La nonna e l’immigrato: l’Europa e Francesco

di: Lorenzo Prezzi

Tre immagini possono introdurre una riflessione sull’Europa nel magistero di papa Francesco: «totius Europae flaccentis» (Europa tutta in decadenza, san Colombano), lo «sguardo di Magellano» (A. Spadaro), l’«Europa: compito e destino» (R. Guardini). Il primo, contenuto in una lettera a Gregorio Magno nel 600 evidenziava l’imperativo di un’evangelizzazione largamente deficitaria; il secondo è l’immagine del direttore di Civiltà Cattolica per sottolineare uno sguardo che nasce dalle periferie rispetto al vecchio continente; il terzo è il titolo di un’opera del teologo R. Guardini a sostegno di un potere che non è l’imperio, ma l’autorevolezza di un progetto di civiltà su fondamenti trascendenti.

Il riferimento immediato sono i quattro discorsi che il papa ha tenuto sul merito: al Parlamento europeo e al Consiglio l’Europa (25 novembre 2014), in occasione del premio Carlo Magno (6 maggio 2016) e quello per i 60 anni dei Trattati di Roma (24 marzo 2017). I primi tre sono contenuti nel volume Sognare l’Europa (EDB, Bologna 2017), con saggi di L. Caracciolo e A. Riccardi.

riflessione sull’Europa nel magistero di papa Francesco

Francesco a Parlamento europeo – 25.11.2014 (AFP Photo / Patrick Hertzog)

Quattro discorsi

«Mi sono permesso di parlare di Europa nonna. Dicevo agli eurodeputati che da diverse parti cresceva l’impressione generale di un’Europa stanca e invecchiata, non fertile e vitale, dove i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva, un’Europa decaduta che sembra abbia perso la sua capacità generatrice e creatrice. Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutti in importanti avvenimenti storici; un’Europa che, lungi dal proteggere spazi, si renda madre generatrice di processi» (premio Carlo Magno).

La drammatica crisi demografica (l’Unione Europea non salirà oltre i 370 milioni nei prossimi decenni, mentre la popolazione mondiale passa da 6 a 10 miliardi), si assomma alle spinte centrifughe (i movimenti populistici anti-europei; il 29 marzo è formalmente partito il processo di uscita della Gran Bretagna) e all’insufficienza di un richiamo a valori che una laicità ideologica non riesce più ad alimentare.

Religioso e politico

Ma «l’Europa non è ancora morta. È un po’ nonnetta, ma può tornare ad essere madre… deve assumere il suo ruolo, deve cioè recuperare la sua identità. È vero che l’Europa ha sbagliato. Non glielo rinfaccio, lo ricordo semplicemente. Quando ha voluto parlare della sua identità, non ha voluto riconoscere forse la parte più profonda della sua identità, ovvero le sue radici cristiane» (intervista a Radio Renascença, settembre 2015).

Pur citando il termine «radici cristiane», che non casualmente ha evitato nel discorso al Parlamento europeo, il papa non allude a forme di neo-cristianità, quanto alla dialettica fra spazio sacro e spazio profano, tra potere religioso e potere politico che ha permesso all’Occidente la conquista delle sue libertà, dallo stato di diritto alla stessa democrazia.

È la prospettiva di un «nuovo umanesimo europeo» (60 anni dell’Unione), fatto di memoria, coraggio e utopia. Il cristianesimo intransigente e difensivo, come la laicità astiosa e chiusa, non creano futuro. Il termine umanesimo traghetta l’Unione Europea oltre le ragioni che l’hanno fatta nascere e quelle che hanno alimentato i successivi consensi. La Chiesa e il cristianesimo non hanno la chiave del futuro se non assieme alle istituzioni, alle forze sociali, culturali e religiose che attraversano il continente. Non un progetto politico, ma un dinamismo per un rinnovata narrazione del sogno di fondazione. «L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale» (premio Carlo Magno).

