spiritualità o, detto altrimenti, nutre la sua vita spirituale anche attraverso tutto ciò che opera come presbitero. La sua azione di presbitero è capace di formarlo quale «uomo spirituale».

Intenzionalmente non mi soffermerò a parlare del servizio della Parola del presbitero, ma esclusivamente della Parola di Dio nella sua vita spirituale, al fine di sviluppare un “piano di crescita”, un “progetto formativo”, “un’arte del vivere” nell’ascolto e nel confronto creativo con la Parola.

Prendo le mosse da quattro espressioni che ho racimolato qua e là nel Sussidio della CEI sul rinnovamento del clero a partire dalla formazione permanente, Lievito di fraternità, pubblicato qualche anno fa[1].

Tenere l’orecchio nel cuore di Dio e la mano sul polso del tempo

Ogni credente, e dunque anche il presbitero, è innanzitutto un ascoltatore della Parola. L’ascolto è la prima operazione per entrare in comunione con Dio. In estrema sintesi si potrebbe dire che se per Dio «in principio era la Parola» (Gv 1,1), per l’uomo «in principio è l’ascolto»!

Ascoltare Dio, infatti, significa conoscerlo, significa iniziare un processo in cui, accogliendo la sua Parola, si conosce ciò che lui vuole che conosciamo di lui. Va detto con chiarezza: non c’è altra via per la conoscenza di Dio all’infuori dell’ascolto, perché realmente «Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso”[2].

C’è bisogno di ricordare che anche dal punto di vista antropologico, l’uomo nasce con l’ascolto. Come l’udito è il senso fondamentale per lo sviluppo della vita del bambino, anzi, ancor prima, del feto nel ventre materno, così l’ascolto è l’elemento basilare dello sviluppo della vita spirituale. “È l’udito dunque –come afferma il filosofo contemporaneo Carlo Sini – il primo cordone ombelicale comunicativo della nostra esistenza; grazie all’udito ci separiamo dalla fusione indistinta con la carne del mondo e insieme ci teniamo pur sempre agganciati a essa”.

Ascoltare è un atto di grazia che corrisponde al fatto che Dio ci parla e proprio perché la parola è dono di comunicazione, il nostro servizio comincia con l’ascolto. Ma se è mistero in senso teologico, lo è anche in senso antropologico. Chi ascolta tace, mette fra parentesi il proprio io e lo fa tacere in una passività attiva, attenta per essere come un diapason in vibrazione per il suono e per l’anima di chi parla. Se uniamo le due cose nel rapporto di ascolto con Dio, sentiamo l’intensa intimità che ne viene e la condizione di divinizzazione che ne viene realizzata, una nostra trasfigurazione.

Non solo l’uomo è ciò che ascolta, ma egli è perché ascolta. Ascoltare Dio, infatti, significa conoscerlo, significa iniziare un processo in cui, accogliendo la sua Parola, si conosce ciò che lui vuole che conosciamo di lui. Non c’è altra via per la conoscenza di Dio all’infuori dell’ascolto. Per ogni discepolo di Gesù, per ogni battezzato il primato va all’ascolto del Dio che chiama, sceglie, parla, invia…

Con questa intensità sconvolgente e fascinosa, mirabile, che coglie il nostro essere e lo glorifica, la fa essere forma della feconda bontà di Dio. Solo in questo intenso senso misterico possiamo comprendere che la via cristiana non è una religione del libro, ma una fede nella persona di Gesù, il Signore e servo. E come è vero che troviamo il verbo solo nella carne, così è altrettanto vero che noi troviamo la gloria di Dio nelle sue parole, nell’evangelo.

Lutero sottolinea l’importanza dell’ascolto: «Se chiedete a un cristiano quale sia l’opera per la quale è reso degno del nome di cristiano, egli non potrà dare altra risposta che: l’ascolto della parola di Dio (…). Nessuno può collaborare con Dio se prima non si tiene stretto alla Parola». Arriva a dire: «Soltanto gli orecchi sono gli organi di un cristiano»[3]!

Ora, se l’ascolto è dovere assoluto di ogni discepolo, per il presbitero, che dall’ascolto deve trarre l’annuncio, esso diventa ancora più decisivo. Nella vita spirituale l’appartenenza al Signore avviene attraverso l’atto libero e consapevole dell’ascolto. Mediante l’ascolto l’uomo mette a disposizione del Signore tutto il proprio essere, anima e corpo. Anche il presbitero, servo della Parola, è innanzitutto un ascoltatore della Parola, che si lascia raggiungere, penetrare, misurare da essa.

