Sud Sudan: 50.000 vittime e il sorriso dei bambini

di: Daniele Moschetti

provinciale nel Sud SudanPadre Daniele Moschetti, comboniano, saluta i confratelli e gli amici dopo il suo servizio come provinciale nel Sud Sudan. La lettera è datata 30 dicembre 2016, ma fotografa bene una condizione “al limite”, eppure ricca di umanità e di speranza.

Carissima amica e carissimo amico. Pace a te.

È con gioia che ritorno a te per condividere e scriverti dopo diversi mesi, qualche riga per farti conoscere cosa sto vivendo e cosa mi accingo a vivere in questi prossimi giorni prima di rientrare in Italia. Il tempo sta volando velocemente e siamo già alla fine dell’anno 2016. Un altro anno si sta aprendo a noi con le sue sfide, opportunità e doni, sofferenze e lotte.

Ho celebrato il Natale qualche giorno fa nel campo degli sfollati dell’etnia Nuer che, dall’inizio della guerra civile nel dicembre 2013, continuano a risiedere in questo posto isolato, nel quartier generale delle Nazioni Unite a Juba. Sono circa 40.000 tra Nuer e un altro paio di etnie sud sudanesi.

Come sapete, i Nuer è l’etnia che ha pagato di più in termini di persone uccise, torturate, stuprate, castrate e altre violenze varie in tre anni di questa assurda guerra che ha già fatto più di 50.000 morti. Le grandi perdite e distruzioni per i Nuer sono avvenute sia qui a Juba che nei tre stati del Sud Sudan dove sono presenti in buona maggioranza. Milioni di persone da tutto il Paese sono scappate nelle vicine nazioni come il Sudan, l’Etiopia, il Kenya, l’Uganda e questa emorragia di paura e di persone non è ancora terminata. Anche nella parte sud del Paese, cioè nell’Equatoria, la guerra ha raggiunto queste zone e queste popolazioni, creando ancora di più una situazione assurda e insostenibile.

È assurdo assistere a questa agonia lenta e dolorosa sia per noi che ci siamo per scelta e sia per la gente che vede tutti i loro sogni e speranze del dopo indipendenza scomparire giorno dopo giorno. La paura, il sospetto, la resistenza e soprattutto la sopravvivenza hanno preso la parte centrale nella vita di tutta la gente nel paese.

Nel campo dei rifugiati di Juba dove andiamo con alcuni altri religiosi per celebrare la messa alla domenica ma anche per ascoltare e per sostenerli nella loro lotta e sopravvivenza, ci sono migliaia e migliaia di bambini e di giovani. Sono il presente e il futuro di questo paese distrutto e amareggiato e sempre più alla deriva. Ciò che sempre mi colpisce di più quando vado a trovarli è il sorriso che i bambini e la gente in genere condivide gratuitamente con me. Nonostante le grandi sofferenze e difficoltà nel vedere davanti a sé un futuro che non c’è, i bambini e la gente hanno ancora speranza e sorrisi da donare a tutti. Che grande mistero è la Vita… dove c’è più sofferenza, c’è anche più grande speranza e disponibilità.

I bambini soldati

Tre anni sono già passati dall’inizio di questa guerra civile. I bambini continuano ad essere reclutati dalle forze armate regolari e dai gruppi ribelli armati. 1.300 bambini sono stati reclutati nel 2016 come affermato dall’UNICEF qualche giorno fa. Questo porta a più di 17.000 il numero totale di bambini utilizzati nel conflitto dal 2013.

«Ora, che si intensifica il combattimento – nonostante le promesse ripetute da parte di tutti per porre fine al reclutamento –, i bambini sono ancora una volta presi di mira» ha affermato un alto funzionario delle Nazioni Unite.

Dopo varie promesse in passato, un totale di 1.932 bambini sono stati rilasciati dalle forze armate SPLA (Sudan People’s Liberation Army) e dai gruppi armati ribelli: 1.755 nel 2015 e 177 nel 2016.

I due più grandi gruppi in conflitto – SPLA, esercito governativo, e SPLA all’opposizione – hanno entrambi accordi sottoscritti con le Nazioni Unite per porre fine e prevenire il reclutamento e l’uso dei bambini.

Le violazioni dei diritti dei bambini sono state particolarmente diffuse in tutto questo periodo con bambini uccisi, rapiti e violentati. Dal 2013, l’UNICEF e i suoi partner hanno documentato:

  • 2.342 bambini uccisi o mutilati
  • 3.090 bambini rapiti
  • 1.130 bambini sessualmente aggrediti
  • 303 episodi di attacchi o uso militare di scuole o ospedali

Ma queste statistiche potrebbero essere molto più alte, purtroppo al di là di ciò che è un report formale.

