La storia, i fatti e i pontificati

di: Andrea Grillo

Con la risposta alle mie osservazioni dello scorso 15 giugno, F. De Giorgi ha continuato il dialogo che si era aperto con il suo testo del 28 maggio scorso. Poiché mi sembra molto importate seguire con precisione le singole argomentazioni dello storico, riproduco qui sotto il suo testo, per poi rispondere di seguito, valorizzando alcune sue osservazioni e discutendone altre, perché cresca la cordialità ecclesiale, alla quale teniamo entrambi, cercando di approfondire meglio ciò che ci unisce e anche ciò che provvisoriamente ci divide.
Ecco il testo apparso sul sito dei Viandanti il 20 giugno 2016.

Benedetto XVI e Francesco
una discussione aperta tra storia e teologia

di: Fulvio De Giorgi

L’articolo “La Chiesa e la logica del ma anche”, che Aldo Maria Valli ha postato nel suo blog il 28 maggio u.s., ha aperto un serrato dibattito con Andrea Grillo nel quale si è inserito, per l’aspetto della continuità tra i due ultimi pontificati, anche lo storico Fulvio De Giorgi. Il testo che segue si inserisce in questo filone della discussione, questa volta De Giorgi-Grillo.

Circa la continuità storica tra il pontificato di Benedetto XVI e quello di Francesco, Andrea Grillo ha ulteriormente commentato il mio commento (su Avvenire) alla sua discussione con Aldo Maria Valli. Lo ringrazio per l’attenzione, per il confronto sereno e cordiale ed anche per l’esplicitazione dei punti di dissenso: tale esplicitazione è molto utile per un serio approfondimento delle questioni. Da parte mia, segnalato un consenso di fondo alle sue posizioni, mi pare utile proseguire proprio sul filo delle questioni sulle quali abbiamo valutazioni diverse. Per evitare fraintendimenti sgombro subito il campo da possibili fraintendimenti: non voglio fare un discorso ideologico sulla continuità’, né, tanto meno, usare la continuità per riportare cronologicamente indietro Francesco e dire che nel suo insegnamento (fino all’innovativa Amoris lætitia) non ci sia nulla di nuovo. Capisco benissimo i timori in tal senso, perché letture (scorrette) di questo tipo ci sono. Tuttavia, se ho capito bene, il nostro dissenso non verte tanto su una diversa valutazione della continuità tra i due pontificati, ma sulla differente lettura del pontificato di Benedetto XVI (da tale lettura dipende poi il problema della continuità/discontinuità). Se dunque Grillo si preoccupa – giustamente – che non ci sia un’interpretazione caricaturale di Francesco, non mi pare scorretto aggiungere che neppure per Benedetto XVI si può indulgere all’interpretazione, anch’essa caricaturale, del pastore tedesco, chiuso e anti-moderno. Lascio da parte quello che Grillo chiama un punto di vista apologetico e che forse, meglio, si direbbe un punto di vista di fedele della Chiesa cattolica: su questo piano ammetto, puramente e semplicemente, un grande affetto e una favorevole simpatia (anche, certo, nel mio stesso punto di vista) verso papa Ratzinger: che non mi impediscono, peraltro, di essere un entusiasta di Francesco. Ma qui vorrei svolgere tre osservazioni da storico.

