Dire “Dio” in anuak /2

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Il nome di Dio nella lingua degli anuak (popolazione indigena presente nella diocesi di Gambella in Etiopia, dove esercito il mio ministero) è Jwok.

La sua caratteristica fondamentale è di essere il creatore. Tuttavia la creazione non è concepita come un atto iniziale di Jwok, ma come un evento in continuo e incerto divenire. Jwok è talmente intimo al creato – dal cielo alla terra – da non poterne essere distinto. Jwok è “dentro” alla creazione come alla sua distruzione.

Il territorio degli umani è delimitato orizzontalmente. In alto confina con il cielo. Ma c’è sostanziale incompatibilità tra cielo e terra. Dal cielo piovono aggressioni. La forza del cielo è di molto superiore. L’umano può solo proteggersi. Il problema sta nella demarcazione: la sfera celeste può arrivare infatti sino a toccare e ad aggredire la sfera terrena.

Il mito delle origini “ricorda” un tempo in cui gli umani vivevano in cielo, quando cielo e terra erano in unità: “allora” si poteva facilmente accedere da una sfera all’altra attraverso un albero verticale. Non esisteva la morte potendo, gli umani, sempre rifugiarsi, di fronte ai pericoli terreni, nella sfera celeste. Ma ora non è più così: l’accesso al cielo è chiuso.

Non potendo più raggiungere la sfera superiore – spirituale – gli anuak non contemplano una vita dopo la morte. Questa vita terrena è l’unica.  Impossibile è dunque parlare agli anuak di una vita eterna in Jwak. Neppure ha senso dire loro che “saremo simili a Dio”, perché ciò significherebbe la perdita di una dimensione tipicamente umana. In tale prospettiva il buon senso suggerisce agli anuak di prolungare, per quanto possibile, l’esistenza terrena.

I corpi dei defunti vengono sepolti entro il recinto del cortile, generalmente accanto alla capanna in cui è trascorsa la vita. Secondo tradizione, vengono piantati dei germogli nel terreno di sepoltura, dalla parte del capo e dei piedi. Là dove si vedono le piante accresciute a giusta misura, si coglie il senso della sepoltura: il corpo è divenuto terra che continua a sostenere e a fecondare la stessa nella famiglia che continua a vivere nella capanna.

Ma la vera continuità dell’esistenza umana sta nella discendenza, nei figli. La cosa più terribile che possa accadere ad un anuak è infatti morire senza figli, senza che qualcuno porti il nome del padre: in tal caso l’uomo è considerato definitivamente morto. Un uomo con figli, invece, può affrontare serenamente la morte, perché continua a vivere in loro.

Ricordo di aver incontrato un uomo gravemente malato, di circa 40 anni (un’età avanzata nei villaggi africani). Era consapevole della morte vicina. Ma era sereno e la stava affrontando senza patemi: aveva avuto quattro mogli e trenta figli! Era fiero di tanta prole, sapeva che la morte non avrebbe cancellato la sua vita.

Evidentemente l’arrivo dei missionari cristiani in queste parti dell’Africa ha prodotto un incontro piuttosto problematico con tale tipo di religiosità. Molte credenze e prassi sono rimaste pressoché inalterate, anche dopo questo incontro; altre hanno conosciuto una certa cristianizzazione.

Faccio, in ordine crescente, qualche esempio.

La preghiera anuak è sempre direzionata verso il sole che sorge. Niente di male: anche le chiese cristiane antiche erano orientate dall’ingresso verso il sorgere del sole, inteso quale simbolo del Cristo veniente da oriente. Il piccolo problema è che le nostre chiese, qui, non sono state strutturalmente concepite in tal modo, per cui, chi entra per pregare, magari si gira da un’altra parte, rispetto al tabernacolo e all’altare.

Molti fenomeni naturali vengono interpretati quali effetti della presenza degli spiriti maligni: così il tuono, il fulmine o le trombe d’aria. É difficile o impossibile spiegare che il diavolo, per questo, non c’entra.

La sepoltura avviene a poche ore dalla morte, senza funerali, anche perché, col caldo in ogni stagione dell’anno e senza mezzi di refrigerazione delle salme, non si può fare altrimenti. Non esiste dunque una vera onoranza funebre, cristiana, dei morti.

Rimane l’obbligo del fratello o del parente prossimo del defunto maschio di prendere in moglie la vedova e di assicurare quindi una discendenza: una sorta di legge del levirato che il cristianesimo non ha mai adottato.

L’incarnazione di Dio in Gesù Cristo e la risurrezione della carne, per quanto ho scritto, sono dunque concetti quasi incomprensibili – per non dire inaccettabili – per gli anuak.

Bastano questi pochi e sommari esempi per concludere, a rigor di dottrina, che il popolo anuak non può e non potrà mai essere cristiano: dovremmo altrimenti fare – noi missionari – una sorta di lavaggio del cervello a questa gente, ripulire da tutto quanto precede da secoli e da millenni, per poi ripartire da capo.

Io non credo proprio che si debba e si possa mai fare così. Dobbiamo considerare che il cristianesimo è giunto agli anuak solo un secolo fa. Da millenni esiste qui il cristianesimo ortodosso etiope. Molti aspetti della religiosità tradizionale sono stati già influenzati.

Ora si deve conoscere e approfondire questa religiosità atavica per scoprire quale percorso Dio Padre stia offrendo a questo popolo per incontrarlo chiaramente in Cristo Gesù, nello Spirito.

Possiamo partire dal fatto che Dio da sempre modella il cuore di questo popolo. Ci sono esperienze che lasciano trasparire una forte spiritualità. Ora il Padre si serve anche dei missionari, come me: si serve della Chiesa cattolica. Sicuramente bisogna lavorare molto e con molta pazienza su aspetti della “visione di Dio”, prima ancora che su certi comportamenti morali che, dal nostro punto di vista, sono inaccettabili.

Non è forse vero che anche noi occidentali percepiamo talvolta Dio come avverso a noi – nella disgrazia – piuttosto che come il Padre buono? Non è forse vero che anche noi facciamo molta fatica a credere nella risurrezione della carne? Sappiamo forse ‘veramente’ che cosa vuol dire?

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Un commento

  1. Giovanni Di Simone 24 febbraio 2021

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