Missionario in Ecuador

di: Giordano Cavallari (a cura)

Claudio Bernardi è sacerdote italiano, nato ad Asola (diocesi di Mantova), incardinato nella diocesi di Lacatunga in Ecuador, introdotto alla missione dalla Operazione Mato Grosso (OMG) promossa dal religioso salesiano padre Ugo de Censi.

Claudio puoi presentarti brevemente e spiegare come sei arrivato alla missione in Ecuador?

Ho conosciuto l’OMG in un momento in cui avevo il semplice desiderio di fare qualcosa per gli altri. Gli ambienti che frequentavo in quel momento, quali la parrocchia, non mi offrivano grandi possibilità. I giovani dell’OMG mi proposero di partecipare ad un campo per la raccolta dei materiali usati.

Dopo aver dedicato tempo ed energie per aiutare i poveri dell’America Latina, sorse in me la curiosità di andare a conoscerli. Così, da studente universitario ventenne, venni in Ecuador a Pujilí, per la mia prima esperienza di cinque mesi. Dopo essermi laureato in scienze biologiche sono tornato in Ecuador come volontario in un ospedale dell’OMG a Zumbahua. Passati due anni, dopo un breve rientro in Italia, sono andato nella scuola professionale del “collegio di don Bosco” che l’OMG gestiva nello stesso paese.

Padre Ugo non ha mai voluto fondare una congregazione propria per i giovani che scoprivano la vocazione percorrendo il cammino dell’OMG. Ha sempre voluto affidarli ai vescovi locali perché questi capissero, apprezzassero e stimassero la particolarità delle vocazioni. Sono entrato perciò nel seminario maggiore “Señor de Pomallucay” della diocesi di Huari (Perú) come seminarista della diocesi di Latacunga e il 21 novembre 2015 sono stato ordinato prete. Da allora sono parroco di Guangaje, dove tuttora vivo.

intervista p. bernardi

Ecuador e Operazione Mato Grosso

Precisamente dove ti trovi, in quale contesto di Chiesa, in quale comunità ti adoperi?

Vivo in Ecuador, nella regione della Cordigliera delle Ande, nella provincia di Cotopaxi che prende il nome dal vulcano che la domina con i suoi 5.897 metri sul livello del mare, nella parrocchia di Guangaje una zona rurale a circa 4.000 metri di altezza.

La parrocchia è costituita da 38 villaggi, la maggior parte dei quali con una propria cappella, un cimitero, una scuola, una casa comunale. La popolazione è di circa 8.000 persone. Appartiene alla diocesi di Latacunga il cui vescovo è mons. Geovanni Mauricio Paz Hurtado. La diocesi, fondata 56 anni fa, è costituita da circa 50 parrocchie con una cinquantina di sacerdoti, alcuni religiosi, e può contare su 20 congregazioni religiose femminili. L’OMG è presente da parecchi anni con giovani volontari nei diversi periodi, famiglie, sacerdoti e consacrate in sei parrocchie della diocesi. La gente della mia parrocchia è discendente dagli Incas e dalle popolazioni preincaiche della zona, parla prevalentemente la lingua kichwa, benché la lingua nazionale sia lo spagnolo.

La gente vive di agricoltura e di allevamento a livello famigliare e di semplice sussistenza. A causa dell’altitudine e del clima rigido, della scarsità di acqua di irrigazione e della composizione del terreno, tutt’altro che fertile, si coltivano pochi prodotti: patate, cipolle, aglio, avena, orzo e poco altro. Si alleva qualche pecora, qualche mucca; ci sono i lama, pochi asini, i maiali, le galline, i porcellini d’India e i conigli. Stante le pessime condizioni di vita, si è verificata negli ultimi 30 anni una fortissima emigrazione alla ricerca di lavoro e di migliori condizioni di vita. Il risultato è che le fasce di popolazione più fragili sono quelle rimaste a vivere in parrocchia: ovviamente anziani, bambini, disabili, ammalati, persone non produttive per la società.

 Le tue comunità sono già cristianizzate o ti impegni nella prima evangelizzazione? Che cosa ti ha preceduto? C’è pure da rimediare a errori del passato?

Vivo in comunità già cristianizzate, anche se non possiedono una tradizione cristiana consolidata; ovvero, questa si è fusa da tempo con usi e costumi arcaici della gente. Dal 1973 sino al mio arrivo, la parrocchia di Guangaje ha fatto parte della missione salesiana di Zumbahua. Ma la comunità religiosa salesiana non vi ha mai ha avuto sede. Di conseguenza la gente non ha molta familiarità con la figura del parroco.

Qualche errore del passato è certo da riparare, ma penso che sia inevitabile. Da un lato ci sono stati errori umani di alcuni sacerdoti; dall’altro si sono manifestate, secondo me, derive di correnti di pensiero: quali una inculturazione spinta all’estremo, una teologia della liberazione spinta alla politica attiva e altro ancora, con protagonismi senza una effettiva preparazione e continuità. Le idee e le intenzioni magari sono state buone ma non i risultati.

Il tutto ora si confonde nel secolarismo dilagante, anche qui tra le montagne a 4.000 metri. È arrivato al seguito del mito del progresso e dell’affermazione individuale.

Essere missionario

Qual è dunque il tuo modo di essere missionario di Cristo nella Chiesa locale?

Provo a vivere qui, semplicemente, in mezzo alla gente; provo a stare con la gente, ad accompagnarla nella quotidianità. Quando riesco vado in giro, cammino a piedi come tutti o uso i loro stessi mezzi di trasporto. Sto con i bambini e con i giovani nell’oratorio. Faccio un po’ di catechismo, cerco di aiutare i più poveri, faccio con loro la preghiera, canto e gioco con loro.

