Schönstatt: ombre sul fondatore

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Dopo la denuncia della storica Alexandra von Teuffenbach circa comportamenti scorretti da parte del fondatore dell’Opera di Schönstatt, Josef Kentenich (1885-1968), il vescovo di Treviri (Germania), a cui compete il processo diocesano in ordine alla beatificazione, ha deciso il 7 luglio di nominare una nuova commissione storica (la precedente, formata nel 1975, aveva concluso i suoi lavori nel 2007) per esaminare i documenti resi disponibili dall’apertura dell’archivio vaticano.

Il processo diocesano che sembrava concluso si riapre con nuovi interrogativi. La portavoce della diocesi, Judith Rupp, ha sottolineato che, se il nuovo materiale dimostrasse «che l’integrità morale del candidato non è certa, allora il processo di beatificazione dovrebbe essere sospeso».

Dagli archivi vaticani

In un breve saggio, apparso sul giornale tedesco Tagespost (1° luglio) e sul blog di Sandro Magister (Settimo cielo), la storica Teuffenbach ricostruisce la visita canonica che p. S. Tromp (1889-1975) fece all’Opera di Schönstatt fra il 1951 e il 1953, a seguito di una precedente visita dell’ausiliare di Treviri, mons. B. Stein, nel febbraio del 1949.

I dubbi del secondo circa la fragilità personale di alcuni responsabili maschili e femminili, come l’«insoddisfazione interiore» mostrata in particolare dalle suore, vengono approfonditi da p. Tromp, professore alla Gregoriana di Roma, in una serie di visite nell’arco di tre anni. Oltre alle questioni del carisma, della struttura dell’opera e della maturità dei suoi membri, il visitatore evidenzia l’abuso di potere del fondatore nei confronti delle suore in particolare. Il potere pieno del fondatore, il suo essere “equiparato” a Dio, l’aura di santità costruita attorno a lui era un terreno di coltura per indebite dipendenze e subalternità interiorizzate.

Teuffenbach, sulla base del rapporto di p. Tromp, cita in particolare l’obbligo per le suore di confessarsi col fondatore almeno in alcune circostanze, e il sistema di dialogo confessore-penitente con cui si svolgeva: «”Di chi è la figlia?”; risposta “del padre”. “Che cos’è la figlia?”; risposta “nulla”. “Che cos’è il padre per la figlia?”; risposta: “tutto”. “A chi appartengono gli occhi?”; risposta “al padre”. “A chi appartengono le orecchie?”; risposta “al padre”. “A chi appartiene la bocca?”; risposta: “al padre”». Per alcune suore il colloquio continuava così: «“A chi appartiene il seno?”; risposta “al padre”; “A chi appartengono gli organi sessuali?”; risposta “al padre”».

Sempre p. Tromp ricorda una lettera di una suora tedesca che, nel 1948, denuncia un abuso sessuale da parte del fondatore. La sua denuncia non ha conseguenze. La stessa persona conferma il racconto in un successivo incontro con p. Tromp. Interrogando la superiora generale circa denunce similari da parte delle suore, si sente rispondere: sei-otto. Nel 1951 un decreto del Sant’Ufficio allontana p. Kentenich dalla sua fondazione, inviandolo a Milwaukee (Stati Uniti) in una comunità di pallottini (a cui il padre apparteneva). Solo 14 anni dopo, nell’ottobre 1965 – a un anno dal riconoscimento della piena autonomia dell’Opera – poté tornare in Germania e riprendere le sue attività, dove è morto il 15 settembre 1968.

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Santità da provare

In un’ampia intervista al sito cattolico tedesco Katholisch.de la storica aggiunge alcune annotazioni. Secondo lei i fatti erano già noti all’Opera dal 1951 anche se nel decreto non se ne fa cenno per discrezione e per l’interesse a salvare il lavoro positivo e prezioso dell’Opera. Ad essa non risulta che nel 1965 ci sia stato un documento di riabilitazione. Pensa che il provvedimento sia dovuto all’età dell’interessato e al clima molto positivo dell’immediato post-concilio.

I documenti della visita canonica sono ampi, organici e verificati da diverse persone. Le testimonianze delle suore sono state prese con molta serietà e accuratezza. Non sono noti i testi della prima visitazione, quella di mons. Stein, probabilmente presenti nell’archivio dell’Opera. Di essi chiede la pubblicazione. Aggiunge: «Non sono una nemica di Schönstatt e non lo sono mai stata. Semplicemente non tollero che persone sbagliate siano messe su un piedestallo».

E indica nell’accelerazione della causa della beatificazione il motivo del suo intervento: non si sentiva di tacere davanti a un uomo a un tempo così «carismatico e abile» e così «terribile».

Reazioni

La prima reazione di Schönstatt è molto dura. Il superore generale J.P. Catoggio, a nome della presidenza scrive: «Respingiamo fermamente l’accusa che J. Kentenich sia colpevole di abusi sessuali verso membri dell’istituto, fra le Sorelle di Maria». Al contrario, il suo comportamento «è sempre stato caratterizzato da una spiccata riverenza e stima», specialmente «nei confronti delle donne». L’intera vicenda del suo allontanamento fa parte dei documenti presentati in ordine alla beatificazione e le opinioni espresse da p. Tromp erano marginali.

