Chi è Gesù? Due papi rispondono

di: Michele Giulio Masciarelli
La domanda di Gesù e la risposta di Pietro

Non smettiamo di sentirci interpellati dalla stessa domanda che Gesù maestro rivolse a Pietro e ai discepoli che erano con lui, in un momento decisivo della sua esistenza messianica. «Essendo Gesù giunto nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”» (Mt 16,13-15). Conosciamo bene la risposta che Pietro, con schiettezza e impeto, diede a Gesù: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16).

Anche a noi è chiesto di rispondere alla domanda di Gesù sulla sua identità, non tanto in termini astratti, ma esistenziali e vitali. Come frutto del dono del Padre (cf. Mt 16,17), ciascuno di noi deve lasciarsi interessare dalla domanda: «E tu, che dici: chi sono io? Tu che senti parlare di me, rispondi: cosa sono io veramente per te?». è importante ricordare che a Pietro l’illuminazione divina e la risposta credente vennero dopo una lunga esperienza di familiarità con Gesù, di ascolto della sua parola e di osservazione della sua vita e del suo ministero (cf. Mt 16,21-24).

Due papi, Giovanni Paolo II nell’Udienza generale del 7 gennaio 1987 (= UG 1987) e Benedetto XVI nell’Udienza generale del 17 maggio 2006 (= UG 2006) si sono posti dinanzi alla domanda di Gesù. Riascoltiamo le loro risposte.

Giovanni Paolo II

Papa Wojtyla chiede anzitutto di imparare a rispondere al modo degli apostoli, rifacendo la loro stessa esperienza discepolare: «Anche noi – afferma – per giungere a una più consapevole confessione di Gesù Cristo dobbiamo percorrere, come Pietro, un cammino fatto di ascolto attento, premuroso. Dobbiamo metterci alla scuola dei primi discepoli, diventati suoi testimoni e nostri maestri, e insieme recepire l’esperienza e la testimonianza di ben venti secoli di storia solcati dalla domanda del Maestro e impreziositi dall’immenso coro delle risposte dei fedeli di tutti i tempi e luoghi» (UG 1987, n. 1).

Ma subito Giovanni Paolo pone un problema: Gesù va conosciuto per intero, non solo con approccio umano, ma anche con accostamento di fede e con la penetrazione conoscitiva che la Chiesa ha fatto nel tempo sul mistero di Cristo: «È sempre presente il rischio di appellarsi al “Vangelo di Gesù”, senza veramente conoscerne la grandezza e la radicalità e senza vivere ciò che a parole si afferma. Quanti sono coloro che riducono il Vangelo a loro misura e si fanno un Gesù più comodo, negandone la trascendente divinità, o vanificandone la reale, storica umanità, oppure manipolando l’integrità del suo messaggio, in particolare non tenendo conto del sacrificio della croce che domina la sua vita e la sua dottrina, né della Chiesa che egli ha istituito come suo “sacramento” nella storia» (UG 1987, n. 2).

Papa Wojtyla ricorda poi le «ombre» che ci sono nei discorsi (storici, filosofici, letterari) che si costruiscono oggi su Gesù e invita a non arrendersi ad esse. «Anche queste ombre – osserva – ci stimolano alla ricerca della verità piena su Gesù, traendo vantaggio dalle molte luci che, come una volta con Pietro, il Padre ha acceso lungo i secoli intorno a Gesù nel cuore di tanti uomini con la potenza dello Spirito Santo: le luci dei testimoni fedeli fino al martirio; le luci di tanti studiosi appassionati, impegnati a scandagliare il mistero di Gesù con lo strumento dell’intelligenza sostenuta dalla fede; le luci che soprattutto il magistero della Chiesa, guidato dal carisma dello Spirito Santo, ha acceso nelle definizioni dogmatiche su Gesù Cristo» (UG 1987, n. 2).

Papa Wojtyla attira poi l’attenzione sugli sforzi malriusciti di conoscere Gesù: «Riconosciamo che uno stimolo a scoprire chi è veramente Gesù è presente nella ricerca incerta e trepidante di molti nostri contemporanei così somiglianti a Nicodemo che andò “di notte a trovare Gesù” (Gv 3,2) o a Zaccheo che si arrampicò su un albero per “vedere Gesù” (Lc 19,4). Il desiderio di aiutare ogni uomo a scoprire Gesù, che è venuto come medico per i malati e come salvatore per i peccatori (cf. Mc 2,17), mi spinge ad assolvere il compito impegnativo e appassionante di presentare la figura di Gesù ai figli della Chiesa e a ogni uomo di buona volontà» (UG 1987, n. 2).

Certo, Giovanni Paolo II propone, oltre all’incontro con Cristo, anche l’accoglienza definitiva di lui nella nostra vita, come ricorda (UG 1987, n. 2): «Forse ricorderete che, all’inizio del mio pontificato, rivolsi agli uomini di oggi l’invito a “spalancare le porte a Cristo” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, I [1978] 38)». Accogliamo, intanto, la splendida traccia di ricerca su Gesù che egli delinea «in quattro centri focali:

1) Gesù nella sua realtà storica e nella sua qualità messianica trascendente, figlio di Abramo, figlio dell’uomo e figlio di Dio;

2) Gesù nella sua identità di vero Dio e vero uomo, in profonda comunione con il Padre e animato dalla potenza dello Spirito Santo, come ci viene presentato nel Vangelo;

3) Gesù agli occhi della Chiesa che, con l’assistenza dello Spirito Santo, ha chiarito e approfondito i dati rivelati dandoci, specialmente con i concili ecumenici, precise formulazioni della fede cristologica;

4) infine, Gesù nella sua vita e nelle sue opere, Gesù nella sua passione redentrice e nella sua glorificazione, Gesù in mezzo a noi e in noi, nella storia e nella sua Chiesa fino alla fine del mondo (cf. Mt 28, 20)» (UG 1987, n. 2).

Benedetto XVI

Papa Ratzinger s’era già imbattuto nella domanda di Gesù nell’Udienza generale dell’8 ottobre 2008, con una breve considerazione. «C’è una distinzione analoga in una parola di Gesù. Dopo la Trasfigurazione, egli chiede agli apostoli: “Che cosa dice la gente che io sia?” e “Chi dite voi che io sia?”. La gente lo conosce, ma superficialmente; sa diverse cose di lui, ma non lo ha realmente conosciuto. Invece i Dodici, grazie all’amicizia che chiama in causa il cuore, hanno almeno capito nella sostanza e cominciato a conoscere chi è Gesù. Anche oggi esiste questo diverso modo di conoscenza: ci sono persone dotte che conoscono Gesù nei suoi molti dettagli e persone semplici che non hanno conoscenza di questi dettagli, ma lo hanno conosciuto nella sua verità: “il cuore parla al cuore”».

Oltre a questo riferimento al nostro tema, Benedetto XVI ne ha un altro che è assai significativo sulla risposta di Pietro e, di conseguenza, c’è una ricaduta sulla risposta che noi dobbiamo dare alla domanda di Cristo oggi: «è Pietro a rispondere per conto anche degli altri: “Tu sei il Cristo”, cioè il Messia. Questa risposta di Pietro, che non venne “dalla carne e dal sangue” di lui, ma gli fu donata dal Padre che sta nei cieli (cf. Mt 16,17), porta in sé come in germe la futura confessione di fede della Chiesa». Gesù, infatti, non tarda a lodare la risposta di Pietro, sebbene non ne attribuisca il merito, come leggiamo nel Vangelo di Matteo: «Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (Mt 16,17).

Ma il papa va oltre: «Tuttavia Pietro – osserva papa Ratzinger – non aveva ancora capito il profondo contenuto della missione messianica di Gesù, il nuovo senso di questa parola: Messia. Lo dimostra poco dopo, lasciando capire che il Messia che sta inseguendo nei suoi sogni è molto diverso dal vero progetto di Dio. Davanti all’annuncio della passione si scandalizza e protesta, suscitando la vivace reazione di Gesù (cf. Mc 8,32-33). Pietro vuole un Messia “uomo divino”, che compia le attese della gente imponendo a tutti la sua potenza: è anche il desiderio nostro che il Signore imponga la sua potenza e trasformi subito il mondo; Gesù si presenta come il “Dio umano”, il servo di Dio, che sconvolge le aspettative della folla prendendo un cammino di umiltà e di sofferenza. È la grande alternativa, che anche noi dobbiamo sempre imparare di nuovo: privilegiare le proprie attese respingendo Gesù o accogliere Gesù nella verità della sua missione e accantonare le attese troppo umane». Siamo dinanzi all’attenzione grande da avere: non ci basta Gesù, ci occorre, come diremo dopo, Gesù Cristo.

Continua papa Ratzinger: «Pietro – impulsivo com’è – non esita a prendere Gesù in disparte e a rimproverarlo. La risposta di Gesù fa crollare tutte le sue false attese, mentre lo richiama alla conversione e alla sequela: “Rimettiti dietro di me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,33). Non indicarmi tu la strada, io prendo la mia strada e tu rimettiti dietro di me”» (Udienza generale del 17 maggio 2006). L’interpretazione è sottile soprattutto in quel: “Rimettiti dietro di me, satana!”. è il richiamo a prendere il postolo del discepolo, che è quello di porsi dietro le spalle di Cristo.

Impegnative le conseguenze sulla nostra storia di cristiani e di Chiesa.

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