Francesco: dello stupore e delle prove

di: Lorenzo Prezzi

Nell’ultima settimana di agosto si è svolto il seminario di formazione permanente della Provincia dell’Italia settentrionale dei padri dehoniani sul tema: Profezia di Francesco. Cinque anni di pontificato. Le relazioni sono state affidate a mons. Pierangelo Sequeri, mons. Vincenzo Zani, prof. Daniele Menozzi, prof.ssa Stella Morra, prof. p. Paolo Benanti, prof. Kurt Appel. Il giorno dedicato al prossimo sinodo dei giovani ha visto l’intervento di don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio CEI per la pastorale delle vocazioni.

apertura porta santa

Apertura della Porta Santa a Bangui

Dalla sorpresa alle sfide e alle prove. I cinque anni del pontificato di papa Francesco (dal giorno dell’elezione nel 2013 a oggi) si sono avviati all’insegna della sorpresa. Tutti ricordano l’apparire dell’eletto sulla balconata della basilica di san Pietro: il «buona sera» quotidiano, l’assenza della stola storica, la vicinanza del card. Hummes (i poveri dell’America Latina) e del vicario di Roma (la città del suo ministero), il silenzio, la benedizione dal popolo, il suo essere anzitutto vescovo di Roma, la preghiera.

Gesti, segni e simboli che hanno anticipato linee importanti del suo magistero e del suo servizio petrino. Cinque anni dopo quella sorpresa si è concretizzata in testi, in viaggi, in scelte ed eventi permeati e accompagnati dal richiamo evangelico e da una sfida dell’annuncio che ha investito le strutture ecclesiali (dalla curia ai processi sinodali, alle scelte episcopali, ai religiosi e ai laici), il dialogo ecumenico (dalla memoria della Riforma all’apertura agli evangelicali e all’esercizio di un «primato di accompagnamento») e interreligioso, il confronto-incontro con le grandi questioni mondiali.

Sfide che talora diventano prove nel riemergere della questione degli abusi dei chierici, nelle tensioni non sempre padroneggiabili dentro la Chiesa, negli scontri con i poteri economici-finanziari, nelle condizioni di martirio di molte comunità cristiane.

Testi e numeri

A questo magma vitale si guarda con occhi differenti e appartenenze diverse. Fra i molti approcci e le innumerevoli letture i dehoniani della provincia dell’Italia settentrionale hanno organizzato una settimana di formazione permanente (Albino – BG, 27-31 agosto 2018) sul pontificato di Francesco. Una cinquantina i partecipanti, sei relatori di rilievo, una giornata dedicata al prossimo sinodo sui giovani.

«Ho l’impressione che il mio pontificato sarà breve: quattro, cinque anni. È come una sensazione un po’ vaga. Magari non sarà così! Ma ho come la sensazione che il Signore mi abbia messo qui per poco tempo. Però è solo una sensazione. Perciò lascio sempre le possibilità aperte». Così papa Francesco rispondeva a una domanda della giornalista messicana Valentina Alazraki il 6 marzo del 2015. Cinque anni sono passati e, sollecitato da una recente intervista (Reuters, 17 giugno 2018), pur confermando la possibilità delle dimissioni, il papa ha aggiunto che «in questo momento non ce l’ho neanche in mente».

francesco documenti

In questi anni abbiamo avuto due encicliche: Lumen fidei (2013) e Laudato si’ (2015); 35 costituzioni apostoliche, fra cui Veritatis gaudium che rappresenta la piattaforma delle facoltà e università pontificie, e la Vultum Dei quaerere dedicata alla vita contemplativa. Difficile dare numeri sui discorsi. Dovrebbero aggirarsi attorno ai 1.200.

Importanti sono le esortazioni apostoliche: Evangelii gaudium (2013) che contiene il suo programma di governo e di riforma, Amoris lætitia (2016) a conclusione del doppio sinodo sulla famiglia, Gaudete et exultate (2018) che rilancia il tema della santità del popolo di Dio. Le lettere sono 168, quelle apostoliche 52. I messaggi arrivano a 217. I motu proprio sono 22. Le omelie sono 293, senza contare quelle a Santa Marta che si stimano attorno alle 500. I viaggi sono stati 47 – 22 in Italia e 25 in giro per il mondo. Oltre 50 le interviste.

