2020: la riforma della curia

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cardinali

Il 2020 sarà l’anno della riforma della curia romana. Il via libera del consiglio dei cardinali in dicembre 2019 lo prefigura. A sette anni dall’elezione di Francesco al soglio di Pietro si completerà la faticosa ristrutturazione dell’apparato vaticano. L’opera di rinnovamento sollecitata e pretesa dai cardinali nei dialoghi pre-conclave ha subìto torsioni e sobbalzi per le emergenze economico-finanziarie e per il peso dei provvedimenti anti-abusi.

Il metodo di operare prima sui singoli punti e dicasteri, di costruire a pezzi il progetto complessivo, ha reso possibile le verifiche, ma ha allungato i tempi.

Si dava come probabile l’approvazione della costituzione apostolica Praedicate Evangelium prima nel 2018, poi per la festa dei santi Pietro e Paolo a giugno del 2019. L’originale modo di coinvolgere il gruppo dei 9 cardinali (diventati 6) è apparso da subito alla curia particolarmente esposto a imprecisioni ed errori. Solo i cardd. Parolin e Bertello conoscono a fondo la “macchina”.

L’ultima bozza, firmata dal card. Maradiaga e mandata in lettura ai dicasteri e alle conferenze episcopali nel maggio 2019, ha ricevuto molti rilievi critici, talora contraddittori. Per alcuni il discusso profilo della Segreteria di stato (ai tempi del card. Tarcisio Bertone si denunciava un “secondo papa”) non solo non è stato ridotto, ma francamente aumentato. L’aggiunta di una terza sezione dedicata al rapporto con i nunzi e il ruolo di moderazione per l’intera curia (a scapito della suggerita figura del moderator curiae) conferma e rafforza il ruolo primaziale della Segreteria.

«Si dovrebbe fare astrazione dalle persone – mi diceva un autorevole osservatore. I giusti consensi verso l’attuale responsabile, il card. Pietro Parolin, non dovrebbero condizionare un testo che regolerà l’insieme per diversi anni, forse decenni».

Una seconda osservazione critica riguarda il riequilibrio fra Santa Sede e conferenze episcopali. Se, nella prima parte del testo, le enunciazioni a favore di una specifica responsabilità dei vescovi sono molto chiare, meno precise sono le regole e le norme contenute nella seconda parte del testo di carattere più direttivo. Il superamento dell’Apostolos suos non è ancora avvenuto. Più evocazioni di stile che norme precise.

È tutto da definire un nuovo dipartimento, una “segreteria papale” che avrebbe il compito di convocare i responsabili dei dicasteri per un’azione di coordinamento e di valutazione di priorità, anche senza la presenza del papa. Giusta risposta all’isolamento delle attuali Congregazioni, ma ancora una volta in capo, con ogni probabilità, alla Segreteria di stato. Per altri è in questione il legame diretto fra il papa e la curia. Se si appanna, non cede soltanto il rilievo dei curiali, ma il servizio stesso alle Chiese locali. Senza contare le numerose incertezze relative ai ruoli e ai compiti dei vari dipartimenti all’interno dei dicasteri.

Critiche e criteri

Le lagnanze e le osservazioni critiche si potrebbero ulteriormente evocare ma non si può ignorare l’urgenza di una riforma da tutti condivisa e la qualità dei riferimenti a cui risponde:

a) la necessità che la riforma abbia anzitutto una qualità spirituale e morale oltre che strutturale;

b) la priorità dell’urgenza dell’annuncio evangelico su quella del controllo delle Chiese;

c) un riequilibrio delle responsabilità fra curia romana e conferenze episcopali;

d) la sinodalità come stile di governo e di vita ecclesiale;

e) una struttura capace di rispondere ai cambiamenti dei tempi e alla dislocazione a Sud della maggioranza dei cattolici.

Tutti elementi assai lucidamente presenti nella prima parte del documento che comprende un «prologo» e i «criteri e principi» (decentramento, ruolo dei laici, la dimensione di servizio ai vescovi oltre che al pontefice, comunicazione interna).

Sette discorsi alla curia

Ai tratti ispirativi si rifanno i sette discorsi alla curia in occasione degli auguri di Natale. Dopo l’annuncio della riforma curiale (13 aprile 2013), il primo discorso  verteva sulla professionalità dei curiali.

Nel 2014-2015 si affrontano le tentazioni e le virtù che interessano la curia, ma che si possono estendere alle comunità cristiane. Quindici le tentazioni e dodici le virtù.

Nel 2016 il discorso ruotava attorno ai criteri della riforma: dalla conversione personale a quella pastorale, dalla priorità dell’evangelizzazione alla razionalizzazione della curia con i caratteri della funzionalità, aggiornamento, sobrietà, sussidiarietà, sinodalità, cattolicità, professionalità e gradualità. All’elenco dei criteri seguiva il riferimento alle 19 decisioni che segnano il procedere della riforma: dalle disposizioni relative al comparto economico e finanziario alla creazione della Segreteria e del Consiglio dell’economia, dalla Commissione per la tutela dei minori alla Segreteria della comunicazione, dalla riforma del processo canonico all’erezione dei dicasteri per i laici e lo sviluppo umano integrale.

Nel 2017 l’attenzione andava all’attività esterna della curia, «ossia il rapporto della curia con le nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’islam e le altre religioni».

