Francesco: pellegrino e ospite in Iraq

di:

viaggio papa

Il viaggio di papa Francesco in Iraq è come Fratelli tutti composta da un intreccio di gesti anziché di parole – questa l’immagine attraverso cui J.L. Allen lo ha sintetizzato. Insomma, dopo averla scritta ci mostra come va fatta, cosa chiede alla Chiesa cattolica e come apre la sua missione verso l’ora presente.

Da pellegrino si è recato tra popoli, etnie e comunità religiose che, a differenza della nostra cultura occidentale, vivono di simboli e di segni; e a questi attingono per iniziare ogni nuovo giorno nonostante la violenza e la devastazione.

Il gesto e la parola

Un viaggio volutamente costellato di gesti simbolici: dalla celebrazione eucaristica in rito siro-caldeo (con un papa che depone quello latino perché non è a casa sua) a quella conclusiva di Erbil; dalla visita alla comunità cattolica di Qaraqosh a quella nella casa del Grande Ayatollah al-Sistani (togliendosi le scarpe prima di entrarvi perché sa di essere ospite); dalla celebrazione interreligiosa nella Piana di Ur alla preghiera in suffragio di tutte le vittime della violenza fanatica del terrorismo tra le macerie di Mosul.

Un’architettura studiata, preparata, voluta – come fortemente voluto è stato questo viaggio, perché nella stasi globale della pandemia le potenze non hanno smesso di accanirsi per la contesa della regione medio-orientale. Davanti a questa funesta perseveranza, la cura dell’umanità ferita e l’edificazione della fraternità umana, azzardata nell’alleanza religiosa fra le molte devozioni della nominazione di Dio, non potevano attendere oltre.

Un viaggio che ha intrecciato la confessione religiosa delle fedi nella trascendenza indisponibile di Dio al dovere civile di una cittadinanza comune e riconosciuta da tutti: “l’Iraq ha patito i disastri delle guerre, il flagello del terrorismo e conflitti settari spesso basati su un fondamentalismo che non può accettare la pacifica coesistenza di vari gruppi etnici e religiosi, di idee e culture diverse (…). Pertanto, solo se riusciamo a guardarci tra noi, con le nostre differenze, come membri della stessa famiglia umana, possiamo avviare un effettivo processo di ricostruzione e lasciare alle future generazioni un mondo migliore, più giusto e più umano. La diversità religiosa, culturale ed etnica, che ha caratterizzato la società irachena per millenni, è una preziosa risorsa a cui attingere (…).

Oggi l’Iraq è chiamato a mostrare a tutti, specialmente in Medio Oriente, che le differenze, anziché dar luogo a conflitti, devono cooperare in armonia nella vita civile (…). Si dia spazio a tutti i cittadini che vogliono costruire insieme questo Paese, nel dialogo, nel confronto franco e sincero, costruttivo (…). In questi anni l’Iraq ha cercato di porre le basi per una società democratica. È indispensabile in tal senso assicurare la partecipazione di tutti i gruppi politici, sociali e religiosi e garantire i diritti fondamentali di tutti i cittadini. Nessuno sia considerato cittadino di seconda classe”.

Mare Nostrum: popoli e culture, non un’operazione

Le azioni simboliche di cui si è costellato questo viaggio miravano certo a intercettare il sentire della gente incontrata e a custodire doverosamente la memoria di coloro che non ci sono più – e in questa regione martoriata sono più di quanti si possa contare.

Ma il simbolismo che innerva i viaggi di papa Francesco non si limita a questo, esso infatti vuole produrre processi di trasformazione, cambiamento, come opposizione all’ordine imperante imposto come l’unico possibile. In questo senso, i simboli sono resistenza e innesco.

Si va in Mesopotamia e si guarda su due lati: il Medio Oriente nel suo complesso e il Mediterraneo: l’Iraq si trova al crocevia delle linee di intersezione degli interessi delle potenze mondiali per lo sfruttamento e la commercializzazione delle risorse naturali.

