Memorie di un missionario

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missione

Ho un paio di ricordi che riaffiorano dalla mia storia di straniero in Brasile. Sono fatti spiacevoli di circa trent’anni fa che allora potevo attribuire alla mia inesperienza nel difficile e mai concluso processo di acculturazione, ma che, piú recentemente, hanno rivelato altre caratteristiche e suggerito una diversa interpretazione.

In un dibattito su come interpretare con verità un caso di violenza agraria, la mia lettura fu rifiutata non con argomenti, ma con la constatazione che, per essere italiano, non capivo bene le cose e non avevo il diritto di interferire. Gli interlocutori erano in parte condizionati dal fatto di essere nativi, “figli della terra”: si dice così da queste parti, in parte allineati con le direttive del partito.

Qualcosa di simile accadde in una parrocchia dove accompagnavo una lotta vittoriosa dei contadini contro il latifondo. Conquistata la terra, bisognava censire chi aveva il diritto di abitarla e coltivarla. Il fatto è che molti, che non erano contadini, volevano approfittare della opportunità. Contestai questa pretesa assurda e inaccettabile in assemblee e riunioni, ricevendo ovviamente avvisi e intimidazioni da parte di chi si sentiva attaccato.

La cosa più grave fu però la presa di posizione di un sindacalista che mi disse: “Si vede, padre, che lei non è di qui, ed è per questo che non può capire”. Insomma: inaccettabili artifici retorici per svalorizzare gli argomenti e screditando la persona.

Dal passato riemergono queste due forme de argumentum ad hominem, che hanno, però, la capacità di illuminare fenomeni statisticamente rilevanti della attualità. Infatti, quotidianamente, assistiamo alla diffusione planetaria delle cosiddette tribalizzazioni, in cui le identità collettive diventano mondi autoreferenziali, separati e aggressivi.

Oggi, per esempio, può accadere con una certa frequenza di essere ridotti al silenzio da tribù che sono presenti negli arcipelaghi del genere, dall’etnia, della religione e della politica, che, infelicemente riprendono specularmente – a volte con l’alibi del politicamente corretto – la metodologia degli esclusivismi elitisti, razzisti e assassini dell’elite bianca e colonizzatrice, comunicandoti esplicitamente o per sottintesi che la tua parola è straniera, irrilevante e inopportuna in questi mondi definiti da identità tribali.

Tutto questo non appartiene al capitolo dell’etica delle relazioni interpersonali. Non sto recriminando e lamentando inconvenienti o mancanze non eleganti di tatto.  La vera posta in gioco, infatti è la possibilità di riscattare o meno processi universali, quale antidoto alla frammentazione dalla modernità.

Possiamo così coltivare una sana nostalgia di Paolo di Tarso, che inaugurò un processo universale di uguaglianza e fraternità, in alternativa al totalitarismo imperiale e alla dittatura del diritto romano. Europa e America Latina sono testimoni dell’apparente fallimento storico dell’universalismo cristiano, ma, nonostante le innumerevoli inimicizie e guerre tra cristiani e la storica identificazione del cristianesimo con l’occidente, questa fede continua ad alimentare la camminata del Regno: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28).

In Gesù di Nazareth, crocifisso e risorto, non hanno infatti alcun senso gli autoriferimenti tribali e la moltiplicazione delle inimicizie a partire dalla diversità. E Pentecoste, con la comunione di popoli e lingue diverse, che si capiscono e si accolgono, è l’unica alternativa alla torre di Babele del pensiero unico e dell’unica cultura.

Posso fuggire dalla mia autoreferenzialità cattolica e, macroecumenicamente, citare la prospettiva universalista di Davi Kopenava Yanomami, che nella sua vita e nel suo libro La caduta del cielo non si preoccupa solamente del suo popolo e della sua terra, ma di tutti gli esseri umani e della Terra.

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