“Preti spezzati”

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Su gentile concesisone dell’Editore pubblichiamo la prefazione del card. Parolin al libro “Preti spezzat” di mons. Gérard Daucourt – curato da Francesco Strazzari.

Papa Francesco ha affermato che, nel mondo, molti preti sono gli autori delle «più belle pagine della vita sacerdotale», nonostante «i momenti di difficoltà, di fragilità» (Lettera ai Sacerdoti in occasione del 160° anniversario della morte del santo curato d’Ars, 4 agosto 2019). E, nel contempo, ha anche ricordato le inevitabili «amarezze del prete» (Discorso ai parroci di Roma, 27 febbraio 2020), esprimendosi in termini affini alla lettura Preti spezzati, che mons. Gérard Daucourt, vescovo emerito di Nanterre, offre nel presente volume, che volentieri ho accettato di presentare.

Si tratta del frutto “maturo” dell’esperienza personale e diretta di un Pastore, che ha servito tre diocesi come vescovo per oltre venti anni, il quale non intende «dare lezioni», ma «attirare l’attenzione su certi aspetti della vita dei preti», per i quali si percepiscono affetto e sollecitudine pastorale.

Nel suo agile volume, composto di singoli capitoli tematici e scorrevole alla lettura, l’autore individua innanzitutto tre cause del malessere o dei drammi di certi preti, a partire da un’indagine realizzata nel 2020 dalla Conferenza episcopale francese: il sovraccarico di lavoro, le incertezze circa l’identità sacerdotale e, infine, l’assenza della fede in molti battezzati. A buon diritto, si può dire che tali circostanze possono “fare a pezzi” la vita e la vocazione stessa del sacerdote, ma anche provocare una forte reazione a livello spirituale.

Mons. Daucourt, infatti, accanto alle cause della “crisi”, non manca di presentare anche la “cura”, che la maggior parte dei sacerdoti – non tutti, purtroppo – da lui conosciuti trova, sul piano personale, nell’approfondimento della vita spirituale, e su quello comunitario, nell’unione con il vescovo, in un’effettiva “fraternità sacramentale” con i confratelli, nonché nella condivisione di responsabilità pastorali con diaconi e laici.

Con grande concretezza, poi, l’autore affronta il tema della sessualità, sottolineando come il dono del celibato non sia dato al presbitero una volta per sempre al momento dell’ordinazione, ma sia una dimensione «sempre in cammino», da coltivare ogni giorno attraverso una seria formazione permanente nella dimensione umana e affettiva, trattandosi di un “carisma”, che richiede di essere alimentato e ravvivato costantemente nel corso della vita.

Come ulteriore fattore di perseveranza per i preti, mons. Daucourt dedica specifica attenzione alla vicendevole corresponsabilità tra preti e laici, descrivendo la Chiesa come «una lavanda dei piedi reciproca e permanente», dalla quale deriva «un arricchimento vicendevole essenziale» che mette al riparo dalle «molteplici derive del clericalismo». È questa la “conversione pastorale” richiesta da papa Francesco (Discorso ai parroci di Roma, 16 settembre 2013), nella quale si prospettano, nel rispetto della diversità dei carismi, solidarietà e sussidiarietà tra tutti i fedeli nella vita ecclesiale.

Si può evincere dal pensiero dell’autore che un prete capace di buone e sane relazioni di amicizia e di cooperazione pastorale si troverà maggiormente attrezzato contro derive di vario tipo, come il rifugiarsi nel mondo “idealistico” e disincarnato del clericalismo, concentrato nella mera celebrazione di riti, compresi i sacramenti, o il patire in solitudine i fallimenti e le delusioni, che inevitabilmente prima o poi arrivano.

Quando tale equilibrio nelle relazioni viene meno, per fare fronte alla già menzionata crisi dell’identità sacerdotale, mons. Daucourt rileva che, talvolta, i sacerdoti corrono il rischio di diventare «più manager che servitori della comunione» – ruolo socialmente ed ecclesialmente accettato – e, di conseguenza, «i rapporti con i fedeli abituali si fanno più rari, mentre si moltiplicano le riunioni di ogni genere». In tal senso, mons. Daucourt mette anche in guardia i preti dal rischio di «una dedizione senza tregua», che potrebbe «essere un’astuzia del demonio», mentre i sacerdoti dovranno «accettare di non poter fare tutto», ricordando il «primato della grazia», nella consapevolezza che «senza Cristo non possiamo far nulla» (cf. Gv 15,5), percependo sé stessi come «servitori», senza sentirsi, impropriamente «salvatori del mondo».

Si potrebbe dire che, per tale via, un prete entra in un classico “circolo vizioso”, dalle conseguenze potenzialmente molto pericolose: le relazioni coi collaboratori e coi fedeli diventano più deboli e più superficiali, quindi il prete si rifugia nell’attivismo manageriale, ma, d’altra parte, proprio tale forma di “iperattività”, contribuisce ad acuire la distanza tra il Pastore e il suo gregge.