Nel 2018 il discorso è volto soprattutto a denunciare gli abusi di potere, di coscienza e sessuali in previsione della riunione dei presidenti delle conferenze episcopali che si sarebbe svolta nel febbraio 2019. «Sia chiaro che dinanzi a questi abomini la Chiesa non si risparmierà nel compiere tutto il necessario per consegnare alla giustizia chiunque abbia commesso tali delitti. La Chiesa non cercherà mai di insabbiare o sottovalutare nessun caso».

Un corpo vivo e un ritardo intollerabile

Torna direttamente sul tema della riforma della curia il discorso del 21 dicembre 2019. «Nell’incontro odierno vorrei soffermarmi su alcuni altri dicasteri (oltre a quelli già accennati nei discorsi precedenti; ndr) partendo dal cuore della riforma, ossia dal primo e più importante compito della Chiesa: l’evangelizzazione». La Congregazione per la dottrina della fede e quella per l’evangelizzazione dei popoli hanno direttamente a che fare con l’urgenza dell’annuncio del Vangelo.

In un tempo ormai di post-cristianità («Non siamo più in regime di cristianità»), davanti alla progressiva secolarizzazione della società e rispetto a fenomeni come l’espansione ormai prevalente del sistema urbano, dobbiamo «trovare mezzi adeguati per riproporre la perenne verità del vangelo di Cristo». In un contesto in cui «non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati».

Il dicastero della comunicazione, l’impresa più complessa della riforma perché ha unificato nove enti che si occupavano di informazione, deve rispondere a una cultura ampiamente digitalizzata «che ha impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi, di entrare in relazione con gli altri».

Il dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale è istituito per «promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo alla luce del Vangelo. Tale sviluppo si attua mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato».

Senza fretta, senza rigidità e mettendo in conto qualche errore, la riforma vorrebbe rispondere all’accorata affermazione del compianto card. Martini: «La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?».

La quarta revisione

Dalla fondazione della nuova curia nel 1588 soltanto tre pontefici hanno avuto il coraggio di ristrutturare il suo apparato: Pio X nel 1908, dopo il concilio Vaticano I e la perdita dello stato pontificio e Paolo VI nel 1967 dopo il concilio Vaticano II. Giovanni Paolo II nella costituzione Pastor bonus si limitò ad alcuni miglioramenti minori.

Quella avviata da Francesco è, quindi, la quarta riforma curiale. Le 9 Congregazioni e i 12 Pontifici consigli si ridurranno a 15 dicasteri, tutti giuridicamente uguali. Il termine “segreteria” viene riservato alla Segreteria di stato. Dopo di essa si snodano i vari dicasteri.

Quello per l’evangelizzazione sarà diviso in due sezioni: una per i problemi fondamentali riguardanti l’evangelizzazione nel mondo di oggi; la seconda col compito di offrire accompagnamento e sostegno alle nuove Chiese locali che non rientrano nella competenza del dicastero per le Chiese orientali.

Il dicastero per la dottrina della fede perde rilievo (non sarà più indicata come “suprema”) ma allarga i suoi compiti: non solo per il controllo dell’ortodossia, ma anche come stimolo alla ricerca teologica.

Segue il dicastero della carità, che eredita la tradizione della elemosineria apostolica, ora elevata allo stato di dicastero, guidato quindi da un prefetto.

Il dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti si dedicherà anzitutto alla promozione della sacra liturgica secondo l’insegnamento del Vaticano II, chiamato a “confermare” (non a giudicare) le traduzioni legittimamente preparate dalle conferenze episcopali.

Nel dicastero per i laici, la famiglia e la vita si dovrà percepire il nuovo ruolo dei laici e delle donne nella vita ecclesiale, a confronto con le recenti problematiche familiari.

Il dicastero per lo sviluppo umano integrale dovrà appunto sostenere «i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato».

Trasversali a tutti i dicasteri saranno l’attenzione e i ruoli dei laici, il rapporto non solo con il papa ma anche coi vescovi, la particolare attenzione alle conferenze episcopali.

Il personale di curia (ora circa 2.500 persone) dovrà considerarsi al servizio del papa e, allo stesso tempo, dei vescovi. Gli ufficiali dovranno avere alle proprie spalle almeno quattro anni di esperienza nel servizio pastorale.

Prima la conversione, poi la funzionalità

La verifica partirà dal testo ufficiale che verrà approvato e nella pratica dei prossimi anni. Ma la riforma curiale è certamente un segno della vivacità della Chiesa. «È necessario ribadire con forza – dice il papa nel discorso alla curia del 2016 – che la riforma non è fine a sé stessa, ma è un processo di crescita e soprattutto di conversione. La riforma, per questo, non ha un fine estetico, quasi si voglia rendere più bella la curia; né può essere intesa come una sorta di lifting, di maquillage oppure di trucco per abbellire l’anziano corpo curiale… La riforma della curia non si attua in nessun modo con il cambiamento delle persone – che senz’altro avviene e avverrà – ma con la conversione nelle persone. In realtà, non basta una formazione permanente, occorre anche e soprattutto, una conversione e una purificazione permanente. Senza un mutamento di mentalità, lo sforzo funzionale sarebbe vano».

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Un commento

  1. Gsimy 31 dicembre 2019

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