Ai vescovi degli Stati Uniti

di: Papa Francesco

Pubblichiamo la Lettera che il santo padre Francesco ha inviato ai Vescovi della Conferenza episcopale degli Stati Uniti del Nord America in occasione degli esercizi spirituali, guidati dal predicatore della Casa pontificia, padre Raniero Cantalamessa, sul tema «Ne costituì Dodici, perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Marco 3,14), in corso presso il Seminario di Mundelein, nell’Arcidiocesi di Chicago (USA), dal 2 all’8 gennaio 2019.

Cari fratelli,

lo scorso 13 settembre, durante l’incontro che ho avuto con la Presidenza della Conferenza episcopale, vi ho suggerito di fare insieme gli esercizi spirituali: un tempo di ritiro, preghiera e discernimento come anello necessario e fondamentale nel cammino per affrontare e rispondere evangelicamente alla crisi di credibilità che attraversate come Chiesa. Lo vediamo nel Vangelo, il Signore nei momenti importanti della sua missione si ritirava e passava tutta la notte in preghiera e invitava i suoi discepoli a fare lo stesso (cf. Mc 14, 38). Sappiamo che lo sviluppo degli eventi non regge a nessuna risposta o atteggiamento; al contrario, esige da noi pastori la capacità e soprattutto la saggezza di generare una parola frutto dell’ascolto sincero, orante e comunitario della Parola di Dio e del dolore del nostro popolo. Una parola generata nella preghiera del pastore che, come Mosè, lotta e intercede per il suo popolo (cf. Es 32,30-32).

Nell’incontro ho espresso al cardinale Di Nardo e ai vescovi presenti il mio desiderio di accompagnarvi personalmente un paio di giorni, in questi esercizi spirituali, il che è stato accolto con gioia e speranza. Come successore di Pietro volevo unirmi a voi e con voi implorare il Signore di inviare il suo Spirito capace di «fare nuove tutte le cose» (cf. Ap 21, 5) e mostrare i cammini di vita che, come Chiesa, siamo chiamati a percorrere per il bene di tutto il popolo che ci è stato affidato. Nonostante gli sforzi compiuti, per problemi di logistica, non potrò accompagnarvi personalmente. Questa lettera vuole supplire, in qualche modo, al viaggio mancato. Mi rallegra anche che abbiate accettato l’offerta che sia il predicatore della casa pontificia a guidare con la sua sapiente esperienza spirituale gli esercizi spirituali.

Con queste righe, desidero starvi più vicino e come fratello riflettere e condividere alcuni aspetti che considero importanti, e anche stimolarvi nella preghiera e nei passi che fate nella lotta contro la «cultura dell’abuso» e nel modo di affrontare la crisi della credibilità.

«Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti» (Mc 10,43-44). Queste parole, con le quali Gesù chiude la discussione e mette in luce l’indignazione che nasce tra i discepoli quando sentono Giacomo e Giovanni chiedere di sedersi alla destra e alla sinistra del Maestro (cf. Mc 10,37), ci serviranno da guida in questa riflessione che desidero compiere insieme a voi.

Il vangelo non teme di svelare ed evidenziare certe tensioni, contraddizioni e reazioni che esistono nella vita della prima comunità di discepoli; anzi, sembrerebbe farlo ex professo: ricerca dei primi posti, gelosie, invidie, arrangiamenti e accomodamenti. Così come anche tutti gli intrighi e i complotti che, a volte segretamente e altre pubblicamente, si organizzavano attorno al messaggio e alla persona di Gesù da parte delle autorità politiche, religiose e commerciali dell’epoca (cf. Mc 11,15-18). Conflitti che aumentavano man mano che si avvicinava l’Ora di Gesù nel suo dono di sé sulla croce quando il principe di questo mondo, il peccato e la corruzione sembravano avere l’ultima parola contaminando tutto di amarezza, sfiducia e mormorazione.

Come aveva profetizzato l’anziano Simeone, i momenti difficili e cruciali hanno la capacità di mettere in luce i pensieri intimi, le tensioni e le contraddizioni che dimorano personalmente e comunitariamente nei discepoli (cf. Lc 2,35). Nessuno può ritenersi esente da ciò; siamo invitati come comunità a vegliare affinché, in quei momenti, le nostre decisioni, opzioni, azioni e intenzioni non siano viziate (o il meno viziate possibile) da questi conflitti e tensioni interne e siano, soprattutto, una risposta al Signore che è vita per il mondo. Nei momenti di maggiore turbamento, è importante vegliare e discernere per avere un cuore libero da impegni e da apparenti certezze per ascoltare ciò che più è gradito al Signore nella missione che ci è stata affidata. Molte azioni possono essere utili, buone e necessarie e addirittura possono sembrare giuste, ma non tutte hanno «sapore» di vangelo. Se mi permettete di dirlo in modo colloquiale: bisogna far attenzione che «il rimedio non diventi peggiore della malattia». E questo richiede da noi saggezza, preghiera, molto ascolto e comunione fraterna.

  1. «Tra di voi questo non deve accadere»

Negli ultimi tempi la Chiesa negli Stati Uniti si è vista scossa da molteplici scandali che toccano nel più profondo la sua credibilità. Tempi burrascosi nella vita di tante vittime che hanno subito nella loro carne l’abuso di potere, di coscienza e sessuale da parte di ministri ordinati, consacrati, consacrate e fedeli laici; tempi burrascosi e di croce per quelle famiglie e tutto il Popolo di Dio.

La credibilità della Chiesa si è vista fortemente messa in discussione e debilitata da questi peccati e crimini, ma specialmente dalla volontà di volerli dissimulare e nascondere, il che ha generato una maggiore sensazione di insicurezza, di sfiducia e di mancanza di protezione nei fedeli. L’atteggiamento di occultamento, come sappiamo, lungi dall’aiutare a risolvere i conflitti, ha permesso agli stessi di perpetuarsi e di ferire più profondamente la trama di rapporti che oggi siamo chiamati a curare e ricomporre.

Siamo consapevoli che i peccati e i crimini commessi e tutte le loro ripercussioni a livello ecclesiale, sociale e culturale hanno creato un’impronta e una ferita profonda nel cuore del popolo fedele. Lo hanno riempito di perplessità, sconcerto e confusione; e questo serve anche molte volte come scusa per screditare continuamente e mettere in dubbio la vita donata di tanti cristiani che «mostrano l’immenso amore per l’umanità ispiratoci dal Dio fatto uomo» (cf. Evangelii gaudium, n. 76). Ogni volta che la parola del Vangelo disturba o diventa una testimonianza scomoda, non sono poche le voci che intendono farla tacere segnalando il peccato e le incongruenze dei membri della Chiesa e ancor di più dei loro pastori.

Impronta e ferita che si trasferisce anche all’interno della comunione episcopale, generando non esattamente il sano e necessario confronto e le tensioni proprie di un organismo vivo, bensì la divisione e la dispersione (cf. Mt 26,31b), frutti e mozioni non certo dello Spirito Santo, ma «del nemico di natura umana» (Sant’Ignazio, Esercizi Spirituali, n. 135), che trae più vantaggio dalla divisione e dalla dispersione che dalle tensioni e dai dissensi logici tipici della coesistenza dei discepoli di Cristo.

La lotta contro la cultura dell’abuso, la ferita nella credibilità, come pure lo sconcerto, la confusione e il discredito nella missione esigono, ed esigono da noi, un atteggiamento nuovo e deciso per risolvere il conflitto. «Voi sapete che coloro che si considerano governanti – ci direbbe Gesù – dominano le nazioni come se ne fossero i padroni, e i potenti fanno sentire loro la propria autorità. Tra di voi questo non deve accadere». La ferita nella credibilità esige un approccio particolare poiché non si risolve con decreti volontaristici o stabilendo semplicemente nuove commissioni o migliorando gli organigrammi di lavoro come se fossimo capi di un’agenzia di risorse umane. Una simile visione finisce col ridurre la missione del pastore della Chiesa a un mero compito amministrativo/organizzativo nella «impresa dell’evangelizzazione». Diciamolo chiaramente, molte di queste cose sono necessarie, ma insufficienti, poiché non riescono ad assumere e ad affrontare la realtà nella sua complessità e corrono il rischio di finire col ridurre tutto a problemi organizzativi.

La ferita nella credibilità tocca il livello più basilare dei nostri modi di relazionarci. Possiamo constatare che esiste un tessuto vitale che si è visto danneggiato e, come artigiani, siamo chiamati a ricostruire. Ciò implica la capacità – o meno – che possediamo come comunità di costruire vincoli e spazi sani e maturi, che sappiano rispettare l’integrità e l’intimità di ogni persona. Implica la capacità di convocare per risvegliare e infondere fiducia nella costruzione di un progetto comune, ampio, umile, sicuro, sobrio e trasparente. E questo esige non solo una nuova organizzazione, ma anche la conversione della nostra mente (metanoia), del nostro modo di pregare, di gestire il potere e il denaro, di vivere l’autorità e anche di come ci relazioniamo tra noi e con il mondo. Le trasformazioni nella Chiesa hanno sempre come orizzonte suscitare e stimolare uno stato costante di conversione missionaria e pastorale che permetta nuovi itinerari ecclesiali sempre più conformi al Vangelo e, pertanto, rispettosi della dignità umana. La dimensione programmatica delle nostre azioni deve essere accompagnata dalla loro dimensione paradigmatica che mostra lo spirito e il senso di ciò che si fa. Si esigono a vicenda e hanno bisogno l’una dell’altra. Senza questa chiara e decisa focalizzazione tutto ciò che si farà correrà il rischio di essere tinto di autoreferenzialità, autopreservazione e autodifesa e, pertanto, condannato a cadere come «un sacco vuoto». Sarà forse un corpo ben strutturato e organizzato, ma senza forza evangelica, poiché non aiuterà a essere una Chiesa più credibile e testimoniale, bensì «un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna» (1Cor 13,1).

Una nuova stagione ecclesiale ha bisogno, fondamentalmente, di pastori maestri del discernimento nel passaggio di Dio nella storia del suo popolo e non di semplici amministratori, poiché le idee si dibattono, ma le situazioni vitali si discernono. Pertanto, in mezzo alla desolazione e alla confusione che le nostre comunità vivono, il nostro dovere è – in primo luogo – di trovare uno spirito comune capace di aiutarci nel discernimento, non per ottenere la tranquillità frutto di un equilibrio umano o di una votazione democratica che faccia «vincere» gli uni sugli altri, questo no! Ma un modo collegialmente paterno di assumere la situazione presente che protegga – soprattutto – dalla disperazione e dalla orfanità spirituale il popolo che ci è stato affidato (cf. Jorge M. Bergoglio, Las cartas de la tribulación, n. 12, ed. Diego De Torres, Buenos Aires 1987). Questo ci permetterà di immergerci meglio nella realtà, cercando di comprenderla e di ascoltarla dal di dentro, senza restarne prigionieri.

Sappiamo che i momenti di turbamento e di prova sono soliti minacciare la nostra comunione fraterna, ma sappiamo anche che possono trasformarsi in momenti di grazia che rafforzino la nostra dedizione a Cristo e la rendano credibile. Questa credibilità non si radicherà in noi stessi, e neppure nei nostri discorsi, né nei nostri meriti, né nel nostro onore personale o comunitario, simboli della nostra pretesa – quasi sempre inconsapevole – di giustificarci con noi stessi a partire dalle nostre proprie forze e abilità (o dalla disgrazia altrui). La credibilità sarà frutto di un corpo unito che, riconoscendosi peccatore e limitato, è capace di proclamare la necessità della conversione. Perché non vogliamo annunciare noi stessi, ma Colui che è morto per noi (2Cor 4,5) e testimoniare come nei momenti più bui della nostra storia il Signore si rende presente, apre cammini e unge la fede scoraggiata, la speranza ferita e la carità addormentata.

La coscienza personale e comunitaria dei nostri limiti ci ricorda, come disse san Giovanni XXIII, che «l’autorità non si può considerare esente da sottomissione a un’altra superiore» (Pacem in terris, n. 47) e pertanto non si può isolare nel suo discernimento e nella ricerca del bene comune. Una fede e una coscienza spogliata dell’istanza comunitaria, come se fosse un «trascendentale kantiano», poco a poco finisce con l’annunciare «un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo» e presenterà una falsa e pericolosa opposizione tra l’essere personale e l’essere ecclesiale, tra un Dio puro amore e la carne donata di Gesù Cristo. Anzi, si può correre il rischio di finire col fare di Dio un «idolo» di un determinato gruppo esistente. Il costante riferimento alla comunione universale, come anche al Magistero e alla Tradizione millenaria della Chiesa, salva i credenti dall’assolutizzazione del «particolarismo» di un gruppo, di un tempo, di una cultura dentro la Chiesa. La cattolicità si gioca anche nella capacità che abbiamo noi pastori di imparare ad ascoltarci, aiutare ed essere aiutati, lavorare insieme e ricevere le ricchezze che le altre Chiese possono apportare nella sequela di Gesù Cristo. La cattolicità nella Chiesa non si può ridurre solo a una questione meramente dottrinale o giuridica, ma ci ricorda che in questo pellegrinaggio non siamo né procediamo soli: «Un membro soffre? Tutte le membra soffrono con lui» (1Cor 12,26).

Questa coscienza collegiale di uomini peccatori in permanente conversione, ma sempre sconcertati e afflitti da tutto l’accaduto, ci permette di entrare in comunione affettiva con il nostro popolo e ci libererà dal cercare falsi, rapidi e vani trionfalismi che pretendono di assicurare spazi piuttosto che iniziare e risvegliare processi. Ci proteggerà dal ricorrere a sicurezze anestetizzanti che ci impediscono di avvicinarci e comprendere l’entità e le ramificazioni di quanto accaduto. D’altro canto, favorirà la ricerca di mezzi adeguati non legati a vani apriorismi né pietrificati in espressioni immobili che hanno perso la capacità di parlare e di smuovere gli uomini e le donne del nostro tempo (Paolo VI, Ecclesiam suam, n. 39).

La comunione affettiva con il sentire del nostro popolo, con la sua sfiducia, ci spinge a esercitare una paternità spirituale collegiale che non banalizzi le risposte e non resti neppure prigioniera di un atteggiamento sulla difensiva, ma che cerchi d’imparare – come fece il profeta Elia in mezzo alla sua desolazione – ad ascoltare la voce del Signore, che non si trova né nelle tempeste né nei terremoti, ma nella calma che nasce dal confessare il dolore nella sua situazione presente e si lascia convocare ancora una volta dalla Sua parola (cf. 1Re 19,9-18).

Questo atteggiamento ci chiede la decisione di abbandonare come modus operandi il discredito e la delegittimazione, la vittimizzazione e il rimprovero nel modo di relazionarsi e, al contrario, di dare spazio alla soave brezza che solo il Vangelo ci può offrire. Non ci dimentichiamo che «la mancanza di un riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti è ciò che impedisce alla grazia di agire meglio in noi, poiché non le lascia spazio per produrre quel bene possibile che si integra in un cammino sincero e reale di crescita» (Francesco, Gaudete et exsultate, n. 50). Tutti gli sforzi che faremo per rompere il circolo vizioso del rimprovero, della delegittimazione e del discredito, evitando la mormorazione e la calunnia, in vista di un cammino di accettazione orante e vergognosa dei nostri limiti e peccati e stimolando il dialogo, il confronto e il discernimento, tutto ciò ci disporrà a trovare cammini evangelici che suscitino e promuovano la riconciliazione e la credibilità che il nostro popolo e la missione esigono da noi. Faremo questo se saremo capaci di smettere di proiettare sugli altri le nostre confusioni e insoddisfazioni, che costituiscono ostacoli per l’unità (cf. Evangelii gaudium, n. 96) e se oseremo metterci insieme in ginocchio dinanzi al Signore lasciandoci interpellare dalle sue piaghe, nelle quali potremo vedere le piaghe del mondo. «Voi sapete che coloro che si considerano governanti – ci direbbe Gesù – dominano le nazioni come se ne fossero i padroni, e i potenti fanno sentire loro la propria autorità. Tra di voi questo non deve accadere».

  1. «Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti»

Il Popolo fedele di Dio e la missione della Chiesa hanno già sofferto, e soffrono troppo, a causa degli abusi di potere, coscienza, sessuali e della loro cattiva gestione, per aggiungere loro la sofferenza di trovare un episcopato disunito, concentrato nel discreditarsi più che nel trovare cammini di riconciliazione. Questa realtà ci spinge a porre lo sguardo sull’essenziale, a spogliarci di tutto quello che non aiuta a rendere trasparente il Vangelo di Gesù Cristo.

Oggi ci viene richiesta una nuova presenza nel mondo conforme alla croce di Cristo, che si cristallizzi in servizio agli uomini e alle donne del nostro tempo. Ricordo le parole di san Paolo VI all’inizio del suo pontificato: «Bisogna farsi fratelli degli uomini nell’atto stesso che vogliamo essere loro pastori e padri e maestri. Il clima del dialogo è l’amicizia. Anzi il servizio. Tutto questo dovremo ricordare e studiarci di praticare secondo l’esempio e il precetto che Cristo ci lasciò (Gv 13, 14-17)» (Ecclesiam suam, n. 39).

Questo atteggiamento non rivendica per sé i primi posti e neppure il successo e l’applauso per i nostri atti, bensì chiede, a noi pastori, l’opzione fondamentale di voler essere seme che germinerà quando e dove il Signore meglio vorrà. Si tratta di un’opzione che ci salva dal cadere nella trappola di misurare il valore dei nostri sforzi con i criteri di funzionalità ed efficienza che reggono il mondo degli affari; piuttosto il cammino è di aprirci all’efficacia e al potere trasformatore del Regno di Dio che, come un granello di senape – il più piccolo e insignificante di tutti i semi – riesce a trasformarsi in arbusto che serve a proteggere (cf. Mt 13,32-33). Non possiamo permetterci, in mezzo alla tormenta, di perdere la fede nella forza silenziosa, quotidiana e operante dello Spirito Santo nel cuore degli uomini e della storia.

La credibilità nasce dalla fiducia, e la fiducia nasce dal servizio sincero e quotidiano, umile e gratuito verso tutti, ma specialmente verso i prediletti del Signore (Mt 25,31-46). Un servizio che non intende essere un’operazione di marketing o una mera strategia per recuperare il posto perso o il riconoscimento vano nel tessuto sociale ma – come ho voluto segnalare nell’ultima esortazione apostolica Gaudete et exsultate – perché appartiene «alla sostanza stessa del Vangelo di Gesù» (n. 97).

La chiamata alla santità ci protegge dal cadere in false opposizioni o riduzionismi e dal tacere dinanzi a un ambiente propenso all’odio e all’emarginazione, alla disunione e alla violenza tra fratelli. La Chiesa, «il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, n. 1), porta nel suo essere e nel suo seno la sacra missione di essere terra d’incontro e ospitalità non solo per i suoi membri, ma anche per tutto il genere umano. È proprio della sua identità e missione lavorare instancabilmente per tutto ciò che può contribuire all’unità tra persone e popoli come simbolo e sacramento del dono di Cristo sulla Croce per tutti gli uomini senza alcun tipo di distinzione, «non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). È questo il suo servizio più grande, ancor più quando vediamo risorgere nuovi e vecchi discorsi fratricidi. Le nostre comunità oggi devono testimoniare in modo concreto e creativo che Dio è Padre di tutti e che dinanzi al suo sguardo l’unica classificazione possibile è quella di figli e fratelli. La credibilità si gioca anche nella misura in cui aiutiamo, insieme ad altri attori, a intrecciare un tessuto sociale e culturale che non solo si sta sfaldando, ma che alberga e rende possibili nuovi odi. Come Chiesa non possiamo rimanere prigionieri dell’una o dell’altra trincea, ma dobbiamo vegliare e partire sempre dal più indifeso. Da lì il Signore ci invita a essere, come recita la Preghiera eucaristica V D: «In mezzo al nostro mondo, diviso dalle guerre e discordie, strumenti di unità, di concordia e di pace».

Che altissimo compito abbiamo nelle mani, fratelli; non lo possiamo tacere e anestetizzare a causa dei nostri limiti e mancanze! Ricordo le sagge parole di Madre Teresa di Calcutta, che possiamo ripetere personalmente e comunitariamente: «Sì, ho molte debolezze umane, molte miserie umane. […] Ma Lui si abbassa e si serve di noi, di te e di me, per essere suo amore e sua compassione nel mondo, nonostante i nostri peccati, nonostante le nostre miserie e i nostri difetti. Lui dipende da noi per amare il mondo e dimostrargli quanto lo ama. Se ci occupiamo troppo di noi stessi, non ci resterà tempo per gli altri» (Madre Teresa di Calcutta, Cristo en los Pobres, 37-38. Francesco, Gaudete et exsultate, n. 107).

Cari fratelli, il Signore sapeva molto bene che, nell’ora della croce, la mancanza di unità, la divisione e la dispersione, come anche le strategie per liberarsi di quell’ora, sarebbero state le tentazioni più grandi che avrebbero vissuto i suoi discepoli; atteggiamenti che avrebbero sfigurato e ostacolato la missione. Per questo Lui stesso chiese al Padre di prendersi cura di loro affinché, in quei momenti, fossero una cosa sola come loro e nessuno si perdesse (cf. Gv 17,11-12). Fiduciosi e immergendoci nella preghiera di Gesù al Padre, vogliamo imparare da Lui e, con determinata deliberazione, cominciare questo tempo di preghiera, silenzio e riflessione, di dialogo e comunione, di ascolto e discernimento, per lasciare che Egli forgi il cuore a sua immagine e aiuti a scoprire la sua volontà.

In questo cammino non procediamo soli, Maria accompagnò e sostenne fin dall’inizio la comunità dei discepoli; con la sua presenza materna aiutò a far sì che la comunità non restasse orfana lungo i cammini a causa delle chiusure individualiste e della pretesa di salvare sé stessa. Ella protesse la comunità dei discepoli dall’orfanità spirituale che sfocia nella autoreferenzialità e con la sua fede le permise di perseverare nell’incomprensibile, nell’attesa che giungesse la luce di Dio. A lei chiediamo di mantenerci uniti e perseveranti, come nel giorno di Pentecoste, affinché lo Spirito sia riversato nei nostri cuori e ci aiuti in ogni momento e luogo a rendere testimonianza della sua Resurrezione.

Cari fratelli, con queste riflessioni mi unisco a voi in questi giorni di Esercizi Spirituali. Prego per voi; per favore fatelo per me.

Che Gesù vi benedica e la Vergine Santa vi custodisca.

Città del Vaticano, 1° gennaio 2019

Fraternamente
Francesco

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