In una prospettiva generale e laica

Innanzi tutto, nell’analisi della storia della Chiesa, dobbiamo evitare, a mio avviso, due riduzionismi unilaterali opposti. Il primo, al quale mi pare soggiaccia Grillo, è di vedere la storia della Chiesa quasi sotto una campana di vetro, staccata dalla storia generale e indifferente ad essa: una sorta di autoreferenzialità interpretativa, per cui tutto si spiega per logica interna e in relazione alle vicende e ai problemi endoecclesiali. Si tratta, cioè, di un integralismo metodologico (pur nella differenza tra un integralismo riformatore e uno conservatore). Il secondo riduzionismo unilaterale è l’esatto opposto: è il laicismo metodologico di chi considera solo le dinamiche sociologiche e psico-sociali della Chiesa come struttura di potere, analoga allo Stato, alle istituzioni civili, ai sistemi politici. Si può certamente studiare solo uno di questi aspetti (o solo le vicende intra-ecclesiali o solo lo sviluppo delle forme giuridiche di potere), anch’io talvolta l’ho fatto, ma non si può elevare unilateralmente ciascuno di essi ad unico e assoluto criterio di interpretazione storica. Meglio vederli insieme (e comunque sapere che una prospettiva generale deve comprendere entrambi). Ciò significa allora considerare l’evoluzione storica generale degli ultimi decenni, almeno dalla fine del comunismo. Parlo di post-moderno, di neoliberalismo (con il suo accentuato individualismo) e anche di nichilismo, che a me pare oggi largamente presente nella cultura e perfino nelle mentalità diffuse. Capisco che la sintesi può sembrare uno schematismo, perfino banalizzante (e allora non posso che rimandare ai miei libri per una più analitica ricostruzione storica). Tuttavia non mi pare una diagnosi molto diversa da quella – che condivido – di Francesco in Evangelii gaudium: «diffusa indifferenza relativista, connessa con la disillusione e la crisi delle ideologie» (n. 61); «società materialista, consumista e individualista» con «individualismo imperante» (n. 63); «progressivo aumento del relativismo» (n. 64); «individualismo postmoderno e globalizzato» (n. 67); «Questo relativismo pratico consiste nell’agire come se Dio non esistesse» (n. 80); «si è prodotta una desertificazione spirituale» (n. 86). Questo contesto problematico, già profilatosi nel tramonto del pontificato di Giovanni Paolo II, è emerso con una forza perfino devastante, successivamente: le forme pastorali allora presenti si sono rivelate inadeguate, la necessità di un cambiamento evidente. È tale contesto storico generale che segna, necessariamente, la caratteristica storica dei pontificati che in esso si inscrivono e che, pur tra altri problemi, hanno avuto entrambi prioritariamente davanti questa sfida decisiva, che implica una difficile ma ineludibile assunzione della complessità (teorica e pratica). Nel caso di papa Ratzinger si vedano la Deus caritas est, la Caritas in veritate, il Sinodo del 2012. Si veda, al VII Incontro mondiale delle famiglie (a Milano), la chiara emersione del problema dei divorziati risposati e le importanti parole di Ratzinger: non ci sono ricette semplici (non a caso riprese nella Amoris lætitia).

Guardare al lungo periodo

Seconda osservazione. Il senso storico di un pontificato, cioè il discernimento tra gli aspetti storicamente più importanti e quelli meno significativi, si chiarisce su un periodo lungo che comprende predecessori, ma anche successori: ciò anche oltre la coscienza riflessa degli stessi protagonisti, pur importante (per esempio, nel caso di papa Francesco, a me pare – come ho sostenuto in un recente convegno romano – decisivo il suo rapporto con Paolo VI più che con altri suoi predecessori). Ma contano anche i successori. Ecco che qui Grillo – ed è paradossale – svaluta la considerazione di papa Francesco e del significato del suo pontificato come chiave di lettura per chiarire il senso storico del pontificato del suo immediato predecessore. Mi spiego con un esempio di storia, per così dire, controfattuale. Ipotizziamo che nel Conclave del 1963 sia stato eletto Siri – un Gregorio XVII o un Pio XIII – e che il Concilio Vaticano II sia stato subito chiuso, senza approvazione di documenti. Cosa ricorderemmo, come storicamente significativo, di Giovanni XXIII? La conferma della scomunica dei comunisti, la completa messa al bando dei preti operai, la nomina di Ottaviani a segretario del S. Uffizio, la riconferma dell’uso del latino nella liturgia, il monitum in materia biblica e quello di censura a Teilhard de Chardin, perfino l’uso del camauro. E Grillo gli rimprovererebbe di aver messo la preparazione del Concilio, come in effetti fu, sostanzialmente nelle mani della Curia, facilitando la repressione di papa Siri. Così non è avvenuto, lo sappiamo. Ma sono proprio il pontificato di Paolo VI e l’esito grandioso del Vaticano II che danno – certo insieme alle più generali considerazioni storiche – un altro e opposto (e verissimo) valore storico al pontificato roncalliano. Non che gli aspetti, prima indicati, non ci siano stati: ma li leggiamo come persistenze residuali e finali di aspetti storici del passato, storicamente poco significativi. Ecco allora che il pontificato di Francesco ci aiuta a discernere gli aspetti storicamente rilevanti del pontificato di Benedetto XVI. Che a mio avviso, e schematizzando, sono i seguenti:

1. Il riconoscimento (senza più conniventi coperture o inaccettabili minimizzazioni) della pedofilia dei preti come sporcizia nella Chiesa e perciò come piaga della Chiesa: problema sistemico cioè, che comprende casi di Fondatori come Maciel [Legionari di Cristo – ndr].

2. Il contrasto del nichilismo (teorico) postmoderno, inteso come scetticismo relativistico, ma contrasto realizzato non con il tradizionale rifiuto del Moderno, bensì in una forma analoga a quella di Habermas (con il quale Ratzinger dialoga): come Habermas ricerca – nel kantismo – una risposta moderna al post-moderno, così Ratzinger la ricerca in grandi filosofie cattoliche filo-moderne (Rosmini e Newman, Guardini e Blondel), che sono filosofie della carità.

3. Da qui la beatificazione di Rosmini (superando le condanne del S. Uffizio di fine Ottocento): si tenga conto che tutti gli oppositori del Vaticano II sono sempre stati anche oppositori di Rosmini (si consultino, anche oggi, i siti tradizionalisti). Questa beatificazione (insieme, ma ancor di più di quella di Newman) è un evento epocale: vero culmine del pontificato.

4. Insieme a questa sfida della metafisica della carità al nichilismo, Benedetto XVI è consapevole che ci vuole pure un conseguente e coerente cambio pratico e lo formula come vero rinnovamento nella fede, in senso di santità ascetica: come autosecolarizzazione della Chiesa. Si veda il discorso del 25 settembre 2011 a Friburgo (ma tutti i discorsi di quel viaggio in Germania sono significativi). È una prospettiva a mio avviso profonda e lucida (e bellissima), ma difficilmente popolarizzabile. Quando papa Ratzinger – è questa la mia lettura – si rende conto di non avere le energie necessarie per guidare questa auto-secolarizzazione ecclesiale, passa la mano.

5. A questo proposito, parlare di “prendere l’iniziativa di perdere l’iniziativa” mi pare (oltre che ingeneroso) minimizzante e non adeguato per la comprensione storica. Si è trattato, senza alcun dubbio, di un gesto rivoluzionario (che non ha precedenti storici moderni, ma che – per qualche storico – è un vero unicum assoluto): per usare, laicamente, le categorie weberiane, trasforma il potere papale da tradizionale-carismatico in razionale-carismatico. È la forma che riapre al rilancio in grande stile del Vaticano II (impensabile una rinuncia, non destabilizzante, al ministero petrino, se non nel pleroma collegiale dell’ecclesiologia del Vaticano II).

Un andamento stop and go

Ed eccoci alla terza considerazione storica. Chi conosce la storia della Chiesa, sa bene che ad epoche di grande riforma sono progressivamente subentrate fasi di rallentamento, fino al semi-immobilismo (Rosmini distingueva tra epoche di marcia ed epoche di stazione). È successo pure per la riforma cattolica del Concilio di Trento. E allora ci sono poi stati momenti in cui, dall’interno della Chiesa e in modo non polemicamente ostile alla sua gerarchia, mistici o pastori, religiosi o laici hanno richiamato la necessità di rilanciare il movimento riformatore: gli storici parlano, dunque, di momenti di ripresa tridentina. A me pare un dato storico chiaro che sia avvenuta la stessa cosa con il Concilio Vaticano II. Progressivamente lo slancio riformatore ha rallentato fino quasi a fermarsi del tutto. E quando sono cominciate a emergere le prime voci che richiamavano la necessità di riprendere la riforma conciliare? A me pare proprio con il pontificato di Benedetto XVI. Certo erano voci minoritarie e marginalizzate (ma non condannate), che a fatica – e non senza ostilità nei loro confronti – potevano esprimersi. Ma parlavano, esprimevano disagio, richiamavano la necessità di un rilancio del Concilio, e talvolta citavano proprio il papa. Ammetto di non aver fatto ricerche empiriche su questo aspetto e di basarmi su impressioni e ricordi. Ma rivendico di poter dire qualcosa per conoscenza personale, di portare almeno una testimonianza, rimandando a precisi documenti scritti (il mio libro Il brutto anatroccolo del 2008 e il successivo Più coraggio! del 2015, ma che raccoglie interventi precedenti). Qui dovrei largamente auto-citarmi e non è certamente il caso. Vorrei solo ricordare che nella mia relazione al VII Incontro mondiale delle famiglie nel 2012 ho, tra l’altro, affermato: «Le questioni attinenti alla sessualità di coppia, alle differenze di genere, alla discriminazione omofobica si sviluppano sia come richiesta di nuovi modelli familiari, sia come forte interpellanza alla Chiesa affinché ripensi seriamente alle forme del sacramento del matrimonio (incluse le questioni della sessualità prematrimoniale e matrimoniale), al regime dei divorziati risposati, alla possibilità dell’accesso al matrimonio per i sacerdoti e al sacerdozio per i coniugati, a realtà istituzionali e canoniche nuove, come quelle di un ministero ordinato femminile o di convivenze tra persone dello stesso sesso». Faccio ammenda: avrei dovuto parlare di sacerdozio ministeriale. Ma comunque il senso era chiaro. In realtà, se guardo autobiograficamente a questi fatti, dovrei dire che il clima di prevalente chiusura portava a pagare dei prezzi (più o meno alti) per chi pronunciava giudizi di questo tipo. Ma se invece, con un autotrascendimento, cerco di guardare le cose in prospettiva storica, devo notare che durante il pontificato di Benedetto XVI furono espresse delle esigenze che avrebbero trovato una piena risposta (positiva) nel pontificato successivo. In conclusione mi chiedo se non sarebbe forse anche il caso di considerare come soggettivamente si pone Francesco: non rispetto al papa emerito, dunque nella chiave unicamente personale dell’affetto, ma rispetto al magistero del suo predecessore e al suo pontificato. Una risposta, forse, sta nella Lumen fidei: nel decidere di pubblicarla, di farla propria (con integrazioni di proprio pugno) e di firmarla.

Un interrogativo come semplice fedele

Termino con una domanda – non da storico ma da fedele di base e di parrocchia quale sono – all’amico Grillo, che mostra di avere verso Francesco sentimenti e pensieri non diversi dai miei. Se è ingiusto (e non è cattolico) che chi si sente vicino al magistero di Ratzinger, chi si sente ratzingeriano, svaluti e critichi papa Bergoglio e non si sforzi, in buona fede, di capirlo ma anzi contrapponga Ratzinger a Bergoglio, non è altrettanto ingiusto che chi si sente in sintonia con Bergoglio, svaluti e critichi Benedetto XVI e lo contrapponga a Francesco? A mio modo di vedere (e secondo il mio sensus Ecclesiæ, non so se apologetico, come dice Grillo), i primi fanno un cattivo servizio a papa Ratzinger e ostacolano un equanime giudizio storico del suo pontificato, ma anche i secondi, temo, non fanno un buon servizio a Bergoglio. Lo dico con semplicità e amica simpatia, non mi impanco a maestro: credo, solo, che faremmo bene tutti ad alimentare un’appartenenza cordiale alla Chiesa.

Fulvio De Giorgi, docente di Storia dell’educazione all’Università di Modena e Reggio Emilia. Coordinatore del Gruppo di riflessione e proposta di Viandanti.

In accordo  e in dialogo
per camminare sulle orme del Vaticano II

di: Andrea Grillo

Mi sembra molto importante che Fulvio De Giorgi abbia riconosciuto una profonda sintonia con quanto da tempo viene scritto a proposito del pontificato di Francesco e del suo profondo rilancio del Concilio Vaticano II. Su questo piano, a dire il vero, concordiamo profondamente e non posso che riconoscermi largamente in quanto egli scrive. Ciò su cui, invece, mi sento a disagio potrei esprimerlo così: non direi che la “appartenenza cordiale alla Chiesa” richieda di selezionare con troppa larghezza le “fonti” su cui ragioniamo. Se da un lato mi pare che Francesco venga letto solo “da destra”, dall’altro ho la sensazione che Benedetto sia considerato solo “da sinistra”. Questa duplice opzione, che è certamente condotta “a fin di bene”, causa tuttavia in me un disagio e un certo dissenso che cerco qui di chiarire, all’interno di un fondamentale consenso.

Metodo apologetico e integralismo metodologico

Poiché, nella logica di un confronto aperto, dobbiamo giocare a carte scoperte, osservo che io ho contestato a De Giorgi un “metodo apologetico”, mentre lui imputa a me di soggiacere ad un “integralismo metodologico”. La mia contestazione è di subordinare la ricostruzione della storia a “categorie teologiche” troppo lineari e poco fondate, mentre lui contesta a me di costruire la storia in modo “integralista”, ossia sulla base di fonti solo “interne”, come se la storia di un papato potesse essere ricostruita soltanto sulla base di “atti intraecclesiali”.