L’insicurezza in corso, in combinazione con una crisi economica che ha spinto l’inflazione al di sopra dell’850 per cento, ha creato anche una diffusa insicurezza alimentare, con la malnutrizione tra i bambini che ha raggiunto livelli di emergenza nella maggior parte del paese con conseguenti morti di bambini piccoli ma anche di persone adulte. E la situazione continua.

E come può essere Natale in questa realtà così atroce e assurda?

Ogni bimbo è prezioso

Ho celebrato il Natale con più di un migliaio di persone nella piccola cappella che loro stessi si sono costruiti nel campo profughi di Juba, così come altri si sono costruite le loro, visto che sono così tanti sparsi in tutto il territorio del campo. Se vedete questo campo, vi sembra una città in un deserto tutto intorno. Abbiamo celebrato con grande gioia e passione la nascita di un Bambino Gesù che ha cambiato il mondo e la storia dell’umanità. Ma gli Erodi di tutti i tempi temono i “bambini” e la loro innocenza, che possono usurpare il potere e l’egoismo dei pochi, e solo per i loro sporchi interessi.

Ogni bimbo che nasce sulla terra rappresenta un Natale dell’umanità. Significa non solo che Dio non è ancora stanco degli uomini ma sta soprattutto ad indicare che l’umanità continua ad avere una speranza in cui credere e lottare. Vuol dire credere nel futuro.

Ogni bimbo che nasce ha quindi un’importanza fondamentale. Questo è ciò che credo e vogliamo credere, se lo facciamo in tanti.

Esso è veramente un patrimonio dell’umanità, più prezioso di ogni bene storico o culturale, decretato dall’UNESCO o da grandi storici; va quindi difeso e tutelato… ogni bimbo! Purtroppo, milioni di bambini come quelli del campo di Juba – o come tanti nel Paese o in Siria, in Centrafrica, in Congo ecc. – vivono una vita assurda e persa, al di sotto dei diritti primari della vita; moltissimi, davvero troppi, muoiono di fame, di sete, di malattie oggigiorno curabili… e questo è uno dei più grandi scandali generante sofferenza per tutta l’umanità. Ma c’è anche un altro modo per uccidere la forza e le speranze di questi bambini e giovani: bloccando l’accesso all’educazione e alla loro formazione umana e spirituale, come sta avvenendo nel nostro Paese qui e in tante altre parti del mondo.

Devono diventare non più “figli di un Dio minore”… ma pienamente cittadini di un mondo che è per tutti e non solo per i privilegiati! Ma, per assurdo, il sorriso è sul loro volto… non su quello di chi pensa di aver già tutto acquisito e a propria disposizione…!

Difendiamoli oggi!

Come abbiamo visto e letto, la mancanza di rispetto per i diritti umani di base continua ad essere diffusa in tutte le parti del globo. Il Sud Sudan è uno dei tanti paesi dove i diritti umani sono calpestati da tutti i leaders locali ma anche da altre nazioni che hanno i loro interessi in questo paese vergine e pieno di risorse naturali.

Nel mondo crescono molti movimenti estremisti e le persone vengono sottoposte a violenza orribile. I messaggi di intolleranza e di odio fanno crescere la paura di tutti i cittadini del mondo. I valori umani sono sotto attacco. E, giustamente, dobbiamo riaffermare la nostra comune umanità. Ovunque siamo, possiamo fare una grande e importante differenza. In strada, a scuola, sul lavoro, nei trasporti pubblici; nella cabina elettorale, sui social media. Il tempo per questo è ora e non domani. Tutti i popoli sono in grado di prendere posizione a favore dei diritti. E, insieme, certamente saremo in grado di prendere una posizione più umana e attenta a tutti e soprattutto alle categorie di persone più deboli ed emarginate.

Si inizia con ciascuno di noi, con piccoli passi! Facciamo un passo avanti insieme! Ognuno per quello che può e si sente nel cuore! Per difendere i diritti di un rifugiato o migrante, una persona con disabilità, una persona tossica o un barbone, una donna, un bambino, le popolazioni indigene, un gruppo di minoranza, o chiunque altro a rischio di discriminazione o di violenza. Allora cominceremo a sentire su di noi anche la difficoltà e l’esclusione che vivono queste persone in un mondo che tende ad emarginare e non ad includere. E probabilmente troveremo anche noi la nostra piccola ma vera liberazione…

Allora non sentiamoci in colpa se il mondo è così! Sentiamoci in colpa se il mondo lo lasciamo così!

Juba, 30 dicembre 2016.

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