Anche solo l’elenco dei numeri dà l’idea di una attività straordinaria e di un’esposizione pressoché totale. A essi sfuggono i gesti: abitare a Santa Marta, pagare il conto, frequentare negozi, non fare le ferie, abbracciare i malati, ospitare i barboni, portare con sé dal Medio Oriente i profughi, utilizzare una macchina utilitaria, le visite ai poveri, alla gente comune, le telefonate e così via.

Il cambio di passo

Quando si entra nelle interpretazioni e nelle letture complessive vi è una condivisa consonanza su un pontificato che ha segnato un «cambio di passo». Per il teologo Pierangelo Sequeri il papa parla in parabole, esempi e racconti, utilizzando il lessico del catechismo più elementare, andando oltre il quadro classico del magistero e lasciando molti spazi liberi per quanti lo leggono o lo ascoltano.

«È un uomo che ha una vera idiosincrasia per la forma sistematica, un’ipersensibilità per i rischi dell’impresa sistematica». Il suo sforzo è di andare al di là della coerenza forzosa del sistema per arrivare alla referenza, alla cosa. Si parla di mondo? Allora si dice l’urbanizzazione, il cambiamento climatico, la globalizzazione, lo scarto dei poveri ecc.

francesco vangelo concreto

Gesù non ha detto agli apostoli niente che non potessero intendere. La chiave interpretativa di Francesco? Per mons. Vincenzo Zani, segretario della Congregazione per l’educazione cattolica, è il «caos calmo», una singolare sintesi di impressionanti dinamismi dentro un quadro di profonda tranquillità. Francesco eredita una visione dialettica della realtà che ha trovato in Erich Przywara, Henri de Lubac, Romano Guardini e nella trazione mistica del deposito gesuita: «Un pensiero dialogico fondato sul principio agonico-organico con al centro tensioni bipolari, ma proiettate a progetti di sintesi».

«Non una ontologia dialettica, ma una ontologia relazionale, anzi trinitaria». Per lo storico Daniele Menozzi si può parlare di una continuità promettente, di un’eredità conciliare che relativizza il semplice aggiornamento teologico e si affida alla potenza del Vangelo nell’incontro-sconto con la storia di tutti. Il Vaticano II ha chiuso la tradizione intransigente dei due secoli precedenti prospettando due possibili sviluppi entro un’apertura al moderno.

Il primo è sul versante della dottrina e vede nella legge naturale il massimo orizzonte di condivisione con il moderno; il secondo è ispirato ai «segni dei tempi»: la Chiesa impara dalla storia quali sono gli elementi del messaggio evangelico in grado di rispondere ai bisogni della gente di oggi. Alla coppia «dottrina – legge naturale» si sostituisce tendenzialmente quella «segni dei tempi – storia comune».

Il teologo viennese, Kurt Appel, parla di un’«ironizzazione del potere». Il poderoso impianto barocco del concilio tridentino in tutta la sua potenza estetica è ancora vivo nell’immaginario cattolico. Esso è attraversato da Francesco con una sapida ironia che ne mostra le inconsistenze e ne eredita gli umori profondi. Tutto è ricondotto a Gesù Cristo, alla sua morte e risurrezione. È questo che mostra le caduche pretese di potere della Chiesa, ma anche la non consistenza delle potenze del mondo.

Le critiche e i perché

La sottolineatura della feconda novità di Francesco non risponde alla domanda di apologetica ed è consapevole delle molte forme di resistenza, critica e dissenso nei suoi confronti. Riconducibili in forma grossolana a tre filoni. Quello accademico, con, ad esempio, i riferimenti al sociologo M. Marzano e a G.E. Rusconi (limitati alla sociologia delle istituzioni e alla «pastorale della paura»). Quello lefebvriano-populista del tipo di A. Socci e G. Gnocchi con il seguito dei molti siti tradizionalisti, attardati nell’intransigentismo acrimonioso. Infine, quello istituzionale-paludato della destra americana di cui è un esempio l’improbabile testimonianza di mons. Viganò, espressione della dismissione del «modello cattolico» a favore delle «Chiese libere».