Noi possiamo cercare Dio, indagare su di lui, ma solo se lui alza il velo su se stesso, se si rivela e ci parla, allora lo conosciamo in verità; altrimenti rischiamo di conoscerlo falsamente, secondo i nostri desideri, le nostre proiezioni, o semplicemente «per sentito dire» (Gb 42,5). Ed è dalla conoscenza di Dio, e solo da essa, che può nascere e crescere l’amore per lui.

Il presbitero è innanzitutto un ascoltatore quotidiano, uno a cui Dio apre, scava, buca l’orecchio (cfr Is 50,4) affinché possa ascoltare quella Parola che dovrà portare addirittura alle genti più lontane.

“Per tutto questo – ammonisce Papa Francesco nella EG – prima di preparare concretamente quello che uno dirà nella predicazione, deve accettare di essere ferito per primo da quella Parola che ferirà gli altri” (EG 150). E a tal proposito S. Gregorio Magno afferma: “Parlerò affinché la Parola di Dio risuoni anche contro di me per mezzo di me”[4].

Guai se accogliesse la Parola non per sé, non sentendosi egli stesso discepolo, ma pensando esclusivamente agli altri: ciò equivarrebbe non solo a «lasciar cadere la Parola di Dio» (cfr. 1Sam 3,19) accanto e non nel proprio cuore, ma anche a profanare la Parola, strumentalizzata in vista della predicazione da chi non si sente più schiavo, «piegato» dalla Parola stessa che cade su di lui (cfr. Ger 1,2; Ez 1,3; Lc 3,2).

Attraverso l’ascolto della Parola di Dio, il presbitero impara a leggere la vita e la morte di ogni giorno, se stesso e l’altro, gli eventi nella loro complessità, Dio e il suo Regno che viene in ogni istante, il proprio mondo interiore e pure quello esterno con tutte le sue contraddizioni.

La Parola, allora, come dice il profeta (cfr. Is 55,10-11), non tornerà al Padre così come è uscita dalla sua bocca, bensì ricca di ciò che opera anche nel cuore del credente-presbitero, ma ciò avverrà solo se la sua giornata, e dunque la sua vita, la sua persona, i suoi affetti, le sue relazioni, persino i suoi fallimenti e le sue delusioni, tutto, insomma, diventa come un grembo, come il grembo di Maria, ancora, che ogni giorno partorisce una Parola sempre nuova di Dio.

Un confortante incontro con la Parola

Uno dei modi più diffusi attraverso cui i fedeli e i presbiteri vivono l’incontro con la Parola è la lectio divina.  È entrata ormai nella cultura del credente, all’interno di quel movimento di ritorno alla centralità della Parola innescato dal Concilio, e che senz’altro è stato uno dei suoi frutti più belli.

Eppure si ha l’impressione che sia ancora qualcosa di aristocratico e straordinario, di molto intellettuale ed esclusivo, non ancora ciò che normalmente apre la giornata del discepolo-presbitero, tale proprio perché crede nella Parola, si nutre di essa, e sola da essa, e dunque dalla Parola-del-giorno, quella di cui tutti i credenti in tutta la Chiesa sono inviatati a nutrirsi.

La natura e la funzione della Parola-del-giorno è di aprire e accompagnare la giornata come se costituisse il respiro segreto e cadenzato, il punto di riferimento d’ogni giorno della vita, senza alcuna eccezione, e senza pure essere essenzialmente in funzione del proprio ministero, della catechesi o della predicazione o dello studio personale, quasi usandola in modo “interessato”.

Essa costituisce invece ciò che dà il ritmo a ogni giorno, quasi la sua unità di misura, ciò che la raccoglie attorno a un centro che le affida un compito, qualcosa che non può mancare per nessun motivo e che va collocato ragionevolmente all’inizio della giornata.

La Parola-del-giorno apre la giornata, perché ha la precedenza su tutto il resto, sulla mia agenda, su quella fila di pensieri che affollano la mia mente non appena mi sveglio, pretendendo ognuno la precedenza, e che spesso hanno il potere di diventare subito pre-occupazioni; e al tempo stesso la Parola-del-giorno è ciò che dà senso e ordine a quel che farò durante il giorno, che dà intelligenza al mio essere e rende attento il mio agire.

Per questo, soprattutto, senza la lectio del mattino io perdo la chiave di lettura della mia persona, come se fossi privo di intelligenza e ignorante; il giorno si preannuncia vuoto e insensato, gli impegni diventano dispersivi, i rapporti umani superficiali e ambigui, gli imprevisti una rottura che viene a spezzare il ritmo che io pretendo di aver impresso al mio tempo.

