Annunciare Cristo in Giappone

di: Fernando Filoni

In Giappone occorrono sacerdoti, religiosi, religiose e laici «che mettano sotto gli occhi dei non cristiani l’identità di Gesù attraverso la propria vita, avvicinando tutti con pazienza e amicizia», facendo al contempo esperienza grata che in tale opera apostolica «il lavoro essenziale è compiuto della grazia». Così il cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, ha delineato le urgenze e i fondamenti della missione della Chiesa nipponica nel discorso rivolto martedì 19 settembre a sacerdoti, religiosi, religiose, fedeli consacrati e laici dell’Arcidiocesi di Nagasaki, incontrati nel terzo giorno della sua visita in terra giapponese. Riprendiamo il suo discorso (fonte: Agenzia Fides).

Cattedrale di Nagasaky

Cattedrale di Nagasaky, rovine rimaste dopo il bombardamento del 1945

Carissimi sacerdoti, religiosi e religiose, fedeli consacrati e laici,
buongiorno e piacere di incontrarvi.

Sono felice di trovarmi fra voi oggi e ringrazio s.e. mons. Joseph Mitsuaki Takami per la preparazione di questo incontro. Innanzitutto, vi porto il saluto del santo padre Francesco che mi ha chiesto di darvi la Sua benedizione, assicurando che ricorda sempre nella preghiera la Chiesa del Giappone. Con me vi saluta anche il nunzio apostolico che è presente al nostro incontro. Mi piacerebbe che, dopo le mie parole, potessimo avere un tempo per dialogare e per me ascoltare la vostra voce.  Tuttavia, prima di introdurre il nostro dialogo, vorrei presentare qualche punto da condividere con voi.

Portare il nome «cristiano» nella società povera di Cristo

Sin dal momento del nostro battesimo, siamo morti al mondo nella morte di Cristo, così insegna San Paolo (cf. Rm 3,4), e siamo rinati in Lui dall’alto, ci dice l’Apostolo Giovanni (Gv 3,3). Questo costituisce la nostra vera identità, che va aldilà di ogni altra definizione; in questa identità di «cristiani», insegna San Paolo, tutti noi siamo divenuti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, perché quanti siamo stati battezzati in Cristo, ci siamo rivestiti di Cristo. Di conseguenza, non è importante l’identità nazionale, né l’identità sociale, né la differenza sessuale, essendo tutti uno in Cristo (cf. Gal 3,26-28).

Questa trasformazione spirituale fu percepita anche dai vostri antenati nella fede come una grazia infinita, perché la fede in Cristo permise loro di superare ostacoli e limiti che la società di allora imponeva. La fede in Cristo, invece, dava loro la speranza di una gloria spirituale e di una morale imperitura.  Tuttavia, il vivere questa identità di grazia divenne in pochi anni una sfida durissima, perché ciò non andava sempre in sintonia con una cultura che valorizza il concetto di «uniformismo armonico».

A tale riguardo, vorrei qui citare il magnifico esempio del beato Justo Takayama Ukon, che visse sempre da autentico giapponese e, al tempo stesso, scelse di essere posseduto da Cristo, abbracciando volentieri anche la perdita della sua posizione di privilegio e la riduzione ad una vita povera e segregata. Certamente, la sua scelta fu una sfida alla società dell’«uniformismo armonico» del suo tempo. Infatti, la fede in Cristo è stata sempre considerata, in ogni società tradizionale, come una «rivoluzione». Fu così a Gerusalemme, come pure a Roma e in Grecia all’epoca degli Apostoli, e non soltanto nei primi secoli della Chiesa. Le parole di Gesù erano e sono sempre una sfida alla logica del mondo.

Vedo che, anche voi, oggi, vi trovate davanti alle stesse domande a cui il beato Takayama Ukon doveva rispondere: è veramente tutto per me seguire Cristo Gesù, più di ogni altra cosa, specialmente, in questa società povera di Cristo, che ancora percepisce, non di rado, il cristianesimo come un elemento estraneo che minaccia l’armonia della società? Sono disponibile a rinunciare volentieri a tutto per il nome di Cristo, senza alcun compromesso? La mia prima identità è veramente quella di discepolo di Cristo che supera ogni altra identità del mondo?

Perché annunciare Cristo in Giappone

Sostieni SettimanaNews.itA questi interrogativi segue naturalmente una domanda: perché bisogna annunciare Cristo in Giappone? Forse questo è una delle domande che più ricorrono quando si riflette sulla storia dell’evangelizzazione in questo antico e nobile paese. Anche nel romanzo storico il Silenzio, di Endo Shusaku, i governanti ponevano sostanzialmente la stessa domanda: perché ci portate una religione straniera e ci chiedete di credere al vostro Dio? Anche noi abbiamo una cultura e una religione, che sono assai nobili e dignitose. Che cosa ha di più il cristianesimo che già non sia contenuto nella cultura confuciana o nella tradizione taoista-buddista? E questa era, di fatto, la stessa preoccupazione o paura che accompagna sempre e dovunque Cristo e la predicazione del Vangelo, almeno apparentemente scomoda.