Il riferimento ai padri fondatori dell’Unione è una spiegazione più che un vincolo, un esempio più che una norma. Se, in occasione del premio Carlo Magno, papa Francesco evoca R. Schuman, A. De Gasperi e K. Adenauer, in quello per i 60 anni dell’Unione ricorda quanti erano presenti alla firma: P.H. Spaak, K. Adenauer, J. Luns, J. Bech, C. Pineau (per l’Italia firmò A. Segni).

I pilastri di riferimento sono: «la centralità dell’uomo, una solidarietà fattiva, l’apertura al mondo, il perseguimento della pace e dello sviluppo, l’apertura al futuro» (60 anni dell’Unione).

Il frutto migliore: la pace

In un contesto mondiale non più eurocentrico, sempre più interconnesso e globale, è importante andare al centro di una visione politica, caratterizzata dalla «fiducia nell’uomo, non tanto in quanto cittadino, né in quanto soggetto economico, ma nell’uomo in quanto persona dotata di una dignità trascendente» (Parlamento europeo). Se i diritti sono la risposta alla dignità, la dimensione trascendente è il riconoscimento della sua «innata capacità di distinguere il bene dal male… guard(ando) all’uomo non come un assoluto, ma come un essere relazionale» (Parlamento europeo).

Una coscienza senza l’imperativo della verità perde la responsabilità, un diritto individualistico produce indifferenza e questa la cultura dello scarto. «In tale logica va compreso l’apporto che il cristianesimo può fornire oggi allo sviluppo culturale e sociale europeo nell’ambito di una corretta relazione fra religione e società. Nella visione cristiana, ragione e fede, religione e società, sono chiamate a illuminarsi reciprocamente, sostenendosi a vicenda e, se necessario, purificandosi scambievolmente dagli estremismi ideologici in cui possono cadere. L’intera società europea non può che trarre giovamento da un nesso ravvivato fra i due ambiti, sia per far fronte a un fondamentalismo religioso che è soprattutto nemico di Dio, sia per ovviare a una ragione “ridotta”, che non rende onore all’uomo» (Consiglio d’Europa).

L’Unione ha garantito sessant’anni di pace, «il più lungo tempo di pace degli ultimi secoli». Anche se per molti può apparire un bene scontato, essa «è un bene prezioso ed essenziale, poiché senza di essa non si è in grado di costruire un avvenire per nessuno e si finisce di “vivere alla giornata”» (60 anni dell’Unione).

«I padri fondatori compresero che la pace era un bene da conquistare continuamente e che esigeva assoluta vigilanza. Erano consapevoli che le guerre si alimentano nell’intento di prendere possesso degli spazi, cristallizzare i processi e cercare di fermarli; viceversa, cercavano la pace che si può realizzare soltanto nell’atteggiamento costante di iniziare processi e portarli avanti» (Consiglio d’Europa).

Si può aggiungere: sessant’anni di democrazia. Il frutto vistoso è stato la caduta del muro fra Est e Ovest. «Tanto si faticò per far cadere quel muro! Eppure oggi si è persa la memoria della fatica. Si è persa pure la consapevolezza del dramma di famiglie separate, della povertà e della miseria che quella divisione provocò» (60 anni dell’unione). Legare i popoli che si erano combattuti per collegare le generazioni e costruire una casa comune. Un progetto allora embrionale, ma chiaro, definito e ponderato.

Un patrimonio da rinnovare

«La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegnamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione» (premio Carlo Magno).

Dopo l’eurocentrismo e dentro la globalizzazione, il progetto europeo ha da essere multipolare e trasversale. Multipolare «significa parlare di popoli che nascono, crescono e si proiettano verso il futuro» (Consiglio d’Europa), conservando la particolarità di ciascuno. Trasversale vuol dire dialogo fra generazioni, tra forme della società civile, fra culture e religioni.