Mentre l’agitazione nervosa di fronte alle tante cose da fare prende il sopravvento e sottrae la gioia pacata “come in Marta”, e poi siccome sono tante, davvero tante, devo correre e non posso stare a fare meditazione o dedicarle troppo tempo.

Che tristezza quando la meditazione diventa semplice pratica di pietà o obbligo disciplinare, e non è cercata come dono, come dono di Dio che mi illumina, come ordo o regola di vita che dà ordine alla mia giornata, come parola autorevole che mi assegna un compito da attuare durante il giorno, come gesto affettuoso che di chi si prende cura di me, come amore preveniente che ha la precedenza su tutti i miei appuntamenti, oasi che calma la mia fretta e sgonfia le mie ansietà…

La lectio si chiama divina proprio perché è Dio l’autore di quella parola, è Dio che mi parla attraverso essa; è l’Eterno che l’ha ispirata, e non è un Dio lontano nel tempo, ma quello che oggi mi rivolge quella parola.

Se Dio ne è il soggetto, ne è anche l’oggetto, è Dio che mi parla di sé, che mi svela il mistero, e sempre secondo la sua sapiente pedagogia, che tiene conto delle mie limitate capacità, cioè ogni giorno svelandomene un aspetto nuovo, inedito, che risponde alle reali necessità del momento, che lui conosce molto meglio di me, “per la razione di un giorno” (Es 16,4), come la manna, e risponde pure alle reali domande del cuore in questo preciso oggi della mia esistenza, quelle che Dio stesso ha posto in me e che lui solo conosce.

E non solo Dio mi parla di sé, ma anche di me; non è solo una teofania che apre la mia giornata di credente-presbitero e di discepolo della Parola, ma una antropofania, attraverso la quale il Padre e Creatore mi svela progressivamente anche la mia personale identità, la mia vocazione, e anche questa rivelazione è situata nell’oggi, ovvero mi dice quel che oggi il Signore mi dona e pure mi chiede.

Quasi potremmo dire che mi consegna il compito per questa giornata che va a cominciare, e che io potrò accogliere e portare a termine solo se accetto dalle sue mani, dentro un dialogo d’amore, com’è e dev’essere la meditazione del mattino.

E la cosa singolare, e misteriosa, è che le due rivelazioni in qualche modo coincidono. In quella stessa Parola che parla di Dio sono invitato a cogliere anche la mia vocazione, il mio modo di rassomigliargli, il mio progetto esistenziale, il mio nome nascosto nel suo. Proprio perché viene da Dio e parla del Dio eterno e immutabile, la Parola-del-giorno parla anche di me nell’oggi della mia vita.

E allora va accolta nel silenzio delle parole umane, nel raccoglimento interiore con cui ci si avvicina al mistero, nell’attesa di chi si prepara a ricevere un tesoro che gli verrà messo tra le mani, con la meraviglia di chi conosce l’agire di Dio ed è abituato alle sue sorprese alle quali non ci si abitua mai. In una parola va accolta con atteggiamento tipicamente “mariano”. “Accogliamo il sublime tesoro della Parola rivelata” (EG 175).

Maria è l’immagine dell’autentico credente che accoglie la Parola da discepola, con tutto il suo carico di mistero, con il timore e tremore di chi sa di trovarsi dinanzi a Dio, dinanzi a una Parola che è dolce nella bocca, ma amara nelle viscere (cfr. Ap 10,9), ma pur sempre dinanzi a un progetto che ha Dio per autore, e che dunque sarà Dio a portare a termine.

Solo partendo dalla Parola-del-giorno accolta con atteggiamento tipicamente mariano, allora quella giornata qualsiasi, feriale e ordinaria, è riscattata dalla possibile banalità dei giorni che scorrono rotolando uno sull’altro senza lasciar traccia alcuna sul vivente, e si preannuncia come giorno di formazione permanente.

Nel confronto con la Parola-del-giorno è Dio che mi dà l’appuntamento, non io che assolvo a un obbligo o che scelgo di fare una cosa bella, ma tutto sommato facoltativa, che posso permettermi di fare quando mi sento di farla, quando c’è un testo che mi piace o andando a scegliermelo (o aprendo, peggio ancora, la Bibbia a caso, improvvisandosi esperti di bibliomanzia).

Con la Parola-del-giorno siamo di fronte a un dono che anticipa l’agire umano, che l’iniziativa è di Dio, il Padre-maestro della mia formazione permanente, che gode di stare con me, che ogni giorno pone mano al suo progetto e mi chiama e mi proporne un passo avanti, una nuova meta, definita da lui e dalla sua Parola, proprio perché la mia formazione abbia un preciso punto di riferimento, ogni giorno, e non giri a vuoto.