Registrata la consonanza sul «passo in più» provocato da Francesco vi sono suggestioni legate ai singoli autori. Pierangelo Sequeri sottolinea il duplice linguaggio del papa: da un lato la lingua popolare (koinè) e il riferimento al catechismo recepito; dall’altro, soprattutto nei testi maggiori, una forma narrativa parabolica che non nega il deposito dogmatico e magisteriale precedente, ma ne forza gli spazi di apertura e la libertà del «lettore».

Una cifra centrale del suo messaggio è la gioia. «Ha ormai esaurito tutti i sinonimi». Spiazzante sia per gli «apocalittici», che minacciano non solo di uscire dal mondo ma anche dalla fede, sia per gli «integrati» che rischiano la mondanità spirituale. Francesco usa con parsimonia il tema della riforma, consapevole di quanto ci sia costata quella del ’500, e di quanto sia ancora interna al paradigma del «sistema». I suoi temi strategici sono anzitutto la predicazione, chiamata a essere una testimonianza della fede e, contestualmente, un’intelligenza del Vangelo.

vangelo gesto

E poi la riproposta della «scena originaria» dei Vangeli, cioè i tre protagonisti essenziali dell’annuncio: Gesù il Cristo, i discepoli, la folla di «chiunque», credenti e non, battezzati e no. Senza la persona di Gesù e la sua presenza tutto implode. I discepoli non perseguono la propria pienezza, ma si consegnano alla mediazione del Vangelo con il popolo dei «chiunque».

Il rapporto fra la «scena originaria» e la «scena storica», cioè il quotidiano di tutti, impone la piena valorizzazione del carisma di ciascuno nell’impresa della testimonianza per il Vangelo.

Sinodalità e misericordia

Dell’ampia relazione di mons. Vincenzo Zani richiamo le pagine dedicate alla riforma della curia con i relativi criteri guida, enunciati nei tre discorsi dedicati ai suoi collaboratori in occasione del Natale. Poi va ricordato lo stretto legame fra opzioni dottrinali e stile evangelizzante con l’accento sulla centralità del Vangelo, la dimensione missionaria e la concretezza delle diverse espressioni della vita cristiana.

Qui prende piena figura la sinodalità che è lo spirito, metodo e stile specifico del cristiano. Di grande interesse il nesso fra evangelizzazione e cultura fino a declinare l’assioma scolastico «la grazia suppone la natura e la completa» con l’altro: «la grazia suppone la cultura e la completa». Coerente con questi riferimenti è sia l’azione pastorale sia quella diplomatica.

Daniele Menozzi sottolinea il profondo legame di Francesco con gli indirizzi del Vaticano II e la sua scelta di spingere sul binomio «segni dei tempi – storia di tutti». Rileggendo Evangelii gaudium ne evidenzia i tratti di rimando sia al discorso di apertura del concilio di Giovanni XXIII (Gaudet mater ecclesia), sia all’Ecclesiam suam di Paolo VI.

Del primo sottolinea la «medicina della misericordia» più che la condanna o la denuncia, come anche la distinzione fra la sostanza del deposito della fede e la maniera di presentarlo. Della seconda riprende l’invito alla continua riforma. Un compito che è proprio dell’istituzione, in particolare nelle Conferenze episcopali, con la consapevolezza, già espressa in Octogesima adveniens (Paolo VI), di una Chiesa che non pretende di possedere il monopolio dell’interpretazione della realtà.

urbanizzazione

Chongqing (Cina)

Kurt Appel sottolinea come il riferimento di Francesco non sia tanto la secolarizzazione, quanto l’urbanizzazione. Le megalopoli sono oggi la fonte dell’ethos (comune), e la riduzione a «marchio commerciale» costituisce il pericolo per il cristianesimo. Fra le sfide più urgenti vi è il dialogo interreligioso, la resistenza al clericalismo e l’uscita dall’immaginario barocco.