La globalizzazione non è un fato ineluttabile, è una costruzione. L’economia non può prescindere dal volere dei popoli (politica). «Ciò richiede la ricerca di nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società. E questo ci chiede il passaggio da un’economia liquida a un’economia sociale. Penso, ad esempio, all’economia sociale di mercato, incoraggiata anche dai miei predecessori» (premio Carlo Magno).

Non è venuto meno un compito mondiale per il vecchio continente. «L’Europa ha un patrimonio ideale e spirituale unico al mondo che merita di essere riproposto con passione e rinnovata freschezza e che è il miglior rimedio contro il vuoto di valori del nostro tempo, fertile terreno per ogni forma di estremismo» (60 anni dell’Unione). Essa «non ha davanti a sé un’inevitabile vecchiaia, ma la possibilità di una nuova giovinezza. Il suo successo dipenderà dalla volontà di lavorare ancora una volta insieme e dalla voglia di scommettere sul futuro» (60 anni dell’Unione).

Populisti e xenofobia

Il papa non entra in un confronto di orizzonti che da sempre attraversa l’Europa, fra unionisti (Stati Uniti d’Europa), integrazionisti (convergenze progressive) e sovranisti (collaborazione strumentale e temporanea). E, tanto meno, fra Nord protestante e Sud cattolico. Privilegia piuttosto la tendenza unitiva e non risparmia la denuncia di alcune tendenze pericolose. «I populismi fioriscono proprio dall’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante e che non consente di superare la limitatezza dei propri pensieri e “guardare oltre”».

Il card. Segretario di stato, P. Parolin, specifica: «I populismi sono il segno di un malessere profondo percepito da molte persone in Europa e aggravato dai perduranti effetti della crisi economica e dalla questione migratoria. Sono una risposta parziale a problemi complicati. Non si può perciò minimamente sottovalutare il riemergere dei populismi, anche perché la storia recente dell’Europa ci indica quali effetti devastanti essi possono avere» (La Stampa, 22 marzo).

Il rifiuto degli immigrati e dei profughi viene censurato in tutti e quattro i discorsi del papa. «L’Europa sarà in grado di far fronte alle problematiche connesse all’immigrazione se saprà proporre con chiarezza la propria identità culturale e mettere in atto legislazioni adeguate che sappiano, allo stesso tempo, tutelare i diritti dei cittadini europei e garantire l’accoglienza dei migranti», aiutando i paesi di origine (al Parlamento europeo).

Pur censurando una laicità ottusa capace di avventurarsi in «colonizzazioni ideologiche» (premio Carlo Magno), estranea alla salvaguardia dell’unità delle differenze e dell’unità nelle differenze e insensibile all’allargamento del fossato fra cittadini e istituzioni comunitarie, il papa è più preoccupato della saldatura fra populismi e xenofobia che potrebbe definitivamente soffocare il progetto dell’Unione. In questo distinguendosi in forma netta anche dalla sensibilità di episcopati come quello polacco, ungherese, ceco e slovacco, che si sono rivelati insufficienti nel prendere distanza dall’opinione prevalente nel loro contesto. Se ne fa rappresentante il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (CCEE), presieduto dal card. A. Bagnasco, mentre una maggiore consapevolezza istituzionale e storica è espressa dalla Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece), presieduta dal card. R. Marx.

Sogni e speranze

I sette sogni che concludono il discorso per il premio Carlo Magno e i cinque inviti a ritrovare la speranza nel discorso per i 60 dell’Unione esprimono la progressione del pensiero europeo di papa Francesco, caratterizzato da uno sguardo non europeo (fine dell’eurocentrismo), dal privilegio concesso alle periferie (non solo esterne ma anche interne al continente), dalla dismissione di ogni residuo di cristianità (il privilegio del tempo e dei processi sullo spazio del potere), dal sostegno a una laicità aperta e non ideologica.

Se l’Asia è il continente del futuro, l’Europa e la connessione fra trascendenza e personalismo costituiscono la garanzia rispetto a un potere “confuciano” che saldi, senza dialettica, il religioso-simbolico con il politico-amministrativo.

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