La lectio è continua quando la Parola che ha aperto la giornata l’accompagna nel suo svolgersi, di istante in istante, fino a sera, in qualche modo compiendosi in essa.

È per questo, in fondo, che la Parola è stata detta da Dio, non per una semplice consolazione spirituale del pio lettore, ma per incarnarsi nella storia, nella piccola storia di ciascuno di noi, e realizzare salvezza. Altrimenti siamo simili a quel terreno pietroso di cui dice Gesù, che ha accolto all’inizio con entusiasmo la Parola e ha fatto germogliare i semi, lasciandoli poi inaridire (cfr. Lc 8, 6.13).

Narrare la propria esperienza di fede

I frutti che la Parola produce nel credente-presbitero necessitano di essere “consumati” insieme, condivisi. Si tratta di gustare il bene che c’è in noi e che la Parola ha “prodotto”. Di qui il bisogno e la gioia di “raccontare” ciò che la Parola ha suscitato in ognuno.

La condivisione della Parola è il modo migliore di dire che è la relazione che ci forma, e particolarmente quella interpersonale che nasce dalla Parola, e che ci fa incontrare nell’altro una presenza preziosa, come un’eco di quella Parola o una mediazione indispensabile per comprenderla.

Si tratta di superare quello strano pudore che vorrebbe impedirci di “dire Dio” tra di noi, e trovare invece il senso e la radice profonda del nostro stare insieme proprio nella comune fede, che si nutre ogni giorno della Parola.

È necessario però superare quei meccanismi di difesa o quelle resistenze che a volte sono implicitamente giustificate, e svelano solo la povertà della fede e la debolezza dell’impegno formativo.

  • È il caso dell’analfabeta spirituale: chi non sa leggere né scrivere la propria vita spirituale, e dunque non saprà nemmeno comunicarla;
  • o del sordomuto: quello che si fa gli affari suoi spirituali e non vede la necessità di condividere alcunché;
  • oppure resiste a modo suo anche il predicatore o l’esegeta: chi fa predicozzi agli altri o chi fa sfoggio di eloquenza e di cultura per non dire nulla di sé né sente il bisogno di ascoltare altri;
  • ma anche il finto timido o il poltrone-pigrone: chi non ha mai niente da dire o ripete un paio di solite banalità.

Non si tratta dunque di imbastire il classico soporifero e banale discorsino spirituale (pieno di luoghi comuni), ma di condividere quello che la Parola ha suggerito al nostro cuore ovvero di coinvolgersi personalmente nel raccontare agli altri l’azione dello Spirito nella nostra vita. Significa educarsi a “raccontarsi”.

È lo stile comunicativo semplice e immediato, tipico di chi vuole rendere l’altro partecipe del proprio cammino spirituale, al tempo stesso aprendosi al suo e arricchendosene. Così ci si sente responsabili dell’altro e lo si accoglie, probabilmente scoprendolo nella sua dignità e nel dono che porta con sé. Così si afferra sempre meglio la Parola, proprio attraverso questo “magistero fraterno”. È la fraternità dei cercatori, assetati di conoscere il punto di vista e l’esperienza di ciascuno. Per una comunione nell’alterità e per un’alterità della comunione.

Sembra strano e paradossale, ma a volte nei nostri ambienti Dio rischia di essere “l’Innominato”. E si crea allora una cultura pagana (mondanità spirituale), un modo di leggere gli eventi e discutere tra noi che non nasce dall’ascolto della Parola e non conduce all’obbedienza a essa.

Strano a dirsi, eppure quante volte circola nelle nostre parole questa logica meschina e solo terrena, secondo la quale:

  • il furbo, tra noi, è quello che riesce a spuntarla dinanzi alle proposte dei Superiori;
  • il dritto è quello che in ogni caso tende a imporre i suoi “diritti” (o quel che lui vuole);
  • l’intelligente è colui che finisce sempre per evitare obbedienze difficili e impegni che nessuno ama.

Mentre:

  • chi cede sempre o è regolarmente disponibile è giudicato da questa sub-cultura levitica come un ingenuo,
  • o chi accetta incarichi antipatici è uno che è troppo debole di fronte all’autorità,
  • o chi non ha imparato a difendere i suoi interessi è solo un poveretto,
  • invece fa sorridere ed è un po’ da compatire – sempre all’interno di questa cultura – chi pensa ancora che volontà dei Superiori voglia dire volontà di Dio…
  • per non parlare di chi tiene vivo il senso critico e coltiva la virtù della parresia che viene tenuto d’occhio dai Superiori perché disturba il manovratore.