Tanto più che la memoria del suo passaggio nell’Opera era molto discussa per il carattere e il tradizionalismo. Non si può ignorare la buona prova di p. Kentenich nei 14 anni di esilio. Del resto, fa parte del processo romano il nihil obstat rispetto ai materiali d’archivio prodotti. Alla prima reazione ne sono subito succedute altre, molto più guardinghe e possibiliste. Mons. Francesco Pistilli, appartenente all’Opera e vescovo di Encarnación (Paraguay) scrive: «Penso che ci sarà richiesta molta obiettività. Il nostro fondatore è messo a dura prova. Confidiamo che superi la prova, ma deve essere in grado di mostrarsi in questo modo, con imparzialità. Sono convinto che, per parte nostra, non si tratta di metterci sulla difensiva, ma solo di essere incoraggiati nella luce… È tempo di capire e di cercare risposte senza paura, e senza bisogno di disegnare un fondatore perfetto».

Padre D. Barata, superiore in Spagna, ammette che nuovi documenti possano meglio illuminare il tempo dell’esilio del fondatore, ma già oggi «dobbiamo chiedere scusa per non aver trasmesso a tutto il movimento tutto ciò che sapevamo. Ci è mancato il coraggio». «In questo dolore condiviso siamo convinti del fatto che accedere a tutta la verità ci permetterà di avere una conoscenza più profonda del carisma del nostro fondatore».

I. Serrano del Pozo dal Cile sottolinea che la visitazione vaticana e i successivi provvedimenti sono sempre stati imputati a una mancata comprensione ecclesiale del carisma di Schönstatt, in particolare del principio di paternità e della normatività dei vincoli, senza chiarire il senso degli «abusi» che non appaiono mai come il fattore scatenante l’esilio. E continua annotando la funzione positiva di un riconoscimento recente della nascita di Kentenich da una donna (Katharina Kentenich) non sposata (a otto anni Josef fu portato in orfanatrofio).

Anche nuove ricerche potrebbero rivelarsi positive. E in proposito suggerisce di istituire una «commissione d’inchiesta per trattare in modo oggettivo quanto accaduto nella visita canonica e le motivazioni del decreto disciplinare del Sant’Ufficio».

L’Opera

L’Opera di Schönstatt, poco nota in Italia, è considerata un movimento ecclesiale che coinvolge oltre 140.000 membri in 42 paesi del mondo (soprattutto Nord-Europa, Africa e America Latina). L’opera è una confederazione di una dozzina di varie comunità e associazioni dai preti ai laici, da chi ha vita comune e chi no, da leghe apostoliche (come quelle delle famiglie) a istituti secolari e gruppi giovanili. Tutti legati dal carisma di un fondatore, da un particolare legame con un santuario mariano, quello di Schönstatt (replicato oltre 200 volte in 33 paesi del mondo), da una spiritualità comune e dall’obiettivo condiviso dell’evangelizzazione.

«Lo scopo dell’Opera è la formazione di un nuovo tipo di personalità e di comunità cristiana che, nell’originalità del proprio vissuto, contribuisce alla vitalità e all’efficacia della Chiesa, penetrando dello Spirito di Cristo la famiglia, la professione, lo stato, la società e volendo agire per un nuovo ordine sociale al di là dell’individualismo e del collettivismo» (E. Monnerjahn).

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Il primo nucleo giovanile è del 1914, ma le fondazioni si susseguono per oltre un decennio (leghe apostoliche, istituti secolari, Suore di Maria). L’opera è stata fortemente contrastata dal nazionalsocialismo tedesco e lo stesso fondatore ha conosciuto il campo di concentramento (Dachau). Immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, ha avuto un grande sviluppo in Africa, America del Nord e America Latina.

I grandi riferimenti della sua spiritualità sono la fede nella provvidenza divina, il pensiero dell’alleanza e del contratto, la fede nella missione. Provvidenza significa la convinzione della presenza di Dio nella storia e la necessità del credente di partecipare attivamente alla costruzione del Regno di Dio, disponibile a una radicalità che può comportare il «salto della morte del cuore, della volontà e della ragione». Con il battesimo si entra nella «nuova ed eterna alleanza», dove Maria riveste un ruolo chiave per il suo assenso all’incarnazione.

Per questo l’atto di fondazione di Schönstatt ha la forma dell’alleanza fra la Vergine, il fondatore e i primi membri in vista della missione. L’opera nasce come movimento di educazione alla libertà, all’amore e alla responsabilità più grandi possibili. L’originale pedagogia fa forza sull’ideale, sui legami e sulla confidenza: il legame che obbliga, la libertà al livello dell’amore, la confidenza che lo garantisce. Una sequela di imitazione di Cristo secondo il Vangelo, senza disprezzo o fuga dal mondo, ma nel mondo e nella sua vita.

Le nuove conoscenze storiche obbligano ad un ulteriore approfondimento. «Senza veli – dice mons. Pistilli – ma con obiettività. Mi piace pensare che possiamo farlo. Dio è luce e ci ha chiamati alla luce».

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