Francesco a Baghdad

di:

viaggio papa

Il viaggio di Francesco in Iraq arriva nel mezzo di improvvisi bombardamenti miliziani contro basi militari vicine a Baghdad, a pochi giorni dalla data fissata per indicare l’anniversario – il decimo – della rivoluzione siriana e a poche ore dalla drammatica denuncia del patriarca maronita, cardinale Beshara Rai, che in Libano è in atto un golpe strisciante.

E siccome Libano, Siria e Iraq sono paesi intimamente legati nella sventura che li strazia, i fatti non possono essere separati. Sono tre paesi che oggi esistono sulla carta: domani non sappiamo, ma se esisteranno davvero si dovrà in buona parte a questo viaggio, il primo rivolto a tutti gli iracheni e nel nome della loro speranza: la comune e pari cittadinanza.

Geopolitica: nel centro degli interessi

Per renderci conto di dove stia per recarsi Francesco occorre tracciare sulla carta geografica una croce sul blocco euro-asiatico: il primo tratto di penna, quello verticale, unisce Mosca e lo stretto di Hormuz, lo sbocco oceanico del Golfo Persico. Il secondo tratto di penna, quello orizzontale, collega Teheran e Palermo, il centro del Mediterraneo.

Ecco, Francesco si reca nel punto geografico dove queste due linee si intersecano, dunque nel luogo cruciale di tutti gli appetiti, perché, chi controlla quel luogo, controlla il blocco euro-asiatico. Questo aiuta a capire perché molti abbiano definito il conflitto siriano e quello iracheno conflitti energetici e il conflitto libanese – paese che sta morendo nel silenzio del mondo – lo sbocco di tali conflitti proiettati sul Mare Nostrum e sull’ultimo scalo cosmopolita del Levante, Beirut.

La Russia, coinvolta in entrambi i conflitti, anela al suo accesso ai mari caldi come al controllo, che in parte ha ottenuto con l’intervento al fianco di Assad, dei porti del Mediterraneo. Grazie all’intervento in Siria ha già avuto la concessione di Tartous. Anche l’Iran ha le sue mire mediterranee e, grazie al conflitto siriano, ha ottenuto il controllo dell’altro porto siriano, Latakia, con enormi proprietà private a Damasco, oltre al controllo del governo di Beirut tramite Hezbollah.

Mosca ha poi firmato, per un prezzo assai contenuto, il PSA (Production Sharing Agreement) per l’estrazione e la commercializzazione dei fosfati siriani, i cui giacimenti sono tra i più importanti al mondo: fatto che è passato sotto silenzio del movimento pacifista, mentre la proposta statunitense di analoghi Production Sharing Agrement,con l’Iraq, dopo l’invasione del 2003, scatenò una giusta e veemente protesta mondiale, con l’accusa di colonialismo.

Iraq, Siria e Libano sono poi il terreno di potenziali pipe-line contrapposte, sognate dagli ex avversari di Assad – Qatar e Arabia Saudita – che volevano portare attraverso quei territori il loro greggio in Europa, come dell’Iran, che coltivava, e forse coltiva ancora, lo stesso sogno. Ma non basta questo per spiegare il coinvolgimento di tutti i grandi soggetti “imperiali” – quindi gli attori citati più la Turchia che si sogna erede dell’impero ottomano – nelle contese che da Beirut arrivano in Siria e in Iraq. Non basta perché, oltre al sottosuolo e alle mire che ispira, c’è il suolo e chi ci vive sopra.

La Siria

Il recente verdetto del processo di Coblenza, in Germania, dimostra e spiega perché i profughi siriani – oltre la metà dell’intera popolazione siriana tra sfollati interni e profughi scacciati all’estero – non possano tornare a casa loro e in buona parte stiano stipati nel morente Libano.