Quante volte la Parola che ci scambiamo tra di noi di fatto divide e scoraggia, allontana dall’ideale, contamina e persino avvelena come un virus (diabolico) i rapporti, deviandoli dal loro retto fine.

E allora la condivisione della Parola non è semplicemente un mezzo che si può proporre come interessante, ma costituisce il metodo, lo stile di vita di una comunità di credenti, come la fraternità presbiterale o religiosa, pellegrini nel cammino faticoso verso il monte santo di Dio, perché non può esistere altro mezzo o altro itinerario, in questo percorso, al di fuori di quello tracciato dalla stessa Parola di Dio che tutti giudica e libera, ci salva e forma.

Affidato a una Parola più grande delle sue debolezze e incapacità

L’espressione “affidato alla Parola” si trova negli Atti degli Apostoli, in bocca a Paolo nel discorso di addio che a Mileto egli rivolge ai presbiteri-vescovi della chiesa di Efeso (cfr. At 20), prima della sua ultima salita a Gerusalemme. Paolo dice loro: “Ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità con tutti i santificati” (At 20,32).

L’espressione può stupire: ci si aspetterebbe il contrario, cioè che ai ministri sia affidata la Parola di Dio da annunciare e proclamare. Ma questo corrisponde alla nostra visione funzionalista. A loro è certamente affidata la Parola di Dio, ma prima di tutto e soprattutto sono loro stessi ad essere affidati alla Parola, portati dalla Parola, che è una realtà «viva, efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12), che ha il potere di salvare la vita (cfr. Gc 1,21), che è «potenza di Dio» (Rm 1,16).

Paolo affida i presbiteri alla Parola di Dio. Essere affidati alla Parola significa da parte dei presbiteri accettare che essa eserciti la sua signoria su di loro, che le loro vite facciano perno su di essa. Di più, dopo che la Parola si è fatta carne in Gesù (cfr. Gv 1,14), uomo come noi, tale affidamento coincide con l’adesione personale al Signore Gesù, il Vangelo vivente che ha camminato sulla nostra terra, e che oggi è presente quale Risorto nella storia degli uomini. Significa trasformare la propria umanità a immagine dell’umanità di Gesù di Nazaret, colui che nella sua carne ha narrato Dio.

Se Gesù diceva: «Io custodisco la Parola di Dio» (Gv 8,55), «Io sono sempre in ascolto del Padre» (cf. Gv 8,26; 15,15), tanto più il presbitero dovrebbe tentare di dire questo, per essere veramente «affidato alla Parola»!

Essere affidati alla Parola non è un augurio, una possibilità tra le altre, bensì un impegno di assiduità con le Sante Scritture che la contengono (cfr. DV 24). Solo così il presbitero fa proprio il pensiero di Cristo, in modo da poter dire con l’Apostolo: «Noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1Cor 2,16).

Lo stesso Giovanni Paolo II a più riprese ha avuto parole illuminanti sul rapporto tra ministero e Parola di Dio. Nella Pastores dabo vobis scriveva: “Il sacerdote deve essere il primo «credente» alla Parola (…), deve crescere nella coscienza del suo permanente bisogno di essere evangelizzato”[5].

C’è una parabola di Gesù che ogni presbitero dovrebbe sempre tenere presente quando medita sul suo essere affidato alla Parola: la cosiddetta «parabola della zizzania» (Mt 13,24-30). Il seminatore, Dio, semina il buon grano nel suo campo, ma all’orizzonte c’è il nemico, Satana, che sparge zizzania.

Lo stesso avviene per il predicatore: Satana si oppone in radice alla semina della Parola nel presbitero – per dirla ancora con Gesù: «Il Maligno ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore» (Mt 13,19) – così che, quando egli vuole annunciarla agli altri, si trova nella stessa condizione di Paolo: «Satana me lo ha impedito» (1Ts 2,18). È da questo fallimento preliminare che dipendono l’insuccesso e l’insignificanza di molte predicazioni…

Per reagire a questo vero e proprio assalto del demonio occorre lottare con le armi dell’assiduità alla Parola e della preghiera, con quella perseveranza che consente di predisporre tutto affinché Dio compia attraverso di noi il suo disegno di salvezza.

Tanti sono i passi scritturistici che si potrebbero citare in merito, ma mi limito a ricordare l’esempio dell’Apostolo che, dopo aver riflettuto sulle armi della battaglia spirituale (cfr. Ef 6,10-18), conclude: «Pregate per me, perché quando apro la bocca mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del vangelo» (Ef 6,19). Comprendiamo l’insistenza di Papa Francesco a conclusione di ogni suo intervento: “Non scordatevi di pregare per me”.

Ma, ancora una volta, l’esempio decisivo ci è dato da Gesù, lui che, subito prima di iniziare il suo ministero pubblico, si oppone alle lusinghe di Satana con una sottomissione convinta e profonda alla Parola di Dio, che sarà una costante di tutta la sua vita. Con lui, anche il presbitero dovrebbe dire ogni giorno: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4; Dt 8,3).

Ma come i presbiteri sono affidati alla Parola? Per il presbitero, come per ogni credente, è necessario allora custodire la Parola, rimanere nella Parola, scommettere sulla Parola, verificarsi sulla Parola.

Custodire la Parola. Attraverso la lectio divina bisogna che la Parola o una parte di essa entri nel proprio cuore, per esservi custodita e conservata lungo la giornata come un tesoro. Quella Parola così custodita assumerà sempre più un ruolo attivo nella vita del credente-presbitero, diventerà suo custode. S. Bernardo ci ricorda: “Se conserverai e custodirai la Parola… in modo che scenda nel profondo della tua anima e si trasfonda nei tuoi affetti e nei tuoi costumi…, non c’è dubbio che tu pure sarai conservato da essa”[6].

Rimanere nella Parola. La Parola conservata, custodita dovrà concretamente durante il giorno diventare la radice d’ogni gesto e pensiero, affetto e desiderio, in modo che tutto nell’essere e nell’agire della persona del presbitero trovi in essa la propria sorgente e forza, come fosse piantata in essa, esattamente come il tralcio che è unito alla vite (cfr. Gv 15), o come se il credente-presbitero desse in ogni circostanza la Parola a Gesù, fidandosi del Vangelo e andando ben oltre il buon senso umano o le proprie esclusive congetture. Così nasce di fatto la familiarità profonda e appassionata con la Scrittura, mentre la Parola “rimane” nel cuore e nella mente.

Scommettere sulla Parola. Si tratta di rendere la Parola che Dio ha in qualche modo consegnato al credente-presbitero criterio di discernimento in generale e punto di riferimento specifico delle proprie scelte, piccole o grandi che siano. Anzi, lì nasce il credente, quando uno può dire, come Pietro quella volta sul lago:

“Signore, questa scelta la faccio solo poggiandomi sulla tua Parola, non perché una certa logica umana vorrebbe portarmi in questa direzione, ma perché mi pare che tu mi chieda questo attraverso quella Parola che ha aperto oggi la mia giornata; anzi, un certo criterio umano mi condurrebbe, altrove, ma io voglio scommettere su quella Parola che mi hai donato, e proprio perché me l’hai donata oggi so che essa ha qualcosa da dire a questa mia giornata e può dar senso e vigore alle mie scelte, voglio credere che essa è vera e non mi inganna, voglio provare cosa diventa la mia vita costruita solo in Verbo tuo… (Cfr. Lc 5,5).

Rigorosamente parlando, chi non ha mai fatto questo tipo di scommessa tratta la Parola semplicemente come un libro interessante. Chi non ha mai scommesso sulla Parola non è un presbitero credente, ancor meno credibile.

Verificarsi di fronte alla Parola. La Parola deve diventare, soprattutto a conclusione della giornata, punto di riferimento per un esame di coscienza puntuale. La contemplazione della Parola che si è compiuta negli eventi del giorno renderà inevitabilmente più chiari ed evidenti quei momenti della giornata o quegli atteggiamenti del discepolo-presbitero che non hanno consentito alla Parola, per quanto dipende dall’uomo, di compiersi e operare salvezza.

D’altronde è nella natura della Parola: non sei tu che la leggi e la contempli, ma è essa che ti guarda, ti fissa, ti rivolge uno sguardo tenero e pure severo, ti accusa, ti ferisce, ti risana, ti salva, ti chiama, ti accarezza, ti trafigge il cuore. Per questo la Bibbia appartiene a chi la legge, perché ogni lettore sa che in un rotolo del libro c’è qualcosa scritto su di lui e per lui (cfr. Sal 40,8). E proprio questo, forse, si sente e si scopre ancor più nella preghiera della sera.

L’apostolo che ha faticato tutta la giornata non potrebbe concludere diversamente la sua giornata, non potrebbe trovare altra distensione al di fuori di quella che gli è offerta dal ritorno a quella Parola che ha aperto la giornata e che ora vede come dispiegarsi come lungo la giornata medesima, raccogliendola e dandole un cuore. E quasi illuminarsi così di una luce nuova. Questo è distensivo, profondamente rappacificante, armonico, divino e umano, lineare e coerente.