Perché si devono annunciare Cristo e il cristianesimo in Giappone? Pare che molti giapponesi ancora si pongano questa domanda.

Sappiamo bene che tutte le persone, come insegna sant’Agostino, cercano Dio nel profondo del loro cuore, perché sono state create a sua immagine e somiglianza. Questo anelito del vero Dio è inciso nel cuore di ogni persona.

Ecco, qui vorrei dirvi che la vostra missione è importantissima e in tale missione voi siete gli stretti collaboratori di Cristo, come insegna san Paolo (cf. 1Cor 3,8), ossia nell’annuncio di questa gioiosa novità a tutto il popolo giapponese. Vi chiedo poi di riflettere su questa bella esortazione del papa Giovanni Paolo II: «Il miglior servizio al fratello è l’evangelizzazione, che lo dispone a realizzarsi come figlio di Dio, lo libera dalle ingiustizie e lo promuove integralmente» (RM, 58). Il portare il Vangelo agli altri è il più alto e nobile servizio che rendiamo al popolo giapponese, un atto di grande carità per il suo bene spirituale e morale. Non vi è povertà più grande di quella di non conoscere e di non amare Cristo.

Pertanto, non si può ridurre il cristianesimo a una cosa che si può identificare con la cultura di un paese, come ritenevano erroneamente i governanti, che perseguitarono i vostri antenati nella fede. Al contrario, l’unicità della fede cristiana si trova nella provvidenza di Dio per la salvezza di tutta la umanità.

Passione per l’evangelizzazione

La missionarietà è una passione, è come un amore travolgente. Non si può controllare, essa prende e marca tutta la vita. Non c’è razionalità, che raffreddi e uccida l’ardore. In Giappone oggi abbiamo bisogno di sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli-laici ferventi e zelanti, che si sentano presi dal desiderio missionario, che mettano sotto gli occhi dei non-cristiani l’identità di Gesù attraverso la propria vita, avvicinando tutti con pazienza e amicizia.

Mi piace pensare a un san Paolo dei nostri tempi, che direbbe: «Non annunzierò mai abbastanza» Gesù Cristo e il suo Vangelo. Ecco ciò che crea la Chiesa.

Nell’esercizio di questa missionarietà nei confronti dei vostri connazionali, bisogna conoscere la realtà giapponese. Ma si può, ad esempio, pensare che, nella ultra-competitività della società nipponica non vi sia bisogno di dare un significato alla propria vita, di trovare la pace dello spirito, di trovare un’identità che non sia semplicemente umana? Gesù aveva sottolineato quest’aspetto importante, quando diceva: «Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò … troverete ristoro per la vostra vita» (Mt 11,28-29). Per l’opera di evangelizzazione, è importante valorizzare anche alcune delle peculiarità tipiche del carattere giapponese, trasferite nel campo della fede: penso alla serietà dell’impegno quando un giapponese intraprende un compito, alla fierezza di appartenenza come aspetto identitario, all’amore per la natura e al suo rispetto, alla nobiltà di alcuni valori morali tradizionali.

Nonostante ciò, bisogna riprendere in Giappone la missio per i non-cristiani, mantenendo come punto di riferimento il peregrinare di Gesù, iniziato in Galilea, proseguito nelle regioni di Tiro, Sidone e della Decapoli, terre pagane, e concluso in Giudea. Cristo deve riprendere a camminare anche qui, in questo grande Arcipelago, dopo il suo arrivo con i missionari, dopo le persecuzioni e il disprezzo.

Carissimi fratelli e sorelle, grazie per il vostro servizio all’annuncio del Vangelo in questa società in cui ancora la maggior parte della gente ritiene forse che il cristianesimo non possa essere accolto dai giapponesi. Conosco la vostra difficoltà e il sacrificio offerto al Signore. Per questo, desidero cogliere l’occasione della mia presenza qui, per esprimere insieme al mio incoraggiamento anche e l’apprezzamento per voi. Sì, le difficoltà presenti non spariranno magicamente nel prossimo futuro, vista l’accelerazione della secolarizzazione della società. Tuttavia, non bisogna rassegnarsi davanti all’immensità dei problemi. Perché il lavoro essenziale è compiuto della Grazia, cioè da Dio. Dio ama i giapponesi e conosce i problemi e le angosce di questo popolo.

Questa è la nostra speranza, che niente e nessuno potrà toglierci. Affido ciascuno di voi all’intercessione della Beata Vergine Maria, dei innumerevoli martiri giapponesi e del beato Justo Takayama Ukon.

Cattedrale di Nagasaky, 19 settembre 2017

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