Per questo sono importanti le immagini e i gesti di Francesco che dalle periferie trasmette la realtà delle fragilità dei molti e avvia una nuova narrazione. In secondo luogo, la nomina dei vescovi. Un compito di lunga lena per ottenere la qualità raggiunta a suo tempo da Paolo VI. Infine, l’accensione dell’interesse per il previsto sinodo sull’Amazzonia, perché è l’area non segnata dal clericalismo e ha le capacità per mettere mano a riforme coraggiose.

Il ritmo sincopato dei processi di trasformazione

Stella Morra e Paolo Benanti, ambedue professori alla Gregoriana, avevano il compito di presentare Amoris lætitia e Laudato si’. L’una e l’altro hanno fatto di più, partendo dal testo e collocandolo all’interno delle profonde e inquietanti trasformazioni dell’antropologia odierna – in particolare nel rapporto uomo-donna (Morra) e rispetto al paradigma tecnocratico con il suo carico di destrutturazione della razionalità strumentale e le domande ancora implicite sui fini delle potenti trasformazioni tecnologiche in atto (Benanti). Francesco apre terreni di possibili ricerche.

Difficile dare conto del profondo mutamento nell’interpretazione dell’umano dell’antropologia culturale ed etnologica. Si passa da un approccio fissista relativo all’essenza (che cosa definisce l’uomo) all’appartenenza a un campo magnetico e di battaglia che smaschera ogni pretesa di «esserne fuori» (cos’è l’uomo).

«Chi cerca esseri umani troverà acrobati». L’assoluta contingenza cui siamo affidati apre alla teologia l’opportunità di rilevare la precedenza promettente di Dio (l’unico fuori del campo magnetico), il riconoscimento e la benedizione sull’umano che questo permette, un’articolazione del soggettivo e dell’oggettivo in prospettiva escatologica e il positivo riconoscimento di soggettività storicamente comprese.

acrobazia del vivere

La drastica ridefinizione del rapporto uomo-donna proposto dagli studi di genere è emblematica della sfida che ci sta davanti: la costruzione di un luogo proprio di una soggettività plurale e comune. Di essa la Chiesa può essere, ad un tempo, esperienza e sacramento.

Dopo una suggestiva carrellata sul nesso fra homo sapiens e artefatto tecnologico, P. Benanti ha censito la crisi della razionalità scientifica. Nel ’900 la grande euforia positivista è crollata poco alla volta sotto i colpi delle geometrie non euclidee, dei teoremi di Gödel, delle teorie della relatività (Einstein) e della meccanica quantistica (Planck e Bohr).

Si è persa progressivamente «certezza» nella conoscenza e nel controllo di una realtà sempre più «complessa e caotica». Nella comprensione della materia si abbandona il determinismo per una conoscenza probabilista. Al binomio materia-energia si aggiunge il vettore dell’informazione. Alla base della realtà e del DNA pare esserci un processo informativo. Le grandi collezioni di dati ormai disponibili sulla totalità del reale (big data) sono il nuovo petrolio.

La correlazione soppianta la causalità. La macchina informatica ha la memoria e la potenza di calcolo necessarie per andare oltre la scienza. Le tecnologie possono avanzare senza più basarsi sulla costruzione di modelli teorici coerenti (bastano potenti algoritmi). Il paradigma tecnocratico si candida quindi a risolvere i problemi umani.

Francesco chiede: possiamo rinunciare alla domanda sui fini? La possibilità di fare di più della nostra capacità di conoscenza impone con forza la questione umana dentro il paradigma sovrano.

«Perciò la sfida del futuro dell’umanità – annota Zani – è elaborare la coscienza di una comunità di destino di tutti i popoli della terra, nonché di tutta l’umanità con la terra stessa. In questo orizzonte occorre disegnare un nuovo umanesimo planetario che solo potrà nascere dall’incontro fra le diverse culture del pianeta, dalla capacità di pensare insieme unità e molteplicità».

Il riposizionamento della Chiesa rispetto alla sua fonte (Gesù) e alla storia è quanto Francesco persegue in questa inedita situazione.

image_pdfimage_print
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi