Papa Francesco e l’aborto

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La conferenza stampa di papa Francesco sul volo che lo ha ricondotto in Italia dalla Slovacchia ha toccato alcuni argomenti che da sempre dividono la stampa e l’opinione pubblica. Temi importanti e tanto delicati toccano al fondo le persone. Mi riferisco qui in particolare alle unioni civili – anche per coppie omosessuali – e all’aborto.

Omosessuali e unioni civili

La divisione nei giudizi è stata netta anche questa volta, rappresentando il fossato culturale che divide la nostra società. Eppure, io penso che Francesco abbia cercato di aiutarci – ancora una volta – a crescere nella nostra umanità piuttosto che a farla regredire, con nostra delusione, “al passato”, come molti hanno scritto.

Questa personale sensazione è molto chiara per quanto attiene alle unioni civili. Francesco – coerentemente con la linea che prosegue da quando era arcivescovo di Buenos Aires, inascoltato dai suoi confratelli vescovi quando propose di sostenere le unioni civili – ha sottolineato la positività del modello francese dei Patti civili di solidarietà o Pacs. Ricordo che nel 2005 proprio quel modello era stato respinto dalla Conferenza Episcopale Italiana: il cardinale Camillo Ruini lo equiparò ad “un piccolo matrimonio”.

Dunque, io noto un’attenzione nuova di Francesco per le persone omosessuali, nei confronti delle quali la Chiesa, a mio modo di vedere, ha ritardi da colmare e atteggiamenti da cambiare, senza peraltro dover arrivare a “trasformare” i propri sacramenti, per seguire lo stesso filo percorso, “a braccio”, da Francesco nella sua conferenza stampa, in volo.

A maggior ragione ho percepito la novità delle parole di Francesco sull’aborto. Certo, il fatto incontrovertibile che il papa abbia usato nuovamente il vocabolo “sicario”, non ha dato tale sensazione a chi da tanto tempo abita nel campo pro choice, ossia a difesa della assoluta libertà di scelta della donna.

Io sono convinto che Francesco usi intenzionalmente un linguaggio “forte” al fine di raggiungere ogni persona, allontanare da ciò che abitualmente si pensa, far riflettere su quel che, a suo avviso, non si vuole ancora considerare. È il suo stile: non ha fatto la stessa cosa di fronte alla curia vaticana, quando ha elencato tutte le sue malattie? Non è proprio questo lo stile che gli ha fatto dire che “san Pietro non aveva il conto in banca”? Ecco perché io sono convinto che con quella parola Francesco non abbia affatto voluto stabilire un parallelo tra l’aborto e i delitti di mafia.

Il processo della vita

La mia attenzione però è andata su altro. E sono sorpreso di non aver letto nulla al riguardo. Come tutti sappiamo, nel 1995, Giovanni Paolo II, nell’enciclica Evangelium vitae, scrisse che l’aborto è “l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita”.

Francesco – da parte sua – ha ribadito, in maniera, appunto, molto forte, il senso della soppressione “diretta e deliberata”, per proseguire quindi con un riferimento inedito alla ricerca scientifica più avanzata: “Prendete voi un qualsiasi libro di embriologia per studenti di medicina. La terza settimana dal concepimento, tutti gli organi stanno già lì… È una vita umana!”

La questione che ha posto – mentre ha esplicitamente ribadito che quella del feto è una vita umana – è anche un’altra, assai l’antica quanto seria domanda: quando inizia la vita? Al momento del concepimento o, ad esempio, a tre settimane dallo stesso? La cosa è, di per sé, molto rilevante.

È altresì evidente la differenza: un conto è dire che la vita inizia – in un attimo – col concepimento, altro conto affermare che l’inizio della vita è un processo che potrebbe dirsi compiuto a tre settimane dal concepimento. Non può essere casuale che Francesco si sia ripetuto.

Già nel gennaio scorso, infatti, in un’intervista concessa a Canale 5 con molto risalto, aveva avuto modo di dire che tutti gli studiosi del campo convengono proprio su questo punto: dopo 3-4 settimane c’è la vita!

Mi sono soffermato a considerare questo punto per tanti motivi. Non sono un teologo. So bene che il papa si è limitato a riferire l’attuale opinione della scienza a sostegno della posizione del magistero “tradizionale”. Mi interessa osservare e far osservare che tale opinione conferma quanto sosteneva san Tommaso: questi non aveva ritenuto che la vita umana iniziasse nel momento del concepimento. Mentre dopo di lui, è prevalso un altro modo di ragionare, il cosiddetto tuziorismo, che letteralmente significa “l’opinione più sicura”.

Io ho inteso questo metodo quale ricerca della maggiore sicurezza per risolvere il dubbio morale: se non si può determinare con esattezza il momento in cui la vita inizia, meglio affidarsi al criterio della certezza assoluta, per non sbagliare mai, ponendo, appunto, l’inizio nel supposto attimo del concepimento. Ma ora la ricerca scientifica sembra parlare – concordemente – di un processo di inizio della vita compiuto “solo” in seguito, diciamo, alla terza settimana dal concepimento. Così diviene di nuovo rilevante ricordare cosa abbia sostenuto san Tommaso.

Dunque, quando inizia la vita, per Tommaso? Nella Summa contra Gentiles nel secondo libro al capitolo 89 afferma che “La specie dell’essere formato non rimane la stessa: poiché dapprima ha la forma di seme, poi di sangue, e così via fino a che non arriva al suo ultimo compimento. [..] Nella generazione degli altri corpi [non semplici ma complessi come l’uomo] bisogna ammettere una gradualità per le molte forme intermedie esistenti tra la forma primordiale degli elementi e l’ultima forma. Perciò l’anima vegetativa, che viene per prima, mentre l’embrione vive la vita della pianta, si corrompe e le succede un’anima più perfetta, che è insieme nutritiva e sensitiva, e allora l’embrione vive la vita dell’animale; distrutta questa, le succede l’anima razionale che viene infusa dall’esterno, sebbene le anime precedenti derivassero dalla virtù del seme”.

La domanda morale

L’opera, pubblicata in italiano da UTET con il titolo Somma contro i gentili, è stata tradotta e commentata con grande rigore da Niccolò Bonetti, noto studioso di teologia morale.

Ora, non penso che si potrà mai – come popolarmente si dice – “spaccare il capello”, andando a stabilire con assoluta precisione scientifica il momento dell’inizio della vita, quello, in cui, pertanto, in altri termini, “l’anima razionale” viene infusa.

Ma altrimenti penso che sia possibile conoscere e avvicinarci – quale umanità cosciente e responsabile – alle continue e mai esaurite tappe della definizione della nostra vita, col contributo della scienza e col nostro personale pensiero – sempre – superando pure quella fase del tuziorismo che – allora – aveva risposto all’esigenza di trattare con particolare cura l’inizio della vita, in una condizione di maggiore incertezza.

Resta la domanda della morale, ma muta il quadro delle conoscenze. Oggi la risposta potrebbe essere aggiornata? Interrompere un processo potenziale che porta alla vita umana è una cosa, uccidere è altra cosa? A me sembra che non sia esattamente la stessa cosa. Fuor di dubbio il tema è di straordinaria importanza.

Certo, sia a Canale5 che rientrando dalla Slovacchia, Francesco ha solo citato una ormai prevalente opinione scientifica, non si è pronunciato in termini dottrinali!

Se davvero la parola “sicario” voleva indurre a riflettere – non a ferire – alcuni ascoltatori, la citazione dell’attuale portato scientifico umano, voleva e vuole far riflettere altri? Può questo facilitare la comprensione reciproca delle parti, aiutando a non cadere in fossati ideologici, né in approcci sbrigativi?

Dalla espressione di Francesco emergono tuttavia almeno due aspetti assai rilevanti di novità che qui ho inteso evidenziare: la vita umana ha senz’altro un inizio precocissimo; per quanto precoce è un processo che avviene in un arco temporale. La scienza e il portato umano del pensiero possono aiutare persino il Magistero ad affrontare e a risolvere gravi scrupoli di ordine morale.

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Un commento

  1. Tobia 23 settembre 2021

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