Capodanno: un giovane papa ci sfida a sperare

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francesco

In uno scenario mondiale che, alla vigilia del nuovo anno, vede prevalere ovunque spinte difensive dettate dalla paura, un papa che il 17 dicembre scorso ha compiuto 83 anni è ancora una volta capace di lanciare la sfida del futuro alla sua Chiesa, aprendole nuovi scenari che la costringono a rimettersi in discussione.

È questo il senso del discorso tenuto da Francesco alla Curia romana, carica delle sue contraddizioni e dei suoi veleni, nel quale, col pretesto di porgere gli auguri natalizi, il pontefice ha presentato in realtà la sua visione rivoluzionaria – e finora ben poco compresa – della realtà ecclesiale.

La vita cristiana è un cammino

Alla base di questa visione c’è la convinzione, espressa con incisiva chiarezza, dal grande cardinale Henri Newmann, che «qui sulla terra vivere è cambiare».

Questo dice il papa, è vero anche per il cristianesimo: «La vita cristiana, in realtà, è un cammino, un pellegrinaggio. La storia biblica è tutta un cammino, segnato da avvii e ripartenze; come per Abramo; come per quanti, duemila anni or sono in Galilea, si misero in cammino per seguire Gesù (…). Da allora, la storia del popolo di Dio – la storia della Chiesa – è segnata sempre da partenze, spostamenti, cambiamenti».

Troppe volte ci si è stupiti e perfino indignati, in questi ultimi anni, che l’insegnamento, ma prima ancora lo stile pratico, di Francesco fossero molto diversi da quelli dei suoi predecessori.

Troppe volte si sono denunciati i cambiamenti da lui introdotti, fin dalla sera della sua elezione – il suo famoso «buonasera!», il suo sottolineare il proprio ruolo di vescovo di Roma, il suo richiedere ai fedeli di benedirlo a loro volta, come lui benediceva loro – quasi fossero dei tradimenti.

Il continuo confronto col passato ha contrassegnato dal primo momento questo pontificato anche in questioni più sostanziali, come quelle relative alla sfera morale, specialmente sessuale. Si sono contrapposti a questo papa i suoi predecessori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, additando quest’ultimo come il solo “vero” garante dell’ortodossia ed evocando fantasiosi scenari cospiratori per invalidare le sue dimissioni.

Si deve alla saggezza di Ratzinger se questi deliranti appelli – che avrebbero potuto determinare, se incoraggiati, un disastroso scisma – hanno avuto in questi anni la sola riposta che meritavano, e cioè il silenzio più assoluto. Una conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, della totale infondatezza della ricostruzione dei fatti da cui muovevano.

Davanti a un cambiamento epocale

A questo coro, spesso sguaiato, di proteste e di accuse, papa Francesco risponde, nel discorso alla Curia che abbiamo citato, invitando ad aprire gli occhi sulla realtà. Se è vero che «quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca», la Chiesa non può non «lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente» e saper «leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede, affinché la direzione di questo cambiamento “risvegli nuove e vecchie domande con le quali è giusto e necessario confrontarsi”».

E questo proprio per «fedeltà al depositum fidei e alla Tradizione», perché «la tradizione non è statica, è dinamica», non è costituita solo dal passato – sarebbe ridotta ad archeologia! –, ma è il processo incessante per cui esso viene riletto e rivissuto, in modi nuovi, nel presente e proiettato, con la forza dell’inventiva e della creatività, verso il futuro.

Questo non significa svalutare la memoria di ciò che è stato, ma è il modo migliore di garantire la continuità con esso: «Appellarsi alla memoria non vuol dire ancorarsi all’autoconservazione, ma richiamare la vita e la vitalità di un percorso in continuo sviluppo. La memoria non è statica, è dinamica. Implica per sua natura movimento».

Ciò che è vivo resta tale solo in questo dinamismo, che esclude ogni staticità e ogni pedissequa ripetitività. Così è per una pianta, che è identica a se stessa solo se cresce, nutrendosi degli umori della terra e da piccolo seme diventa albero; così è per gli animali, che adulti sembrano del tutto diversi da ciò che erano alla nascita, ma proprio in questo sviluppo si sono veramente conservati e realizzati.

Così è per la Chiesa, che non sarebbe stata fedele a se stessa se fosse rimasta quella del tempo apostolico e meno che mai se si fosse bloccata e irrigidita in una delle tante fasi del suo sviluppo secolare, ma la cui missione nel tendere incessantemente alla pienezza dell’immagine di Cristo che porta in sé e che, di epoca in epoca, si va completando.

Una mancata risposta

A sostegno di questa prospettiva, papa Francesco ribadisce nel suo discorso alla Curia una delle proprie tesi preferite, già espressa fin dall’inizio del suo pontificato nell’intervista a Civiltà Cattolica: «Noi dobbiamo avviare processi e non occupare spazi: “Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi”».

Colpisce vedere quest’uomo di 83 anni insistere con tanta forza sulla tensione verso il futuro, mentre ci sono giovani preti che rimpiangono l’abito talare e la messa celebrata in latino… Certo, la Chiesa non può essere identificata solo con quella parte di essa che ha resistito con ostinazione a questo appello al cambiamento, bollandolo addirittura come eresia.

E neppure con i tanti che hanno applaudito il papa, ma non hanno mosso un passo per tradurne le indicazioni, ai loro rispettivi livelli – di vescovi, di preti, di semplici laici –, in un effettivo percorso di rinnovamento. Ma è certo che nel complesso essa è sembrata finora essere più spettatrice che protagonista dello sforzo di Francesco per traghettare il cristianesimo nel nuovo millennio, con tutti i problemi, le difficoltà, le contraddizioni, di una così complessa transizione.

E il motivo è semplice. Non si tratta qui soltanto di “fare” delle cose diverse rispetto al passato. È in gioco un rinnovamento profondo del proprio modo di vedere e di vivere il Vangelo. «Non si tratta ovviamente di cercare il cambiamento per il cambiamento, oppure di seguire le mode (…). Per Newman il cambiamento era conversione, cioè un’interiore trasformazione».

Nuove logiche per una nuova evangelizzazione

Ma a rendere ineludibile l’appello di Francesco, malgrado tutte le chiusure e le resistenze, è la forza della realtà. Ad essa il papa, nel discorso sopracitato, richiama energicamente non solo la Curia romana, ma tutti i cristiani: «Fratelli e sorelle, non siamo nella cristianità, non più!».

E spiega: «Non siamo più in un regime di cristianità, perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata». Il vero pericolo non è, come vorrebbero farci credere i paladini della chiusura delle frontiere, l’invasione dell’islam dall’esterno, ma lo svuotamento dei valori evangelici che si sta consumando all’interno e di cui è una prova, fra l’altro,  proprio l’atmosfera di diffidenza e perfino di odio nei confronti di coloro che secondo il Vangelo costituirebbero «il nostro prossimo».

Perciò non si può più, come in passato, «distinguere tra due versanti abbastanza definiti: un mondo cristiano da una parte e un mondo ancora da evangelizzare dall’altra». Il confine ormai passa dentro di noi, nel cuore stesso di coloro che appartengono a Paesi di antica tradizione cattolica, dove il messaggio di Cristo è a volte liquidato o frainteso.

Di fronte a questo rivolgimento epocale, dice Francesco, «c’è bisogno di una nuova evangelizzazione, o rievangelizzazione». E per realizzarla, «abbiamo bisogno di altre “mappe”, di altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri modi di pensare e i nostri atteggiamenti».

Sotto questo profilo, non siamo ben messi. Il pontefice cita il cardinale Martini, le cui parole, nell’ultima intervista a pochi giorni della sua morte, a suo avviso, «devono farci interrogare». «La Chiesa», diceva Martini, «è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. (…) Solo l’amore vince la stanchezza».

Perché il Capodanno non sia vuota euforia

E così l’alternativa è quella di cui parlavamo all’inizio: tra la paura e il coraggio del cambiamento. Un’alternativa che, in modo diverso, riguarda tutti, credenti e non credenti. Perché anche questi ultimi hanno qualcosa da chiedere alla Chiesa e possono sperare in un suo reale rinnovamento.

Siamo alla vigilia del Capodanno. Ancora una volta in tutto il mondo risuoneranno, nei locali, per le strade, nelle case, i festosi auguri di una vita nuova, un po’ più felice. Ma è sufficiente guardarsi dentro per sospettare che dietro questa euforia si nasconda una segreta disperazione. Perché non basta che il tempo scorra, per cambiare.

Un giovane papa di 83 anni ci sfida a sperare. Si rivolge alla Curia romana, ma l’invito è rivolto a tutta la sua Chiesa, anzi, più radicalmente, a tutti gli uomini del nostro tempo. Perché cerchino finalmente nel profondo di se stessi  la forza del cambiamento.

Giuseppe Savagnone è direttore dell’Ufficio per la pastorale della cultura dell’arcidiocesi di Palermo. Pubblicato nella rubrica «I chiaroscuri» (su www.tuttavia.eu), il 27 dicembre 2019.

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