Un monito questo per l’Unione Europea, ancora troppo concentrata nel suo sguardo verso il nord e dimentica, o inerte, davanti a quanto succede in quella fetta di territori che si affacciano sul Mediterraneo – consegnato o agli interessi nazionali di retaggio coloniale di alcuni stati membro o alla pervasiva occupazione di potenze che stanno a oriente.

Il Mediterraneo non è solo il dramma dei profughi, il crimine contro l’umanità della Siria, la destabilizzazione sistemica del Libano, ma anche uno spazio comune tra culture e civiltà diverse che dovrebbe offrire lo spunto per un nuovo ruolo dell’Unione davanti ad assetti globali instabili e in continuo mutamento.

Francesco offre a questa istituzione, a cui guarda fin da principio non solo con simpatia, ma con la convinzione di trovare in essa un partner sintonico in vista della configurazione di una nuova architettura del mondo, l’inedito di un’alleanza delle religione per la custodia dell’umano e la costruzione di una fraternità efficace e operativa – recuperando una normatività che la modernità europea non è riuscita a definire in tutta la sua portata sovversiva e umanistica.

Vengo a casa tua come pellegrino

Dopo l’incontro al Cairo con la principale autorità teologica sunnita Ahamad al-Tayyeb, dopo la firma del documento di Abu Dhabi sulla Fraternità umana, era impellente incontrare il mondo sciita più sintonico con l’approccio di Francesco al ruolo e alla responsabilità delle religioni nel contesto globale attuale. Quello in grado di offrire un’alternativa interna all’islam davanti alle linee maggiori dell’imperialismo (Arabia Saudita), degli scenari nichilistici e apocalittici (Isis) o della teocrazia (Iran).

L’incontro con il Grande Ayatollah al-Sistani, punto di riferimento spirituale e teologico dell’islam sciita che non si rispecchia nella versione iraniana, si iscrive in questo quadro volto a favorire un’accettazione interna dell’islam come religione plurale, diversificata e variegata nella sue espressioni.

“La strada che ha portato papa Francesco a Najaf è passata dal Cairo, poi da Abu Dhabi e quindi per Rabat. Dopo aver sollecitato un dibattito interno al mondo sunnita, cercando come sponda l’impegno della scuola giuridica malkita nel contrasto dell’estremismo religioso, con una lettura aperta e conciliante dell’islam, ora cerca una sponda nell’universo sciita – guardando al vecchio leader carismatico, al-Sistani, rappresentante della corrente tradizionalista sciita della hawza di Najaf, il più importante seminario teologico dello sciismo iracheno (…). al-Sistani è un ‘pacificatore’ al quale Francesco guarda con rispetto (…)” (C. Monge).

Entrato nella casa di al-Sistani (è la prima volta che un capo di stato straniero vi viene accolto), vi ha trovato non solo una cordialità non formale e un riconoscimento religioso che accomuna, ma anche un impegno all’impresa comune di una fraternità fra le religioni.

Davanti al sintetico comunicato della Sala stampa vaticana dopo la visita, risalta quello rilasciato dall’Ufficio del Grande Ayatollah – per l’ampiezza e l’esplicitazione di alcuni temi cruciali trattati: “sottolineando il ruolo che i grandi leader religiosi e i leader spirituali dovrebbero giocare per far fronte alle grandi tragedie del nostro tempo (…). Con un invito pressante agli attori coinvolti – in particolare le grandi potenze – a far prevalere la ragione e la saggezza e di rifiutare il linguaggio della guerra, rispettando i diritti della gente e dei popoli di vivere in libertà e dignità (…). Il desiderio dell’Ayatollah è che i cristiani possano vivere come tutti i cittadini in sicurezza e pace”.

Il prezzo della fraternità

Il processo così avviato conosce anche tensioni e frizioni, non solo all’interno di un islam variegato e con più punti di fuga prospettici. L’immediata reazione della Turchia per la presenza del papa nel Kurdistan Iracheno è anche indice di un suo isolamento all’interno delle molte rappresentanze dell’islam, con il suo misto di mire imperialiste e tendenze larvatamente teocratiche – messe a servizio del potere e della leadership personale del presidente Erdogan.

