Il papa non è una sagoma per il tiro a segno

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Attacchi contro Francesco

Procura grande tristezza conoscere, in questi ultimi mesi, discorsi più che critici su papa Francesco, esposti con mano troppo svelta e con bocca poco riflessiva, che agitano il cuore e l’anima per diversi motivi: soprattutto la manifesta malevolenza, mentre turba assai l’intravedere sorprendenti soggetti che intessono quei parlari con toni e in contesti al dir poco fuori posto.

Brutti giorni di Chiesa

Brutto è, anzitutto, il sospetto che vi sia, non dico una regìa (rispettiamo questa magnifica parola, ora che è il centenario della nascita di un grande regista italiano che ha onorato con eccellenza questo nome nel mondo): si tratta piuttosto di un maneggio non molto onesto che ha i non-colori della mediocrità e di un evidente difetto di ecclesalità, insieme ai brutti odori del disamore, dell’“odio teologico”, di cui parlava don Luigi Sartori per stigmatizzare l’arroganza di quelli che si ritengono i paladini della fede e i soli difensori di essa, fino a sentirsi in dovere di valicare la soglia dell’odio per poterla difendere.

Una nota particolarmente stonata è nel comportamento di qualcuno di quei soggetti l’ingratitudine verso un papa che s’è mostrato assai delicato nel mantenerlo, con regale signoria, in un ruolo di servizio che doveva essere gestito con pari delicatezza, anche per amore a Ratzinger…

Alcune interrogazioni

Il vociare scomposto e confuso degli ultimi attacchi a papa Bergoglio si fa riconoscere per:

1) l’assenza del mite e pensoso discernere nelle cose del Regno, cosa soprattutto necessaria quando si affrontano questioni teologiche, pastorali e giuridiche importanti e difficili, e di quelle che hanno anche dell’inedito (come sono quelle trattate dal sinodo sull’Amazzonia);

2) il non rispetto delle Persone che, questa volta, è il caso di scrivere con la maiuscola: il parlare di alcuni pochi cardinali desta sorpresa per il ridicolo sussiego del loro parlare papale, mentre papi non sono; l’esprimersi con un linguaggio affatto ecclesiale, perfino “in odium personae”, da parte di qualche vescovo a riposo, che davvero non è edificante.

Ora alcune educate e fraterne domande perché chiedere è sempre innocente. Anzi, per eliminare anche l’ombra della supponenza, è il caso di adottare un termine più acconcio – “interrogazioni” – una parola resa bella e seria da Edmond Jabès nel suo Il libro delle interrogazioni.

Prima domanda

Perché non si prova a rispettare l’eleganza spirituale con cui Joseph Aloisius Ratzinger e Jorge Mario Bergoglio (qui usiamo meglio i nomi di battesimo) hanno impostato la loro vicinanza ambientale ed ecclesiale? Quel patto di gentilezza ha la sua espressione nelle alte parole che essi si rivolsero il 28 giugno 2016, nella festa per il 65° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Ratzinger.

Bergoglio, nel suo breve discorso, aveva affermato che dalla casetta francescana, dove Ratzinger abita ora, promanava «una tranquillità, una pace, una forza, una fiducia, una maturità, una fede, una dedizione e una fedeltà che mi fanno tanto bene e danno tanta forza a me e a tutta la Chiesa». Il Festeggiato gli rispose con queste commoventi parole: «La sua bontà, dal primo momento dell’elezione, in ogni momento della mia vita qui, mi colpisce, mi porta realmente, interiormente. Più che nei Giardini Vaticani, con la loro bellezza, la sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto».

Questa è l’icona cristiana ed esemplare dei due grandi uomini di Chiesa che nessuno deve sentirsi autorizzato a guastare e che tutti debbono avere cara dinanzi ai loro occhi. Allora, perché non si lasciano questi due uomini alla loro serenità interiore, all’esplicitazione del loro diverso compito, alla loro amicizia spirituale? Solo chi sa stare rispettosamente e discretamente dentro il perimetro del suo particolare servizio ecclesiale sa rendere loro l’aiuto che essi meritano e a cui hanno diritto.

Seconda domanda

Su SettimanaNews, nel quarto anniversario dell’elezione di papa Francesco, chiedevo: perché non ritornare allo spirare del 13 marzo del 2013, quando, la sera di quel giorno, tutti sentimmo un odore di madia e l’aria dello Spirito che non ha mai lasciato la sua Chiesa?

E ancora chiedevo: Ma Francesco non è ancora il papa scelto dallo Spirito? Perché non si ricorda il lungo periodo di preghiera della Chiesa prima dell’ultimo Conclave? Perché non rammenta il trepidante evento del Conclave, in parte drammatico avvenendo dopo la dimissione del papa, al quale bisognava eleggere un successore? Abbiamo dimenticato come l’intera Chiesa ha invocato lo Spirito e finalmente si accolse con gioia dal Dio trinitario il dono del papa nuovo?

Questo domandare discreto non pretende risposte, ma sono garbati e fraterni inviti a meditare di più al solo fine di vivere in lieta fraternità ecclesiale quest’ora della storia della Chiesa che è piena di belle appostazioni dello Spirito che non dobbiamo deludere con il disincontro.

La Curia romana non è l’altra metà della Chiesa

Non salto la parola Curia romana che pronuncio con rispetto e che ha nel suo seno anche persone sante. Chiedo però: un papa che prima è stato dono dello Spirito può diventare un soggetto esposto al bersaglio della critica metodica, organizzata e malevola, proprio in casa?

A questo proposito, due spunti per riflettere.

Il primo: in nome di che cosa ci si costituisce in “tribunale permanente” per giudicare l’operato di un pontefice?

Il secondo: ma che fine fa lo Spirito che si è invocato e poi si pone in discussione il suo dono? Ma quel “tribunale” – che è certamente “illegittimo” – pone sotto processo, per caso, anche lo Spirito? Qui una sola glossa di mezza riga: la Curia non è affatto l’altra metà della Chiesa.

Se dovessimo fare un esempio alla buona, immaginando la Chiesa come una bella arancia (citrus sinensis), con la buccia di colore acceso fra il giallo e il rosso, avremmo un uno spunto per dire in immagine che cosa è la Chiesa, una realtà anche visibile con la sua regolare forma sferica, ma imperfetta perché sbucciata (è bello ricordare che papa Francesco ha raccomandato di paragonare le cose di Chiesa più al poliedro che alla sfera), alluderebbe almeno un poco alla realtà della Chiesa, ma non potremmo forzare il paragone: se pensassimo di poter esprimere il rapporto Curia-il resto della Chiesa come metà e metà, cadremmo in una pretesa sguaiata.

La Curia rispetto alla Chiesa non è l’altra metà (e nemmeno uno spicchio dell’arancia nel paragone), ma solo un puntino, invisibile a un occhio umano credente e riconoscibile solo dall’acuto sguardo dell’Onnipotente per quello che è. A noi, nel nostro difficoltoso vedere fra le cose del Regno, basta poter dire e tener presente che la Curia non è l’altra metà della Chiesa. Questo lo sappiamo, possiamo e dobbiamo dire con sicurezza, senza tema di sbagliare.

Torniamo a volare alto, per carità

C’è una gran cosa da raccontare e meditare con cuore lieto. Essa s’è creata adagio adagio, ed è l’esigenza teologica di porre al centro del pensare, dell’agire e del giudicare della Chiesa il “principio sinodale”, certo ancora da fondare con maggiore rigore e da raccordare bene con la “collegialità episcopale”.

Intanto possiamo dire: se la riscoperta della “collegialità episcopale” è stata la grande novità del Vaticano II, la riscoperta della “sinodalità”, come forma e stile della Chiesa, è stata la felice sorpresa di questo secondo post-Concilio, vissuto con il pontificato di papa Francesco che, ponendo l’accento su uno dei temi centrali del Vaticano II (il “popolo di Dio”), ha di fatto promosso il ritorno al Concilio, dopo che si è sofferto molto per il tentativo prolungato di oscurarlo.

Oggi possiamo dire che, dopo cinquant’anni dalla sua conclusione, le radici del Concilio non erano secche, ma turgide di nuovi fermenti: paradossalmente, la sinodalità, che non è stata in evidenza nei sedici documenti Concilio, era invece a fermentare nelle sue vive radici e ora siamo nella condizione di poter dire che il “principio sinodale” è un magnifico frutto dell’albero conciliare (cf. M.G. Masciarelli, Le radici del Concilio. Per una teologia della sinodalità, Dehoniane, Bologna 2019, pp. 25-36).

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