E così l’esame di coscienza assume importanza a partire anch’esso dalla Parola-del-giorno, perché può essere fatto solo dinanzi a essa, per cui non sarà mai ripetitivo e scontato, ma mi darà di conoscere sempre aspetti nuovi della mia povertà e debolezza. E così la conoscenza di me, del mio mondo interiore, cresce assieme alla conoscenza di Dio, della sua Parola, della sua salvezza. La capacità di lettura della vita alla luce dell’intelligenza delle Scritture. Perché la vita sia “vera”.

Compiere il passaggio dal testo alla vita

La Parola viene ascoltata nella misura in cui viene realizzata, osservata: se non c’è realizzazione, non c’è nemmeno ascolto.

È impossibile che non ci sia uno scarto, perché noi uomini non siamo mai capaci di realizzare pienamente il bene e non cadere in peccato. Solo in Gesù c’è stata la piena corrispondenza tra il predicare e il vivere, ma occorre da parte nostra una tensione affinché quello che annunciamo risuoni sempre come giudizio per ciascuno di noi. L’ascolto della Parola, inteso in tutta la profondità appena evocata, deve diventare sua realizzazione obbediente.

Questa dialettica tra l’ascolto e la realizzazione della Parola che si intende comunicare agli altri è mirabilmente riassunta da un passo del Decreto conciliare Presbyterorum ordinis:

Essendo ministri della Parola di Dio, [i presbiteri] leggono ed ascoltano ogni giorno questa stessa Parola che devono insegnare agli altri. E se si sforzano anche di realizzarla in se stessi, allora diventano discepoli del Signore sempre più perfetti, secondo quanto dice l’Apostolo Paolo a Timoteo: «Occupati di queste cose, dedicati ad esse interamente, affinché siano palesi a tutti i tuoi progressi. Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento, persevera in tali cose, poiché così facendo salverai te stesso e quelli che ti ascoltano» (1Tm 4,15-16) [7].

In questo senso risuonano ancora molto attuali le parole di Karl Rahner: “La Parola di Dio in bocca a un presbitero privo di fede e amore è un giudizio più terribile di tutti i versi e di tutte le chiacchiere poetiche in bocca a un poeta che tale non è. È già una menzogna e un giudizio contro chi dice ciò che non ha: tanto più se parla di Dio ed è senza Dio. Ciò che [il presbitero] dice resta Parola di Dio, ma a lui stesso si applica la parola: «Ex ore tuo te iudico, serve nequam!» (Lc 19,22)” [8].

Gesù ha delineato il processo della Parola che, seminata in abbondanza, può non venire accolta da quegli ascoltatori da lui identificati nel terreno calpestato, sassoso, spinoso (cfr. Mc 4,1-7.13-19 e par.). Quella parabola dice che l’ascolto consta dei momenti della interiorizzazione (se il seme resta sulla superficie del terreno vengono gli uccelli e lo mangiano), della perseveranza (il seme caduto su terreno sassoso germoglia, ma appena spunta il sole, poiché il terreno non è profondo, subito si secca) e della lotta spirituale (il seme caduto tra i rovi viene soffocato dalla loro invadenza: senza questi movimenti che rappresentano il contenuto interiore dell’ascolto, il seme della parola non porta frutto.

Ascoltare è un lavoro, un’ascesi, una fatica, la vera ed essenziale ascesi del credente. Se non c’è ascolto, non c’è trasformazione, cambiamento, conversione. Un ascolto scisso dall’obbedienza, dalla pratica, crea personalità spiritualmente scisse. C’è il rischio di una schizofrenia tra il dire e il fare, tra l’annunciare e il realizzare nella propria vita. Guai, se il cristianesimo della Parola diventa un cristianesimo parolaio, un cristianesimo delle parole.

Il presbitero dunque dovrà interrogarsi sulla sua fede o sulla sua incredulità ogni volta che si mette di fronte alla Parola di Dio, e dovrà ripetere il suo atto di fede di fronte ad essa, chiedendo l’aiuto dello Spirito santo, sempre donato a chi lo chiede al Signore (cf. Lc 11,13).

A che serve, infatti, una meditazione accurata e condotta secondo le moderne e classiche regole della lectio, se resta confinata “fuori” o “accanto” alla vita? A che pro meditare, passando ordinatamente e con certo sussiego attraverso lectio, meditatio, oratio, contemplatio, discretio…, se questo non continua poi lungo il giorno? Come si può parlare di unità di vita attorno alla Parola se il credente-presbitero non trova il modo di proseguire durante le attività quotidiane il suo rapporto con quella Parola specifica?

C’è in noi una certa abbondanza di conoscenza della Scrittura, ma con scarso risvolto e coinvolgimento esistenziale. Credo che sia uno dei limiti dell’interpretazione odierna della lectio, che finisce per relegare l’incontro con la Parola a un momento della giornata, per quanto dignitosamente gestito.