A Coblenza un agente del regime, riconosciuto per strada da una sua vittima, è stato condannato per complicità in crimini contro l’umanità compiuti dal sistema-Assad, che l’ex ambasciatore “at large” per i diritti umani dell’amministrazione Obama, Stephan Rapp, ha definito documentati, “in modo assai più preciso di quanto sia avvenuto per i gerarchi nazisti ai tempi di Norimberga”, in un’intervista accordata nei giorni trascorsi alla CBS.

Sono gli stessi tipi di crimini perpetrati in Iraq dai tempi di Saddam Hussein: uso di armi chimiche, ricorso sistematico a stupro e tortura. Il massacro chimico in Iraq toccò ai curdi, in Siria ai civili della Ghouta e non solo. Questi crimini dimostrano che il nazionalismo baathista e golpista di Assad e di Saddam intendeva il sottosuolo come ricchezza privata del regime, a prescindere dalle popolazioni.

Dopo il 2003 il quadro è peggiorato, non solo per l’invasione americana, ma anche perché la mitologia del ritiro (non di una vera ricostruzione) lasciò svanire il tardivo ma fruttuoso risultato dell’esperimento del generale Petraeus, che era riuscito a determinare l’insurrezione sunnita contro al Qaida. Si è aperta così la strada alla furia nichilista dell’Isis, espressione non solo della disperazione fanatica, ma anche della determinazione del regime siriano a non fare la fine del vicino iracheno, usando il jihadismo, volutamente infiltrato e manipolato, per impantanare gli americani in Iraq e continuare a legittimarsi agli occhi del mondo come “male minore”.

I fatti sono noti: nel 2003 Damasco creò delle rat-line per importare jihadisti da esportare in Iraq, destabilizzò il Libano con l’assassinio dell’ex premier Hariri nel 2005, con l’esecuzione materiale affidata ad Hezbollah (come nella sostanza confermato dalla recente sentenza del Tribunale Internazionale per il Libano), togliendo così ogni soggetto “moderato” al mondo sunnita. Con chi dialogare se restano in vita solo estremisti? La grande operazione irachena venne affidata all’uomo più importante dell’intelligence siriana, Ali Mamlouk. Il fronte della destabilizzazione andava da Beirut a Baghdad e così è ancora oggi.

Francesco e l’epicentro degli interessi

Francesco dunque va in Iraq, epicentro di questo terzo conflitto mondiale che vede presenti nel campo di battaglia siro-iracheno tutti i grandi attori mondiali (Stati Uniti, Cina, Russia, Arabia Saudita, Iran, Gran Bretagna, Francia). Ci arriva non come lo rappresentano le propagande estremiste dei due campi, cioè da anima dell’Occidente predatore, ma da costruttore della pace invocata dalle piazze da Beirut a Baghdad; il suo viaggio infatti è all’insegna di un motto rivoluzionario, “voi siete tutti fratelli”, dal vangelo secondo Matteo 23,8.

Dirlo nel luogo dove soffrono sunniti, sciiti, cristiani, yazidi, sabei, shabak, curdi, arabi rende evidente il valore globale dell’Iraq: tutti gli egemonismi, tutti gli imperialismi, tutti le allucinazioni apocalittiche, tutte le guerre esistenziali tra visioni totalizzanti vi si incontrano e si scontrano, mentre il motto evangelico di Francesco è semplicemente rivoluzionario, perché  le buca,  le sfida,  le mette tutte a nudo e spiega al mondo che il nichilismo dell’Isis non si combatte con pari odio uguale e contrario, ma con il suo opposto che lo priverebbe di ogni consenso: la fratellanza.

I nemici del messaggio del papa si uniscono invece in due sfide analoghe: l’imperialismo e il “pensiero apocalittico”, quello che univa, da sponde opposte, i capi miliziani khomeinisti, Soleimani e Nasrallah, e quelli sunniti, Bin Laden e al Baghdadi. Sono questi due virus diffusisi in tutte le grandi potenze che proprio nell’antica Mesopotamia hanno il luogo d’origine nel loro padre comune, Abramo, che unisce non nell’odio reciproco, ma, appunto, nella fratellanza dei diversi, voluti come tali dal “sapiente disegno di Dio”, come si legge nel Documento sulla Fratellanza Umana firmato ad Abu Dhabi.