A me pare, tuttavia, che queste reciproche contestazioni non colgano nel segno. La questione vera è: come possiamo venire a capo di un “papato” se non riferendoci agli “atti” effettivamente compiuti da un papa? E la ricostruzione degli atti di un papa può essere certo sottoposta ad una selezione, ma quando mancano troppi “fatti”, quanto è convincente la ricostruzione?

Io qui sollevo una domanda non retorica, che rivolgo al mio interlocutore con la più profonda serietà.

Forse la risposta ad una “ricostruzione apologetica” deve essere una “ricostruzione integrale” (non integralistica) di un papato. In senso apologetico – nel senso più alto del termine – De Giorgi sostiene che ai meriti di Francesco occorre avvicinare quelli di Benedetto. Questa, a suo avviso, sarebbe quasi una regola metodologica per fare “storia non integralista” e in senso cattolico,

A me sta a cuore una storia integrale. Posso provare a discutere quanto affermato da De Giorgi ricordando una serie di sue non casuali “dimenticanze”.

Il pontificato di Benedetto XVI a il Concilio Vaticano II

La ricostruzione della figura di papa Benedetto XVI proposta da De Giorgi sembra modellata su uno stereotipo nobile: facciamo di Benedetto il precursore di Francesco. D’altra parte, reciprocamente, si tende a fare di Francesco il semplice successore di Benedetto. Curiosamente si citano, di Evangelii gaudium, tutti i pochi testi esplicitamente in continuità con i temi cari a Benedetto, ma non si dedica una sola citazione ai moltissimi e lunghissimi testi in cui Francesco cambia strutturalmente argomentazione, fonti e immagini.

Ma torniamo ai “dati rimossi”.

Una lettura “integrale” del pontificato di Benedetto XVI non può dimenticare e quasi cancellare tutti questi atti:

– Discorso alla curia romana su ermeneutica della discontinuità e ermeneutica della riforma (2005).
– Discorso di Ratisbona con la accusa di deellennizzazione rivolta a Lutero e alla inculturazione (2006).
– Discorso di Auschwitz, con la definizione del nazismo come “un popolo abusato da un gruppo di criminali” (2006).
– Notificazione contro la teologia di J. Sobrino, verso cui P. Huenermann sollevò critiche pesanti su forma e metodo adottato.
– Motu proprio Summorum pontificum per tentare di restituire universale vigenza alle forme rituali preconciliari (2007).
– Correzione del Codice di diritto canonico per creare una distinzione ontologica tra diaconato e presbiterato/episcopato (2009).

Ognuno di questi documenti si colloca nei primi 5 anni di pontificato e imposta una “fioritura conciliare” che vorrei che De Giorgi riuscisse a giustificare solo con il suo metodo apologetico.

Lo dico con molta semplicità. Se si applica il mio metodo integrale, per quante somiglianze si possano scorgere tra Francesco e Benedetto, molto maggiori restano le dissomiglianze. Non si tratta di prospettive, ma di dati inaggirabili, che non possono essere ridimensionati, trascurati o rimossi.

Le “azioni qualificanti”

Se analizziamo, invece, le “linee portanti” del papato di Benedetto secondo la ricostruzione di De Giorgi troviamo, sorprendentemente, al primo posto, la “linea dura” verso la pedofilia. Poi segue un contrasto con il nichilismo ritenuto “non antimoderno”, ma secondo le filosofie “filo-moderne”; per poi aggiungere due eventi “epocali” come la beatificazione di Rosmini e la “rinuncia al ministero” come gesti apertamente e inequivocabilmente conciliari. Alcune di queste indicazioni meritano attenzione.

Noto subito che, siccome De Giorgi mi invita a non fare caricature dei papi, e siccome lo prendo sul serio, gli chiedo come pensa di mettere in ordine questi atti, per lui qualificanti, con quelli che io gli ho ricordato e che considero almeno altrettanto qualificanti.

Faccio solo un esempio. Si può dire, certamente, che Benedetto ha anticipato Francesco nel colpire la piaga della pedofilia. Ma, proprio sul piano storico, credo che la pedofilia non sia anzitutto un problema di “sporcizia nella Chiesa”: questa categoria, usata in questo modo, diventa ideologica, perché risulta limitativa, causa un grave fraintendimento e nasconde la magagna più grave. Facendo della pedofilia solo un problema “morale”, induce a rispondere soltanto con normative più severe e più autoritarie. In realtà con Francesco abbiamo capito bene che la radice della pedofilia non è un “disturbo sessuale”, ma è anzitutto la autoreferenzialità ecclesiale, un modo di pensare il rapporto tra Chiesa e mondo, un modo di leggere l’autorità in senso clericale e di rendere irrilevanti gli “altri”. Che la pedofilia si possa combattere solo con la riforma del modo di comprendere e di gestire l’autorità è una idea che abbiamo ascoltato tante volte, ma solo da Francesco, non da Benedetto.

Lo stesso potremmo dire della categoria di “dialogo”. Certo Benedetto ha dialogato con Habermas, ma non ha potuto o saputo dialogare né con padre Gy, né con padre Falsini, né con J. Sobrino, né con Torres-Queiruga… E se riabilitare Rosmini non era troppo facile, molto più difficile era evitare di liquidare con una battuta Lutero o Maometto, la riforma liturgica o la famiglia allargata.

Insomma, la caricatura di Benedetto predecessore di Francesco è tanto pericolosa quanto la caricatura di Francesco come successore di Benedetto. La “maggiore dissomiglianza” non impedisce di riconoscere somiglianze, lasciti ed eredità, ispirazioni e dipendenze. Ma esige, io credo, che la cordialità ecclesiale, nella sua passione per la verità, non si lasci andare a omologazioni o a contorsioni.

Una diversità da declinare

Prendere l’iniziativa di perdere la iniziativa – cosi ho descritto il gesto coraggioso di rinuncia di papa Benedetto – non mi pare un “modo ingeneroso” di descrivere ciò che il papa emerito ha compiuto nella sua ultima azione: quelle parole infatti solo alla lettera una definizione che il filosofo J.-L. Marion ha utilizzato per descrivere l’esperienza del dono. Non vorrei allora finire questo intervento senza riconoscere quanto utile sia stato, per me, dispormi ad ascoltare fino in fondo la “storia apologetica” scritta da De Giorgi. Essa mi ha permesso, infatti, di cogliere alcune dimensioni del pontificato di Benedetto che avevo considerato con minore attenzione. Ma la mia “vocazione all’integralità” – spero non all’integralismo – nel farmi riconoscere queste somiglianze che avevo sottovalutato, non mi permette tuttavia di sopravvalutarle. Esse aggiungono un tono più moderato o anche irriducibile alla lettura complessiva di un papato che, nelle sue linee essenziali, si è caratterizzato per una forte insofferenza verso quella apertura conciliare, per la quale papa Francesco nutre invece una naturale e direi quasi spontanea simpatia e sintonia. Sono convinto che un metodo apologetico – nel senso migliore del termine – e un metodo integrale – nei termini qui da me avanzati – anziché opporsi e contraddirsi potrebbero e dovrebbero convergere, con cordiale riconoscenza e con differenziata serenità.

Tanto i teologi quanto gli storici potrebbero trarne vantaggio. Solo allora potrebbero riconoscere – insieme e concordemente – che la questione vera non è un “confronto” tra Benedetto e Francesco, ma una lettura che non dia alibi alle forme riduttive con cui si cerca di sminuire e di fraintendere l’opera riformatrice di papa Francesco. In fondo, alla radice di tutte queste considerazioni, c’è una questione “pedagogica”. Non di una pedagogia semplicemente “legale” e “formale”, ma di una pedagogia della fede e della coscienza. Credo che su questo, pur nella diversità di accenti e di sensibilità, la discussione tra De Giorgi e me possa e debba suonare come una comune necessità di difendere il disegno conciliare e riformatore di papa Francesco dalle resistenze più o meno ottuse che cercano di ostacolarlo, di fraintenderlo e di screditarlo. In questa impresa tanto il metodo apologetico, quanto il metodo integrale debbono aiutarsi a vicenda. Per camminare secondo la fedele libertà inaugurata dal Concilio Vaticano II, con tutte le necessarie differenziazioni di tono e di sensibilità.

Pubblicato il 21 giugno 2016 nel blog: Come se non

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