In proposito, già il venerabile Giovanni Paolo I raccomandava ai presbiteri la necessità di una «grande disciplina» e del «raccoglimento», con una sana presa di distanza dalle incombenze e dagli impegni quotidiani, avendo chiaro che «io devo prendermi un po’ di silenzio per la mia anima; mi stacco da voi per unirmi al mio Dio» (Discorso al clero di Roma, 7 settembre 1978). Allo stesso modo, mons. Daucourt richiama il bisogno di una «indispensabile solitudine», come «risorsa, dove noi siamo soli con noi stessi e soli con Cristo per accogliere la misericordia del Padre tramite lo Spirito», nonché come antidoto al male dell’attivismo.

Come ulteriore variazione sul tema delle vita relazionale del prete, con la schiettezza che gli è congeniale, l’autore tratta poi il tema del rapporto tra i presbiteri e il vescovo, affermando che «per affidare il ministero episcopale a un prete, il primo criterio dovrebbe essere l’attitudine alla relazione», e identifica come principale compito del vescovo quello di instaurare un rapporto positivo e costruttivo con i sacerdoti, al fine di «accompagnare i (…) preti con speranza e grande rispetto, ma senza transigere di fronte alla verità e alla realtà».

Si tratta di un tema caro anche a papa Francesco – che spesso raccomanda ai vescovi la “pastorale del clero” – il quale ha affermato che «molta amarezza nella vita del prete è data dalle omissioni dei Pastori», e rilevato il rischio di «una certa deriva autoritaria soft» da parte di alcuni vescovi, ricordando che «i preti devono essere in comunione col vescovo… e i vescovi in comunione con i preti» (Discorso ai parroci di Roma, 27 febbraio 2020).

L’autore, poi, con tratto fermo ma delicato, considera alcune situazioni limite a cui può arrivare un “prete a pezzi”, cioè quella di coloro che hanno commesso abusi su minori o che si sono suicidati, avendo egli stesso una diretta esperienza in tema di fragilità e recupero. Infatti, mons. Daucourt ha aperto «una piccola casa di accoglienza per preti feriti», fra i quali vi sono anche alcuni che si sono resi colpevoli di delicta graviora relativi ai minori, nella quale si conduce «una vita comunitaria di preghiera e di lavoro», per tentare di ricomporre i pezzi dolorosamente divisi dell’identità cristiana e sacerdotale di quei chierici che vogliono percorrere un cammino di purificazione, penitenza e conversione.

In sintesi, si può concludere che – nella visione dell’autore – un prete va a pezzi quando perde le sue relazioni essenziali: con Dio, prima di tutto, poi con il vescovo e con i confratelli, nonché con i collaboratori e gli amici laici. La rottura è quindi presentata come carenza, o impoverimento grave, della dimensione relazionale, in ragione della quale finiscono per essere minati l’equilibrio e la stabilità umana e spirituale del prete, talvolta con esiti dolorosi, o anche drammatici per lui stesso e per le persone che gli sono intorno.

Il libro di mons. Daucourt può essere considerato così come la raccolta delle riflessioni di un Padre che ama i suoi figli, soprattutto quelli più sofferenti e derelitti, un vescovo che pone un’accorata preoccupazione per le fatiche e le rotture a cui la vita e il ministero dei preti possono andare incontro, accanto a una passione gioiosa e incessante, anche negli anni della maturità, per il dono del sacerdozio, da lui ricevuto oltre 50 anni fa.

Mi sia consentita un’ultima immagine. Un prete a pezzi può essere considerato come uno specchio rotto, che non riflette più un’immagine intera e non è più in grado di svolgere il proprio compito naturale; d’altra parte, anche un solo pezzo di quello specchio, se recuperato, ripulito e messo nella giusta posizione può tornare a rendere un servizio prezioso in un modo nuovo.

Con questa nota di speranza e di fiducia nella grazia di Dio e nella possibilità degli uomini di aprirsi ad essa in ogni momento della loro vita, saluto volentieri la pubblicazione di questo libro, con l’auspicio che vescovi e presbiteri, ma anche i fedeli laici, possano fare tesoro dell’esperienza di mons. Daucourt per guardare con occhio diverso, magari più amorevole e attento, i preti che condividono la loro storia ecclesiale, ricordandosi che dietro il loro servizio c’è una storia umana da conoscere e sempre da sostenere.

  • GÉRARD DAUCOURT, Preti spezzati, a cura di Francesco Strazzari, Prefazione del card. Pietro Parolin, Postfazione di Amedeo Cencini, EDB, Bologna 2021, pp. 80, € 7,60, EAN 9788810521793.
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