Si ipotizzano qui, dunque, due livelli: uno imperiale e uno apocalittico, con il secondo che sovente è usato per servire il primo. Per capire dunque il viaggio di Francesco dobbiamo leggere tutte le spinte centripete, mesopotamo-centriche, che va a sfidare.

Islam apocalittico

Il primo, l’imperialismo, non ha a che fare con i musulmani, bensì con il sogno di conquista militare dell’islam. Diviso tra sunnismo e sciismo proprio nell’Iraq, dove il papa arriva e dove l’islam si è spezzato all’inizio della sua avventura umana nel sangue del Califfo Alì e poi di suo figlio Hussein – riferimenti fondanti degli sciiti uccisi dai fondatori della prima dinastia imperiale arabo-sunnita, gli Omayyadi, da quando i Saud si sono impossessati dei luoghi santi di Mecca e Medina, di cui il sovrano saudita ha assunto il titolo di “custode” in accordo con l’eresia puritana dei wahhabiti – Riyadh ha sognato di controllare politicamente l’islam usando il puritanesimo wahhabita come strumento di egemonia.

Dalla fine dei decisivi anni Settanta, a questo imperialismo si è opposto il khomeinismo, che ha imposto l’eresia teocratica per lanciare l’esportazione della rivoluzione fino al Mediterraneo. L’obiettivo è conquistare militarmente i territori dell’islam nel nome del ritorno all’imperialismo persiano e consumare così la vendetta contro la storia e la sconfitta di Ciro. In lotta contro il tempo, i khomeinisti credono solo nello spazio da conquistare per vendicarsi di Alessandro Magno e rifondare l’impero sassanide, da Tehran fino a Beirut e Il Cairo.

L’Iran khomeinista vuole conquistare militarmente l’islam definendo corrotti dall’Occidente i suoi leader arabi, ma in realtà riproponendo la visione safavide, la dinastia degli scià che per legittimarsi fece dello sciismo la religione di stato in Persia e mosse alla conquista di Baghdad anelando al Mediterraneo. Tutto questo passa attraverso le milizie legate ai pasdaran che militarizzano le comunità sciite in Iraq, in Siria, in Libano (nello Yemen), quali guardiani del “sogno” dell’imamato khomeinista.

La risposta dell’estremismo sunnita – wahhabita è stato l’Isis -, l’analogo contrario – che intende conquistare il sunnismo grazie all’urto frontale col mondo. È qui che i due opposti si dimostrano analoghi: per imporsi infatti diffondono lo stesso messaggio apocalittico che ha come primo nemico l’islam popolare, che non crede che il mondo sia l’inferno e quindi non sogna la sua fine che le milizie khomeiniste e dell’Isis invece offrono dicendo che la violenza e l’urto devastante con gli altri accelererà l’arrivo della battaglia finale che porterà la pace e la giustizia divina.

Come all’apocalisse ha fatto appello al-Baghdadi nel suo califfato, così fanno nella loro pubblicistica i khomeinisti. Il loro nemico principale è dunque l’islam popolare. É una visione che possiamo capire vista l’importanza del pensiero apocalittico.  É così che due grandi civiltà – la civiltà araba e quella persiana – oggi seminano campi profughi, in paesaggi di saccheggi e devastazioni, a cominciare da quelli in cui fanno vivere i loro figli.

Ovviamente questo islam apocalittico sa attrarre il nichilismo di masse disperate, che dopo decenni di vessazioni e miseria, dopo i gas usati dai “laici” Saddam e Assad, o dopo i tradimenti occidentali, possono riconoscere in quella violenza l’unica causa rimasta.

L’imperialismo sa usare questo nichilismo perché lo sa cinico, ma soprattutto senza radici nei suoi adepti preda del disperato, urgente bisogno di violenza. Ecco perché questi gruppi possono essere facilmente usati e convivere opportunisticamente in alleanza strumentale o in conflitto con gli altri imperialismi presenti, dai russi ai turchi, ai cinesi, agli statunitensi.