È tutto sommato un’interpretazione riduttiva e debole, che fa della lectio una pratica di pietà qualsiasi e non rispetta la centralità assoluta della Parola nella vita del discepolo-presbitero, non solo in teoria o nella sua testa di studioso.

Va detto con chiarezza: l’autorevolezza di un presbitero dipende molto dalla sua fede come adesione al Signore e come fede nella Parola di Dio. Se il presbitero non ha lui per primo fede nella Parola di Dio, come potrà comunicarla agli altri?

L’astenia della fede deprime la predicazione e la rende non autorevole, quindi non performante, priva della capacità di far sentire agli uditori che nelle parole umane del presbitero è presente, per grazia e per dono dello Spirito santo sempre invocato, la Parola stessa di Dio.

In conclusione, l’assiduità e la frequentazione costante e amorosa della parola di Dio consentono al presbitero non solo di vivere adeguatamente il proprio ministero, ma anche e soprattutto di vivere la fede, di perseverare nella fede, di dare continuità alla fede.

Il presbitero si vedrà rafforzato nella pazienza, nella capacità di ricominciare, nella volontà di conversione. E potrà, con Paolo, ripetere, giungendo al termine della sua vita, esclamare anche lui: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2Tm 4,7).

Per concludere, un invito …

Carissimo fratello presbitero, ti invito a porti dinanzi al portale della Parola di Dio. Consapevolizza la tua intenzione di voler intraprendere un cammino di guarigione-formazione. Varca la soglia e immagina di portarti con rispetto davanti al Verbo della vita: ricevi da lui il libro delle Scritture, la Parola che salva e guarisce.

Contatta la tua parte affettiva e lasciati attraversare dal desiderio che hai di fare del Verbo l’interlocutore primario della tua vita, del Medico Divino il punto di riferimento centrale, di Gesù il compagno di viaggio a partire dalle profondità del tuo cuore.

Immagina di essere un albero. Lasciati trapiantare nel giardino delle Scritture, il locus amoenus.  “La Scrittura è come un prato pieno di bellissimi fiori” (S. Giovanni Crisostomo). Permettiti di sentire che ti radichi in esso. Grazie al radicamento in esso c’è in te un centro di gravità permanente che ti consente stabilità.

Consapevolizza che un nutrimento di vita è sempre a tua disposizione. Aspetta il tempo in cui darai ombra e frutti: allora, ineludibile legge di vita, ci sarà più gioia nel dare che nel ricevere! Permettiti di chiedere accoglienza in una “casa di studio”: un tempo e un luogo dove regna la Torah del Signore. Là sei accolto ed inserito.

Puoi sviluppare le competenze necessarie per stare in essa cercare, cercare insieme, dire te stesso e i tuoi punti di vista ascoltare con interesse, porre domande, fare guerra attorno alla Torah, come si è soliti dire nella spiritualità ebraica.

Imprimiti nella mente questa espressione: “il Signore veglia su di te e tu custodisci le sue parole”. Poniti davanti al Signore e consapevolizza l’aggressività profonda che nutri nei suoi confronti. Non andare lontano o contro. Va verso e permettiti di lottare con Lui.

Avvinghiati a Lui con l’audacia dei guerrieri e l’ardore degli amanti. È il corpo a corpo decisivo della tua vita. Permettiti di sentire anche che davanti a Lui diventi il figlio amato, il principe che governa se stesso, il custode dei fratelli. Senti il fascino della disciplina, dell’istruzione e dell’amore per il piano formativo e terapeutico del Signore. Rifugiati in Lui: puoi entrare nella sua casa e fare della tua vita la casa del Dio che sta alla porta e bussa.


[1] Lievito di fraternità. Sussidio sul rinnovamento del Clero a partire dalla formazione permanente. A cura della Segreteria Generale della CEI. Edizioni San Paolo 2017.

[2] BENEDETTO XVI, Meditazione durante la prima Congregazione generale del Sinodo dei Vescovi (8 ottobre 2012): AAS 104 (2012), 896.

[3] M. Lutero, Weimarer Ausgabe (= WA), pp. 57, 222 e 142.

[4] Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele I,11,5

[5] PdV 26.

[6] San Bernardo, Discorsi, “Discorso 5° sull’Avvento, 1-3 in “Opera Omnia”, Ed. Cisterc., 4 (1996), 188-190.

[7] PO 13.

[8] K. Rahner, «Prêtre et poète», in Id., Éléments de théologie spirituelle, Desclée de Brouwer, Paris 1964, p. 284.

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