Anche l’ebraismo mostra segni di nervosismo: pur essendone stata invitata una rappresentanza all’incontro interreligioso sulla Piana di Ur, ne è risaltata l’assenza. Non c’è chiarezza sulle ragioni esplicite (si accusa il governo iracheno di averne impedito la partecipazione, anche se la cosa non sarebbe stata certo accettata dalla Santa Sede in fase di programmazione); ma forse quello che più conta sono le ragioni implicite.

Il coinvolgimento di alcune politiche dello stato di Israele nella determinazione della situazione attuale del Medio Oriente, se da un lato avvantaggia la rappresentanza religiosa al suo interno, dall’altro la vincola nelle relazioni esterne – in particolare con le altre religioni.

Menzionati più volte nei suoi discorsi in Iraq, gli ebrei e l’ebraismo non sono certo esclusi dalla visione di Francesco di un’alleanza delle religioni in vista della fraternità umana – il rischio è, piuttosto, quello di un auto-esclusione dovuta più in nome a ragioni della politica che della fede. Anche l’ebraismo, come cristianesimo e islam, conosce tendenze sia imperialiste sia teocratiche; e il doppio filo che lo lega allo stato di Israele rischia più di imprigionarlo che di consentirne una rappresentanza pubblica e civile nel contesto globale delle religioni.

Limiti questi con cui ogni religione deve confrontarsi in maniera autocritica, di questo Francesco non è solo consapevole ma lo ha anche detto senza mezze misure. “Se Dio è il Dio della vita – e lo è – a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace – e lo è – a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore – e lo è – a noi non è lecito odiare i fratelli”.

Il Cielo non si è stancato della terra degli uomini e delle donne

Ogni violenza perpetrata e giustificata in nome di Dio è pura idolatria. E ogni religione è chiamata al dovere di stanarla al proprio interno: “Qui, dove visse Abramo nostro padre, ci sembra di tornare a casa. Qui egli sentì la chiamata di Dio, da qui partì per un viaggio che avrebbe cambiato la storia. Noi siamo il frutto di quella chiamata e di quel viaggio (…). E oggi noi, ebrei, cristiani e musulmani, insieme con i fratelli e le sorelle di altre religioni, onoriamo il padre Abramo facendo come lui: guardiamo il cielo e camminiamo sulla terra (…).

Da questo luogo sorgivo di fede, dalla terra del nostro padre Abramo, affermiamo che Dio è misericordioso e che l’offesa più blasfema è profanare il suo nome odiando il fratello (… ). E noi credenti non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione. Anzi, sta a noi dissolvere con chiarezza i fraintendimenti”.

“Il Cielo non si è stancato della Terra: Dio ama ogni popolo, ogni sua figlia e ogni suo figlio! Non stanchiamoci mai di guardare il cielo, di guardare queste stelle, le stesse che, a suo tempo, guardò il nostro padre Abramo”.

A Roma Francesco è tornato pieno di questo cielo perché ha camminato su quella terra, tra le macerie, le sofferenze, le speranze, le prossimità, di cui sono capaci gli esseri umani. Tutto raccolto e tutto custodito.

Un cielo a cui Francesco desidera tornare, auspicando la possibilità di una visita al Libano. Senza dimenticare quella in Sud Sudan insieme al primate della Chiesa anglicana, l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby – accantonata per il momento a causa della pandemia, ma ben ferma nei programmi del papa. Il primato della fraternità ha ricadute anche sul primato del vescovo di Roma: da condividere con le altre Chiese cristiane e con le altre religioni.

Mai senza l’altro – direbbe de Certeau, che è una delle letture anonime che attraversa questo pontificato. Perché l’intero è sempre più importante della parte, che ne è la declinazione personale di Francesco, fin dall’inizio.

L’uomo sa bene dove vuole andare e verso dove desidera condurre questo nostro mondo, senza imposizione e senza dominio. Francesco si muove con una coerenza senza pari, ed è forse l’unico a farlo sulla grande scena globale della nostra contemporaneità.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto