Audacia e inquietudine come benedizione

di: Andrea Grillo

La lettura del Discorso del 9 febbraio a La Civiltà Cattolica – pur partendo dal contesto prossimo di una “celebrazione intragesuitica”, che già come tale assume un valore per nulla secondario e anzi assai significativo – ci offre alla considerazione un testo che appare tra i più limpidi e incisivi del pontificato di Francesco, nel modo di concepire il ruolo della “ricerca teologica” e di configurare il ruolo che una rivista – o un gruppo di intellettuali – possono svolgere per la vita della Chiesa.

In effetti, se lo si legge con attenzione, il testo presenta una trama di affermazioni-chiave, in base alle quali è possibile comprendere in modo più profondo le intenzioni del magistero di Francesco e il suo rapporto con la tradizione e con il pensiero teologico. Vorrei dividere la mia analisi in 4 parti, conformemente alla struttura del discorso stesso (le prime due saranno esposte in questo post, mentre le seconde appariranno nel successivo)

1. Il rapporto Chiesa/mondo: la profezia è l’unica prudenza

L’esordio del discorso, che è quello più segnato dalla occasione della celebrazione della rivista dei gesuiti, offre tuttavia una prima occasione per una parola ispirata e potente, quando Francesco dice:

«Ecco: restate in mare aperto! Il cattolico non deve aver paura del mare aperto, non deve cercare il riparo di porti sicuri. Soprattutto voi, come gesuiti, evitate di aggrapparvi a certezze e sicurezze. Il Signore ci chiama a uscire in missione, ad andare al largo e non ad andare in pensione a custodire certezze. Andando al largo si incontrano tempeste e ci può essere vento contrario. E tuttavia il santo viaggio si fa sempre in compagnia di Gesù che dice ai suoi: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!” (Mt 14,27)».

Restare “in mare aperto” è una sorta di comandamento fondamentale per i cattolici di questo tempo. Le tempeste e il vento contrario, del tutto possibili, non devono deprimere, ma moltiplicare il coraggio e la forza.

È interessante che ai “venti contrari” si uniscano – non da oggi – coloro che “remano contro”:

«Voi siete nella barca di Pietro. Essa, a volte nella storia – oggi come ieri – può essere sballottata dalle onde e non c’è da meravigliarsi di questo. Ma anche gli stessi marinai chiamati a remare nella barca di Pietro possono remare in senso contrario. È sempre accaduto». 

Anche molto significativa la scansione del rapporto tra la rivista e i papi, che ogni 1.000 numeri della rivista si sono incontrati con il Collegio degli scrittori:

«Quante cose sono accadute in 167 anni di vita della rivista e raccontate nei vostri 4.000 quaderni! Ad ogni millesimo fascicolo avete incontrato il papa: Leone XIII, Pio XI, Paolo VI hanno celebrato i precedenti. Adesso eccovi con me». 

Questa scansione papale – Leone XIII, Pio XI, Paolo VI e Francesco – segnano un secolo e mezzo di sviluppo e di ricerca, e aiutano ad individuare il mutare degli stili e dei temi, pur nella continuità di un rapporto strutturale e fecondo. E dopo aver saluto con grande favore la inaugurazione di «edizioni in diverse lingue» della rivista, viene ad identificare la specificità della missione:

«E qual è questa missione specifica? È quella di essere una rivista cattolica. Ma essere rivista cattolica non significa semplicemente che difende le idee cattoliche, come se il cattolicesimo fosse una filosofia. Come scrisse il vostro fondatore, p. Carlo Maria Curci, La Civiltà Cattolica non deve “apparire come cosa da sagrestia”. Una rivista è davvero “cattolica” solo se possiede lo sguardo di Cristo sul mondo, e se lo trasmette e lo testimonia».

Questa accurata distinzione tra «difendere idee cattoliche» e possedere, comprendere e comunicare lo «sguardo di Cristo sul mondo» qualifica questo discorso in tutta la sua rilevanza direi quasi “epocale”, come fuoriuscita da un modello ottocentesco di autocoscienza cattolica.

Per questo papa Francesco illustra il suo modo di concepire La Civiltà Cattolica

«Mi piace pensare a La Civiltà Cattolica come una rivista che sia insieme “ponte” e “frontiera”».

Per spiegare che cosa intende con questa doppia immagine ricorre a tre parole-chiave, intorno alle quali costruisce il seguito del suo discorso.

2. L’inquietudine: nell’audacia sta il vero equilibrio

L’attacco della presentazione della prima parola è fulminante:

«La prima parole è inquietudine. Vi pongo una domanda: il vostro cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca? Solo l’inquietudine dà pace al cuore di un gesuita. Senza inquietudine siamo sterili. Se volete abitare ponti e frontiere dovete avere una mente e un cuore inquieti. A volte si confonde la sicurezza della dottrina con il sospetto per la ricerca. Per voi non sia così. I valori e le tradizioni cristiane non sono pezzi rari da chiudere nelle casse di un museo. La certezza della fede sia invece il motore della vostra ricerca».

La pace si genera solo nell’inquietudine e così anche la fecondità. Ma questo è un criterio decisivo anche per la “dottrina sicura”, che non deve mai sospettare della ricerca. Tra ricerca audace e sana dottrina vi è un rapporto direttamente, non inversamente proporzionale. Questa affermazione, sulla bocca del vescovo di Roma, è una grande profezia e una grande speranza. E non solo per la ufficialità de La Civiltà Cattolica.

Dopo aver ricordato come “patrono” di questa parola Pietro Favre, Francesco pone una seconda domanda:

«Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo. Ecco la domanda che dobbiamo porci: abbiamo grandi visioni e slancio? Siamo audaci? Oppure siamo mediocri, e ci accontentiamo di riflessioni di laboratorio?».

La esigenza di audacia non è eventuale, ma strutturale, alla fede e alla Chiesa. Questo determina un impatto fecondo sul modo di affrontare le questioni più brucianti del nostro tempo:

«La vostra rivista prenda consapevolezza delle ferite di questo mondo, e individui terapie. Sia una scrittura che tende a comprendere il male, ma anche a versare olio sulle ferite aperte, a guarire. Favre camminava con i suoi piedi e morì giovane di fatica, divorato dai suoi desideri a maggior gloria di Dio. Voi camminate con la vostra intelligenza inquieta che le tastiere dei vostri computer traducono in riflessioni utili per costruire un mondo migliore, il Regno di Dio».

Individuare le ferite, suggerire le terapie, comprendere il male, versare olio sulle ferite aperte per guarire: questa funzione identifica il lavoro «sulle tastiere dei computer» come un contributo decisivo alla costruzione di un «mondo migliore». La fisionomia del pensiero cattolico, pur restando assai fedele alla sua migliore tradizione, assume un profilo sorprendente e consolante. Ma anche le successive due parole (incompletezza e immaginazione) riservano più di una piacevole sorpresa.

La seconda parte del discorso di papa Francesco al Collegio degli Scrittori della “Civiltà Cattolica” si occupa della seconda e della terza parola-chiave.

3. La incompletezza: Dio è “sempre più grande”

Anche di questa seconda parola, “incompletezza”, l’attacco è fulminante:

«Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre. Per questo dovete essere scrittori e giornalisti dal pensiero incompleto, cioè aperto e non chiuso e rigido. La vostra fede apra il vostro pensiero». 

L’incompletezza del pensiero della fede significa apertura e disponibilità alla libertà dello Spirito di Dio, che contrasta con ogni chiusura e rigidità. Questo tratto qualificante del contributo intellettuale dei cristiani e dei cattolici assume un tratto decisivo nelle parole seguenti:

«Fatevi guidare dallo spirito profetico del Vangelo per avere una visione originale, vitale, dinamica, non ovvia».

La profezia non sopporta ciò che è scontato, statico, convenzionale. Richiede piuttosto una «visione originale» che diventa vitale e dinamica. Tanto maggiore urgenza ha questa funzione intellettuale in un mondo descritto con i tratti della «cultura del naufragio» e della “cultura del cassonetto”, ossia di una cultura priva di mediazioni, che passa dal relativismo alla rigidità con assoluta disinvoltura. Di fronte a questa sfida contemporanea

«Solo un pensiero davvero aperto può affrontare la crisi e la comprensione di dove sta andando il mondo, di come si affrontano le crisi più complesse e urgenti, la geopolitica, le sfide dell’economia e la grave crisi umanitaria legata al dramma delle migrazioni, che è il vero nodo politico globale dei nostri giorni».

Accanto alla parola “incompletezza” Francesco cita, come patrono, il p. Matteo Ricci, di cui ricorda la composizione di un «mappamondo cinese», in cui apparivano anche terre lontane, e anche Roma, dove stava il papa. Sulla base di questa immagine si guarda al compito della riflessione cattolica del futuro con queste belle parole, rivolte al Collegio degli scrittori:

«Ecco, con i vostri articoli anche voi siete chiamati a comporre un “mappamondo”: mostrate le scoperte recenti, date un nome ai luoghi, fate conoscere qual è il significato della “civiltà” cattolica, ma pure fate conoscere ai cattolici che Dio è al lavoro anche fuori dai confini della Chiesa, in ogni vera “civiltà”, col soffio dello Spirito».

È evidente che il mappamondo cui siamo chiamati oggi, quando riflettiamo da cattolici sul nostro tempo, risponde profeticamente a una duplice funzione. Da un lato mostra le scoperte, “dà nome” ai luoghi e illustra le caratteristiche della tradizione cristiana. Ma, d’altra parte, fa conoscere ai cattolici che «Dio è al lavoro anche fuori dai confini della Chiesa», ovunque vi sia vera civiltà.

4. La immaginazione: le metafore come spazio dello Spirito

La terza parola, “immaginazione”, chiude il discorso in “modo maggiore”. E inizia, forse con una certa sorpresa, nell’orizzonte del discernimento. Poiché spesso riteniamo, a torto, che il discernimento possa essere la semplice “applicazione al caso concreto” di ciò che già ci è noto. È difficile che l’uomo – e il cristiano – pensi di aver bisogno dell’immaginazione per discernere. Ma questa è la via originale che Francesco indica proprio in apertura di questa terza parte del suo discorso:

«Questo nella Chiesa e nel mondo è il tempo del discernimento. Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente che conosce la via umile della cocciutaggine quotidiana, e specialmente dei poveri. La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita. Ma bisogna penetrare l’ambiguità, bisogna entrarci, come ha fatto il Signore Gesù assumendo la nostra carne».

Il discernimento ha a che fare con l’ambiguità strutturale della vita e con la «cocciutaggine quotidiana». Vive di quella “inquietudine” e “incompletezza” che ci accompagna sempre e che possiamo affrontare penetrando la ambiguità alla presenza del Signore, «assumendo la nostra carne». Questa assunzione della carne si oppone, diametralmente, ad ogni rigidità che, potremmo dire, pretende di discernere “a priori”, senza attraversare la vita con le sue ambiguità. Nel pensiero rigido non c’è spazio per Dio:

«Il pensiero rigido non è divino perché Gesù ha assunto la nostra carne che non è rigida se non nel momento della morte».

Questo passaggio, di carattere strettamente teologico, apre la via ad una profonda e toccante valorizzazione della «immaginazione poetica e metaforica», con cui il pensiero cristiano e cattolico può «stare nella carne» e assumerne la ambiguità per il discernimento:

«Per questo mi piace tanto la poesia e, quando mi è possibile, continuo a leggerla. La poesia è piena di metafore. Comprendere le metafore aiuta a rendere il pensiero agile, intuitivo, flessibile, acuto. Chi ha immaginazione non si irrigidisce, ha il senso dell’umorismo, gode sempre della dolcezza della misericordia e della libertà interiore. È in grado di spalancare visioni ampie anche in spazi ristretti…».

E dopo aver indicato in Andrea Pozzo l’ultimo “patrono” del suo discorso, Francesco indica alla ricerca del Collegio l’orizzonte artistico e poetico come sfida del presente e del futuro. E, in un testo conclusivo di alto valore esemplare, fa riferimento al pittore fiammingo Memling e al poeta francese Baudelaire, le cui immagini possono bene rendere la funzione che l’immaginazione svolge nella mediazione teologica contemporanea:

«Coltivate dunque nella vostra rivista lo spazio per l’arte, la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Così avete fatto sin dagli inizi, dal 1850. Alcuni giorni fa meditavo sulla pittura di Hans Memling, il pittore fiammingo. E pensavo a come il miracolo di delicatezza che c’è nella sua pittura rappresenti bene la gente. Poi pensavo ai versi di Baudelaire su Rubens lì dove scrive che “la vie afflue et s’agite sans cesse, / Comme l’air dans le ciel et la mer dans la mer”. Sì, la vita è fluida e si agita senza sosta come si agita l’aria in cielo e il mare nel mare. Il pensiero della Chiesa deve recuperare genialità e capire sempre meglio come l’uomo si comprende oggi per sviluppare e approfondire il proprio insegnamento. E questa genialità aiuta a capire che la vita non è un quadro in bianco e nero. È un quadro a colori. Alcuni chiari e altri scuri, alcuni tenui e altri vivaci. Ma comunque prevalgono le sfumature. Ed è questo lo spazio del discernimento, lo spazio in cui lo Spirito agita il cielo come l’aria e il mare come l’acqua. Il vostro compito – come chiese il beato Paolo VI – è quello di vivere il confronto “tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo” (Discorso in occasione della XXXII Congr. Gen. della Compagnia di Gesù, 3 dicembre 1974). E quelle esigenze brucianti le portate già dentro voi stessi, e nella vostra vita spirituale. Date a questo confronto le forme più adeguate, anche nuove, come richiede oggi il modo di comunicare, che cambia col passare del tempo».

Sviluppare e approfondire l’insegnamento della Chiesa significa recuperare genialità e capire sempre meglio come l’uomo si comprende oggi. Per farlo bisogna ammettere che la vita non è mai in bianco e nero. E che per rappresentarla adeguatamente occorrono al pensiero della Chiesa «forme più adeguate, anche nuove, come richiede oggi il modo di comunicare, che cambia col passare del tempo».

Nel discorso a La Civiltà Cattolica Francesco ha parlato apertamente e in positivo, con autorità e autorevolezza, indicando uno stile e una forma di pensiero cattolico. Ma, nello stesso tempo, ha anche risposto, indirettamente, a coloro che sanno solo «dubitare» di fronte ad ogni forma di pensiero «più adeguata e anche nuova» di cui ha urgente bisogno non solo l’espressione magisteriale della tradizione, ma anzitutto la esperienza autenticamente cattolica degli uomini e delle donne di oggi. Quella che non si confonde mai con una filosofia e che sa di poter far fronte al “depositum fidei” solo conservando uno spazio prezioso per l’ inquietudine nel cuore, per la incompletezza nel pensiero e per la immaginazione nel discernimento. Dalla fine del mondo ci è restituita la speranza in una teologia davvero autorevole e aperta.

Pubblicato l’11 e il 12 febbraio 2017 nel blog: Come se non

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