Provo a mettere qualcosa di cristiano nelle tradizioni (veglie funebri e funerali, matrimoni, battesimi, feste patronali). Faccio catechesi agli adulti. Vado a visitare i poveri, gli anziani e gli ammalati, portando i sacramenti ma anche qualche aiuto concreto. Provo a rispondere insomma alle necessità che la gente mi presenta.

Cerco di intrattenere anche relazioni con le istituzioni del territorio. Cerco di essere parte attiva e critica nelle commissioni della Chiesa diocesana, per cui sono membro della commissione del seminario e del consiglio presbiterale. In un mondo dove tutto sembra negare Dio, penso che l’unico segno credibile della sua paternità sia la nostra vita buona ed autentica. Essere buoni ed essere sinceri credo possa essere l’unica prova che Dio c’è ed è buono. Mi pare che possa essere solo la vita a parlare!

La Chiesa dell’Ecuador è stata coinvolta nell’evento sinodale per l’Amazzonia? Anche tu personalmente?

La Chiesa dell’Ecuador, come tutta l’America Latina, è stata coinvolta nel Sinodo sulla Amazzonia. A livello personale non lo sono stato particolarmente perché assorbito dagli impegni della mia parrocchia. Alle riunioni diocesane del clero, alle assemblee diocesane siamo stati tutti invitati a riflettere su alcune delle questioni sollevate dal Sinodo.

L’area amazzonica dell’Ecuador si estende per 120.000 km² (il 48% del territorio nazionale), dove vive il 5 % della popolazione nazionale (circa 740.000 abitanti). La storia della Chiesa amazzonica ecuadoreña ha 500 anni. La Chiesa dell’Ecuador chiede che sia ascoltata la voce delle popolazioni indigene che sono impegnate nella difesa della foresta.

In ogni caso, hai potuto seguire il dibattito sinodale e i suoi esiti? Qual è la tua posizione, specie in fatto di “ecologia integrale”, di “inculturazione” della dottrina e del rito e di nuovi ministeri ordinati?

Molto poco, un poco per carenza di strumenti tecnologici di comunicazione, ma soprattutto per mia negligenza. Sul tema dell’ecologia integrale come non trovarsi d’accordo con la posizione di Papa Francesco? Io ho la grazia di vivere in mezzo alla natura, in luoghi non ancora (completamente) raggiunti dalla civiltà occidentale, ma vedo avanzare con passi da gigante una tecnologia (mossa da una economia) che presto fagocita la vita naturale e semplice della gente campesina.

intervista p. Bernardi

Il Sinodo Panamazzonico

È notevole il coraggio che il papa ha avuto nel pronunciarsi chiaramente su un tema politico così scottante. L’uomo occidentale è così preoccupato e contagioso da compromettere la qualità della vita stessa su tutto il pianeta. Purtroppo penso che gli interessi economici di pochi possano ormai prevalere sulla vita di tanti poveri!

I temi della inculturazione della dottrina e del rito io li vivo francamente con una certa preoccupazione. Penso che il passo fra l’evangelizzazione della cultura e la trasformazione del Vangelo sia molto breve. Il rischio della deriva – ossia del lasciarsi prendere la mano per andare dove all’inizio non si voleva – mi pare molto forte. È quello che ho visto in questa Chiesa. Il messaggio del Vangelo che sta nella manifestazione della vita del Signore Gesù mi sembra già molto chiaro e comprensibile da parte di tutti.

Io penso che il Signore mi abbia chiamato alla missione per provare a seminare la stessa Parola che ha già messo nel mio cuore e nella mia vita, per crescere anche nella vita di chi mi sta accanto. Non sono certo avverso alla cultura dei popoli indigeni, assolutamente! Credo semplicemente che la cultura sia da illuminare alla luce del Vangelo e che non possa essere il Vangelo illuminato dalla cultura indigena. Può apparire una posizione troppo semplice. Ti assicuro che viene dalla mia esperienza di vita in questi 14 anni di missione.

La necessità di nuovi ministeri ordinati evidentemente c’è. Penso però, anche in questo caso, che si debba prestare molta attenzione a non abbassare le aspirazioni evangeliche. Il Signore ama fortemente e desidera essere amato fortemente senza compromessi dettati dalle necessità.

 Se e quando tornerai nella Chiesa in Italia, che cosa pensi di poter portare in dono di evangelizzazione dall’Ecuador?

Essendo incardinato nella diocesi di Latacunga non credo che tornerò in Italia in maniera stabile. Per il momento sto ritornando ogni due o tre anni per visitare la mia famiglia e per riprendere i contatti con i giovani dell’OMG, con gli amici e i benefattori.

Mi capita di avere a che fare con i giovani italiani e credo che il messaggio della carità, il desiderio di spendere bene la propria vita donandola agli altri fuggendo le trappole di questa società consumista che ci dice in tutti i modi di pensare solo a noi stessi, sia il pensiero più bello che io possa regalare loro.

Ultima domanda: come sarà il tuo Natale in Ecuador? 

Il Natale non è una festa particolarmente sentita perché le tradizioni della gente sono diverse. Tuttavia, già dall’inizio dell’avvento ci stiamo preparando a vivere il Natale in parrocchia, soprattutto con i giovani ed i bambini dell’oratorio.

Ognuno dei circa 400 bambini e ragazzi che già frequentano potrà portare con sé un altro bambino più piccolo –  chiamato in maniera per me significativa navideño – ad imparare il segno della croce, le comuni preghiere cristiane e come comportarsi in chiesa. Poi si giocherà insieme, si canterà e si svolgeranno attività quali piccole recite dei racconti di Natale. Si pranzerà ovviamente insieme. Ogni oratoriano sarà responsabile del suo nadideño e così i numeri della festa della natività raddoppieranno!

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