Musulmani e cristiani insieme per la pace

Ecco dove va Jorge Mario Bergoglio. Ecco perché sul suo motto si infrangono tutte le mire imperialiste: “siete tutti fratelli” è comprensibile ai sunniti, ridotti a paria dell’Iraq dalla follia assassina dell’Isis: è comprensibile anche agli sciiti, rivoltatisi in massa alle mire internazionali, anche in Iran, con le proteste di piazza del 2019/2020, perché non interessa di Soleimani, ma della pace, senza essere usati per eternizzare la miseria. In questo Paese che tutti considerano l’Eldorado energetico mondiale i disoccupati superano il 36%: tra i giovani il tasso supera il 50%, mentre il sistema bancario sta fallendo.

Cosa può fare in questo contesto il viaggio di pochi giorni di Francesco? La cosa più bella – il sogno – sarebbe un suo incontro con un farmacista, Ala Rikabi, lo sciita che le piazze irachene in protesta ferocemente repressa, hanno designato come loro primo ministro. Difficilmente potrà farlo, ma comunque avvierà un cambio di paradigma.

Non era scritto infatti da nessuna parte che il papa dovesse recarsi a Najaf, per incontrarvi l’ayatollah al Sistani. Questa grande autorità religiosa non ha mai piegato la testa davanti al golpe teologico khomeinista, alla sua idea teocratica che impone il potere dei Pasdaran e la supervisione religiosa alle decisioni parlamentari. Incontrando al Sistani, proprio come ha fatto al Cairo incontrando la principale autorità teologica sunnita, lo sceicco Ahmad al-Tayyeb, Francesco spezza il cerchio teocratico sciita come nel mondo sunnita ha spezzato quello cesaropapista andando da al-Tayyeb. Najaf, cuore storico e teologico dello sciismo, ritrova la sua centralità negletta da imperialismi disinteressati all’identità sciita.

La visita di Francesco a Najaf crea così le condizioni perché l’islam finalmente si accetti come religione plurale, pronta quindi a vivere e convivere in un mondo plurale. Lo ha fatto al Tayyeb, lo farà al-Sistani, tenace tutore della liberalità non teocratica sciita. Sarà quell’incontro il culmine del viaggio pontificio, che proietterà su tutti i soggetti, coinvolti nella depravata guerra irachena, l’immagine rivoluzionaria di Ur, la città di Abramo, il padre comune, l’amico di tutti, “l’amico di Dio”.

Allora capiremo anche noi che il cammino di Abramo, da Ur ad Hebron, sulle coste mediterranee, è un cammino spirituale ma anche una pista geostrategica. La Mesopotamia è il gate del Mediterraneo perché le pretese khomeiniste sono negate dalla geografia, che separa l’altopiano iranico dalla piana della Mesopotamia con i monti Zafgros. Quella piana è davvero un gate che non può essere consegnato a nessun impero, perché lì la pace è la pace mediterranea, che è una pace plurale e cosmopolita, per storia e per vocazione, a Beirut, come a Baghdad e Damasco.

Beirut agonizza infatti per la sua identità cosmopolita da prima della guerra civile. É questa l’essenza del golpe strisciante denunciato dal patriarca maronita. Tutto si tiene nell’inferno delle milizie, nemiche del Mediterraneo.

Il viaggio di Francesco sfida tutto questo, con una forza che non si è mai vista prima. Gli attentati di queste ore dicono quanto tutti costoro temano il viaggio del papa della fratellanza.

  • Riccardo Cristiano, giornalista e già corrispondente per la Rai dal Medio Oriente.
Print Friendly, PDF & Email
Facebooktwitterredditpinterestlinkedintumblrmail

2 Commenti

  1. Giovanni Di Simone 9 marzo 2021
  2. Lino 9 marzo 2021

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi