Mi presento: sono Francesco

di: Lorenzo Prezzi

«Succede che ci siano profeti tra i papi. Mossi dallo Spirito, essi avvertono in nome di Dio e in ragione del Vangelo di Gesù Cristo morto e risorto, che la salvezza è vicina mentre si percepisce l’implosione del mondo. Presagi che prendono forme molteplici e si indirizzano anzitutto al popolo cristiano, ma, senza dubbio, a tutti gli uomini di buona volontà».

primi quattro anni

Papa Francesco durante l’incontro con la Comunità Anglicana nella Chiesa All Saints
Roma, 26 febbraio 2017 (Foto ANSA/ Angelo Carconi)

L’affermazione di Ghislain Lafont si spalma su diversi pontificati (da Giovanni XXIII a Paolo VI e a Giovanni Paolo II), legati alla fioritura nella e attraverso la Chiesa dell’amore misericordioso di Dio che crea, accompagna, guarisce e sviluppa. Vale in particolare per questo scorcio di pontificato di Francesco che, il 13 marzo, compie i primi quattro anni, affascinanti e carichi di energia evangelica.

Interviste e magistero

Il contenuto del suo magistero è stato illustrato da Piero Coda e gli atti e le prove segnalati via via in questi anni (rimando alla valutazione dei primi tre anni: Francesco 2013-2016). Per questo commento, utilizzo il riferimento alle sue interviste. Esse non appaiono fra le numerosi voci del portale vatican.va (come Angelus, costituzioni apostoliche, encicliche, discorsi, esortazioni, lettere, viaggi, messaggi, preghiere, udienze ecc.), ma, accanto alle meditazioni quotidiane a Santa Marta, costituiscono un mezzo comunicativo peculiare e ormai ordinario del suo ministero.

Nonostante la preoccupazione di contenerle da parte della Segreteria della comunicazione, ne ho registrate più di 30. Esse sono raccolte da riviste (come La Civiltà cattolica), da giornali (Corriere della sera, Die Zeit, La Nación, Paris Match, Asia Times, Avvenire, El País ecc.), radio e TV (messicana, portoghese, statunitense), agenzie di stampa ecc. Vi sono testate prestigiose come mensili alternativi (Scarp de’ tennis), pubblicazioni locali o amici personali.

Ho registrato le conferenze stampa che scandiscono i suoi viaggi, mentre non ho considerato i libri-intervista (come quello di A. Tornielli) o i resoconti di colloqui (come i racconti di E. Scalfari su Repubblica).

Sono testi diretti che non hanno la completezza dei discorsi e dei testi scritti più impegnativi come le esortazioni apostoliche o le encicliche, ma che hanno il vantaggio della sintesi, dell’immediatezza, della battuta, dell’irritazione. Dopo una certa resistenza iniziale (il papa ha ammesso che le risposte giuste gli arrivano dopo quelle già date), è diventato più sciolto e sorvegliato ad un tempo. A cominciare dal racconto di sé e delle proprie emozioni.

Un pontificato breve

«Ho la sensazione che il mio pontificato sarà breve. Quattro o cinque anni. Non lo so, o due o tre. Beh due sono già passati. È come una sensazione un po’ vaga. Le dico, forse no… Non so cos’è. Ma ho la sensazione che Dio mi ha messo qui per una cosa breve, niente di più. Ma è una sensazione. Per questo lascio sempre aperta la possibilità». «Io farò quello che il Signore mi dirà di fare. Pregare, cercare la volontà di Dio. Ma io credo che Benedetto XVI non sia un caso unico… Io credo che dobbiamo guardare a lui come ad un’istituzione. Lui ha aperto una porta, la porta dei papi emeriti. Ce ne saranno altri, o no? Dio lo sa. Ma questa porta è aperta: io credo che un vescovo di Roma, un papa che sente che le sue forze vengono meno – perché adesso si vive tanto tempo – deve farsi le domande che si è posto papa Benedetto».

Sostieni SettimanaNews.itAnche la sua elezione è stata all’insegna dell’imprevisto. «Avevo lasciato l’omelia (per la domenica delle Palme) sulla mia scrivania ed ero venuto con lo stretto necessario per quei giorni pensando che potesse essere un conclave molto breve. In ogni modo, anche se fosse stato lungo, avevo preparato tutto. Avevo il biglietto di ritorno: lo potevo cambiare e anticipare. Perlomeno questo era sicuro. Inoltre, non ero in nessuna lista di papabili, grazie a Dio, e non mi passava assolutamente per la testa. In questo voglio essere sincero per evitare storie o simili. Nelle scommesse di Londra penso che stavo o al quarantesimo o al quarantaseiesimo posto. Un mio conoscente per simpatia ha puntato su di me e gli è andata molto bene!». «È iniziata la prima votazione martedì sera, la seconda mercoledì mattina, la terza mercoledì prima di pranzo. Il fenomeno delle votazioni è sempre interessante, non solo nel conclave. Ci sono candidati forti. Ma anche gente che non sa a chi dare il voto. E allora sceglie sei, sette persone che sono i “voti deposito”… Sì, avevo alcuni voti, ma in deposito… Ma nulla, in realtà, nulla fino a quel mezzogiorno. E poi è successo qualcosa, non so. A pranzo ho visto alcuni segni strani. Mi facevano domande sulla mia salute, cose del genere. E quando siamo tornati nel pomeriggio tutto era fatto. Con due votazioni è finito tutto. Ossia, anche per me è stato una sorpresa. Che cosa mi è successo?». Il card. Hummes che gli è accanto, dopo la votazione conclusiva gli suggerisce di non dimenticarsi dei poveri. Da qui il nome di Francesco. «Avevo molta pace, direi persino incoscienza… La pace fino ad oggi non l’ho persa. È qualcosa di interiore, come un regalo».

«Continua ad essere te stesso»

Chi sono? «Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta… Sì, posso dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: sono un peccatore al quale il Signore ha guardato». «Peccatore e fallibile».

La percezione di essere oggetto di misericordia è precisa, da quel 21 settembre 1953, quando ha avvertito la necessità di confessarsi con quello che sarebbe diventato il suo primo padre spirituale, don Carlos Benito Duarte Ibarra. Quel giorno il breviario porta la lettura di Beda il venerabile sulla conversione di Matteo e sullo sguardo di Gesù, miserando atque eligendo, divenuto il suo motto: «il Signore mi aveva modellato artigianalmente con la sua misericordia». «Quando sono arrivato qui, ho dovuto iniziare tutto da capo. E una cosa mi sono detto fin dal primo momento: “Jorge non cambiare, continua ad essere lo stesso, perché cambiare alla tua età significa essere ridicolo”». «Non ho cambiato di spiritualità, no. Francesco, francescano: no. Mi sento gesuita e la penso come gesuita».

E il punto di maggiore aiuto del deposito gesuita è il discernimento. Esso «richiede tempo. Molti, ad esempio, pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace. E questo è il tempo del discernimento», cioè «cercare di fare ogni cosa della vita quotidiana, anche le più piccole, con il cuore aperto a Dio e agli altri».

Potere è servire

«Il papa è vescovo, vescovo di Roma, e perché è vescovo di Roma è successore di Pietro, vicario di Cristo. Sono altri titoli, ma il primo titolo è “vescovo di Roma”, e da lì viene tutto». «Se domani il papa volesse fare il vescovo di Tivoli, è chiaro che mi cacceranno via». «Il papa è il garante, sta qui per questo».

L’apertura all’ecumenismo e la cura pastorale della Chiesa locale non toglie la consapevolezza del ministero petrino, come ha sottolineato nel discorso alla curia il 22 dicembre 2016. Parlando ai suoi collaboratori, non appare incongruente il richiamo al compito testimoniale del papato, anche nella sua declinazione giuridica di «potestà singolare, piena, suprema, immediata e universale». In nota si richiama il doppio compito del pontefice: «conservare tutti i fedeli nel vincolo di una sola fede e della carità»; operare «perché l’episcopato (sia) uno e indiviso».

La curia, organo «d’immediata aderenza e di assoluta obbedienza», aiuta il papa in questo, sempre in nome e con l’autorità del romano pontefice. L’aveva detto in un’intervista del marzo 2014, il papa «sarebbe un uomo solo se decidesse senza sentire o facendo finta di sentire. Però c’è un momento, quando si tratta di decidere, di mettere una firma, nel quale è solo con il suo senso di responsabilità».

«Il vero potere è servire, fare i servizi, fare i servizi più umili. E io devo ancora andare avanti in questo cammino di servizio, perché sento che non faccio tutto quello che devo fare. Questo è il senso che ho io del potere». Per questo si confessa «ogni quindici, venti giorni. Mi confesso con un padre francescano, p. Blanco, che è così gentile da venire qui a confessarmi. Eh sì, non ho mai dovuto chiamare un’ambulanza per riportarlo indietro, spaventato dai miei peccati».

La colpa è dello Spirito

Perché è stato eletto papa? «Lo Chieda allo Spirito Santo». Chi è Gesù per lei? «È colui che mi ha guardato con misericordia e mi ha salvato. Il mio rapporto con lui ha sempre questo principio e fondamento. Gesù ha dato senso alla mia vita di qui sulla terra, e speranza per la vita futura… E mi ha dato una grazia importante, la grazia della vergogna. La mia vita spirituale è tutta scritta nel capitolo 16 di Ezechiele. Specialmente nei versetti finali, quando il Signore rivela che avrebbe stabilito la sua alleanza con Israele dicendogli: “Tu saprai che io sono il Signore perché tu te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca quando ti avrò perdonato per quello che hai fatto”. La vergogna è positiva: ti fa agire, ma ti fa capire qual è il tuo posto, chi tu sei, impedendo ogni superbia e vanagloria».

«Ci sono momenti bui nei quali dico “Signore, non capisco”. E non sono solo momenti di buio interiore, ma afflizioni che io stesso causo con il mio peccato». «Una fede che non conosce crisi… rimane infantile».

Attenti all’ego

Vi sono molte altre battute che andrebbero contestualizzate meglio ma che trasmettono sentimenti e immagini del suo ministero. «A me piace fare il vescovo, tanto felice! Sono stato felice, è vero. Il Signore mi ha assistito in quello. Ma come prete sono stato felice, e come vescovo sono stato felice». E come papa? «Anche, anche! Quando il Signore ti mette lì, se tu fai quello che il Signore vuole, sei felice. Questo è il mio sentimento, quello che sento». Fare il papa «non mi dispiace… l’unica cosa che mi piacerebbe è poter uscire un giorno senza che nessuno mi riconosca, e andare in pizzeria a mangiarmi una pizza».

«Dio è buono con me, mi dà una sana dose di incoscienza. Sto facendo quello che devo fare». «Ho un difetto: una bella dose di incoscienza». «Non ho perso la pace». «Dormo come un ghiro». Sogna in italiano o in spagnolo? «Sì, dirò che sogno in esperanto… Non so come rispondere a questo, davvero».

A un intervistatore che confessa di avere un fratello gesuita risponde: «Stavo per chiederle se era cattolico». A un altro a cui ammette di sentirsi qualche volta usato dalla politica di casa (Argentina), aggiunge: «Noi argentini non siamo umili, siamo presuntuosi… Lei sa come si suicida un argentino?». No. «Sale sul suo ego e da lì si butta giù».

Ha parlato di problema psichico quando ha scelto la residenza di Santa Marta per stare con gli altri, e di nevrosi per la sua allergia ai viaggi e il suo attaccamento al luogo che abita. Qual è la sua droga? «Il mate mi aiuta, ma non ho assaggiato la coca». Quando è in difficoltà, ricorre a santa Teresa di Lisieux, «chiedo spesso di prendere nelle sue mani un problema che ho di fronte, una questione che non so come andrà a finire, un viaggio che devo affrontare. E le chiedo, se accetta di custodirlo e di farsene carico, di inviarmi come segno una rosa. Molte volte mi capita poi di riceverne una». Oppure infila un appunto sotto la statua di san Giuseppe dormiente nella sua camera. «E ormai lui dorme sotto un materasso di biglietti».

Onore ai critici (onesti)!

Il ritratto personale di Francesco che emerge dalle interviste è solo una piccola parte dei temi che spaziano su tutto l’arco della cura pastorale del vescovo di Roma: dalla teologia alla scelta dei poveri, dalla dottrina sociale all’azione diplomatica, dall’urgenza guerra-pace alla pastorale ordinaria, dai viaggi all’ecumenismo, dai religiosi alle riforme ecclesiali, dalle iniziative (giubileo, sinodi, norme) alla riforma curiale ecc. Mi limito a chiudere queste note con un riferimento alle resistenze che emergono rispetto al suo magistero e alle sue scelte.

«Ci sono quelli che dicono: “Ah, che bello, che bello, che bello”, e poi dicono il contrario dall’altra parte… Ancora non me ne sono accorto. Forse sì, ci sono alcuni, ma non me ne sono accorto. La resistenza: in quattro mesi non si può trovare tanto». «Questi gruppi conservatori… dobbiamo essere rispettosi con loro e non stancarci di spiegare, di catechizzare, di dialogare, senza insultare, senza sporcarli, senza sparlare. Perché tu non puoi annullare una persona». «Io posso capire che il mio modo di fare non piaccia a qualcuno, questo va assolutamente bene. Ognuno può avere la sua opinione».

Gli ultra-conservatori? «Fanno il loro lavoro e io faccio il mio. Voglio una Chiesa aperta, comprensiva, che accompagni le famiglie ferite. Loro dicono di no a tutto. Io continuo il mio cammino… Rifiuto il conflitto».

Svende la dottrina? «Proseguo sulla strada di chi mi ha preceduto, seguo il concilio. Quanto alle opinioni, bisogna sempre distinguere lo spirito col quale vengono dette. Quando non c’è cattivo spirito, aiutano anche a camminare. Altre volte si vede subito che le critiche prendono qua e là per giustificare una posizione già assunta. Si vede subito che certi rigorismi nascono da una mancanza, dal voler nascondere dentro un’armatura la propria triste insoddisfazione».

Il card. Burke (uno dei quattro firmatari dei «dubia» contro l’esortazione post-sinodale sulla famiglia, Amoris lætitia)? «Non è un oppositore». «È bene essere criticato, a me piace questo, sempre. La vita è fatta anche di incomprensioni e di tensioni. E quando sono critiche che fanno crescere, le accetto, rispondo».

Questione di Vangelo

È bene non idealizzare nessuno, neppure papa Francesco: «L’idealizzazione di una persona rappresenta una forma di aggressione. Quando vengo idealizzato, mi sento aggredito».

Chiudo ricorrendo ancora a G. Lafont: «Il papato sotto l’aura imponente che ha progressivamente assunto in Occidente dopo i grandi papi del Medioevo fino a Pio XII, era un po’ il segno, lo stendardo, il simbolo di un cristianesimo che guardava piuttosto all’indietro per mantenere, difendere o lamentare. I papi successivi, in particolare Giovanni XXIII e ora Francesco, ci lanciano un messaggio diverso, attraverso gesti e parole inattese, che va compreso e non respinto. Questo, credo, è il quadro generale in cui collocare l’evento Francesco, che è uno sviluppo dell’evento Vaticano II: il passaggio da un’intelligenza e una pratica rinnovate del Vangelo».

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