Populismi e popoli

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La vittoria di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti (8 novembre) provocherà e alimenterà un’onda di populismo che, solo per l’asse occidentale, dà conferma alla Brexit (l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea), e rafforzerà governi come quelli dell’Ungheria, della Polonia e di tutte le forze anti-europeiste, condizionando le future elezioni in Francia e Germania. Forse anche il prossimo appuntamento referendario in Italia.

Trump e Francesco

Un contesto in cui emerge la novità e la particolarità del III Incontro internazionale dei movimenti popolari, celebrato a Roma dal 2 al 5 novembre. Basta avvicinare alcuni nomi per comprendere: da un lato, Trump e Orban (Ungheria); dall’altro, J. Mujica (ex presidente uruguayano), E. Morales (presidente della Bolivia), B. Sanders (sfidante di Hillary Clinton alle primarie democratiche negli USA). Mujica è stato presente al III Incontro; Morales lo era al I incontro; Sanders era atteso al III Incontro. E papa Francesco, che è stato presente a tutti e tre gli eventi.

A un populismo xenofobo e conservatore si affianca il carattere popolare delle 92 associazioni, di 65 paesi diversi, rappresentate dalle duecento persone riunite in Vaticano la settimana scorsa. Il III Incontro, convocato dal Pontificio consiglio Giustizia e pace (ora trasformato in dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale), si è concentrato su cinque temi fondamentali. I primi tre rappresentano lo spunto originario dei movimenti popolari: le cosiddette «tre T»: «terra», «lavoro», «casa» (in spagnolo, tierra, trabajo, techo). Gli altri due temi affrontati sono stati la democrazia e gli immigrati-rifugiati.

La «terra» si riferisce al diritto di coltivare e proteggere le campagne dei contadini davanti a fenomeni come l’accaparramento dei terreni, la deforestazione, la privatizzazione dell’acqua. In favore della riforma agraria, della salvaguardia delle sementi, delle pluralità delle colture (contro la monocoltura). La «casa» è un diritto invocato per tutte le famiglie, anche nelle megacittà che costellano buona parte del mondo non occidentale e a favore di quartieri con adeguate infrastrutture. Il «lavoro» permette la sopravvivenza di sé e della famiglia e la propria dignità. La disoccupazione e la mancanza di diritti sono effetti di un sistema economico-finanziario ingiusto che «produce scarti» fra uomini e nelle cose.

La crisi economica, sociale ed ecologica diventa crisi della politica e della democrazia. Come ha detto uno degli animatori degli Incontri, l’argentino Juan Grabois, si tratta di rivitalizzare le democrazie, superando l’assistenzialismo e investendo nelle energie morali degli esclusi un meccanismo che appare sempre meno suggestivo. «All’inizio rifiutavamo la politica. Ora dobbiamo stabilire con essa un rapporto nuovo». «La mancanza di partecipazione popolare ha privato la politica della sua capacità di trasformazione. Svuotando la democrazia. Non possiamo, però, rassegnarci alle attuali “mediocrazie”, in cui élite e grandi imprese impongono l’agenda, manipolando i media. L’antidoto al populismo e alla politica-spettacolo resta il protagonismo dei cittadini organizzati». Migranti e rifugiati sono stati richiamati da mons. Silvano Tomasi, già osservatore permanente della Santa Sede all’ONU, che ne ha ricordato i numeri: «Sono 40 milioni i migranti senza documenti regolari, di cui 7 milioni negli USA e 3,5 milioni in Europa. Queste persone hanno diritti umani che devono comunque essere rispettati».

Compito di Chiesa

Dopo il II Incontro dei Movimenti popolari, nel 2015, vennero approvate le dieci proposte, il decalogo di Santa Cruz, sottoscritto poi da 500 organizzazioni in tutto il mondo. Alla fine del III Incontro sono state condivise alcune piste di lavoro.

Dopo la memoria di Bertha Caceres, dirigente indigena del popolo lenca e protagonista al I Incontro, nel 2014, uccisa in Honduras nel marzo 2016, il testo ricorda nell’ordine: l’urgenza di dare impulso a meccanismi istituzionali che permettano ai movimenti popolari di accedere ai processi decisionali; il rifiuto della privatizzazione dell’acqua; una riforma agraria integrale, proibendo i brevetti e la manipolazione genetica delle sementi; l’introduzione di un salario sociale universale; la riforma urbana per una casa dignitosa e inviolabile; lo smantellamento dei muri dell’esclusione e della xenofobia.

Il protagonista maggiore degli Incontri è stato papa Francesco. Le iniziative hanno un valore programmatico nel pontificato e nel modo in cui la Chiesa intende compiere la propria missione nel mondo. L’incontro coi movimenti popolari è, nei progetti di Francesco, un compito per ogni Chiesa locale, una modalità specifica di rapporto con il mondo e di annuncio del Vangelo.

I poveri sono al centro e il cammino è comune

«Vedere la Chiesa con le porte aperte a tutti voi – ha detto nel II Incontro a Santa Cruz de la Sierra (Bolivia, 9 giugno 2015) –, mettersi in gioco, accompagnare, e programmare in ogni diocesi, ogni commissione di Giustizia e pace, una reale collaborazione, permanente e impegnata con i movimenti popolari». Senza nessuna velleità di egemonia. «Né il papa né la Chiesa hanno il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale, né la proposta di soluzioni ai problemi contemporanei. Oserei dire che non esiste una ricetta. La storia la costruiscono le generazioni che si succedono nel quadro di popoli che camminano cercando la propria strada e rispettando i valori che Dio ha posto nel cuore».

Tutto ciò appartiene non all’ideologia ma alla dottrina sociale. «Se parlo di diritti dei poveri, per alcuni il papa è comunista. Non si comprende che l’amore per i poveri è al centro del Vangelo». Quello «per cui voi lottate, sono diritti sacri. Esigere ciò non è affatto strano, è la dottrina sociale della Chiesa».

Nell’ultimo Incontro ha reiterato la condanna dell’imperialismo internazionale del denaro (già formulata da Pio XI) e di ogni xenofobia e intolleranza. La costruzione di muri è il segnale di una paura che «ci indebolisce, ci destabilizza, distrugge le nostre difese psicologiche e spirituali». Sono la costruzione dei ponti e l’amore nelle relazioni umane a rovesciare il «progetto-muro» del denaro nel «progetto-ponte dei popoli». «Questo sistema atrofizzato è in grado di fornire alcune “protesi” cosmetiche che non sono vero sviluppo (…), inglobandoci tutti in una vertiginosa dinamica dello scarto».

Di «bancarotta dell’umanità» davanti alla tragedia delle migrazioni aveva parlato l’arcivescovo Hieronymos di Grecia in occasione della visita di Francesco a Lesbo (aprile 2016). Ora il papa riprende l’immagine ricordando che le migrazioni non sono un problema solo del Medio Oriente e dell’Africa, ma del mondo intero.

Identità e caratteristiche

I tre Incontri vanno dunque presi nel loro insieme: Roma, 27-29 ottobre 2014; Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), 9 luglio 2015; Roma, 2-5 novembre 2016. Il sistema giochista, vedere-giudicare-agire, è attivo all’interno di ogni evento e nella relazione fra gli eventi.

Nel I Incontro il papa ha sviluppato le «tre T»: terra, casa, lavoro. Aggiungendo una notazione, che diventerà poi l’enciclica Laudato si’, sulla pace e l’ecologia (qui il testo del suo discorso). Nel II Incontro ha sottolineato l’urgenza di un cambiamento sociale e politico, riconoscendo i movimenti popolari come «seminatori di cambiamento e ricordando a tutti alcuni compiti: mettere l’economia a servizio dei popoli; unire tutti nel cammino della pace e della giustizia; difendere la madre terra (qui il testo del suo discorso). Nel III incontro le scansioni sono state le seguenti: il terrore e i muri; l’amore e i ponti; bancarotta e salvataggio (qui il testo del suo discorso).

Non è facile identificare in un modello coerente la galassia della sigle e delle esperienze che fanno riferimento ai movimenti popolari. Si possono ricordare la confederazione dei lavoratori dell’economia popolare argentina, il movimento dei «senza terra» brasiliani, il movimento mondiale dei lavoratori cristiani (a cui aderiscono le ACLI), il coordinamento latino-americano delle organizzazioni contadine, Navdanya Trust in India, Network pantere del Pacifico. Per l’Italia si possono citare la Banca etica, il centro sociale Leoncavallo, Libera, il CNCA ecc.

Le categorie più utili sono quelle dell’economia informale e dell’auto-organizzazione. Come hanno scritto M. Czerny e P. Fogliazzo (Aggiornamenti sociali, gennaio 2015), l’economia informale o popolare è caratterizzata da lavoratori e unità produttive totalmente o in larga parte prive di coperture formali, che usano strumenti elementari, spesso scartati dai processi produttivi avanzati (come la raccolta di cartoni o il riciclo di elementi tecnologici obsoleti). Appartengono a quest’area quasi 3 miliardi di persone (sui 7 viventi nel pianeta), rispetto ad altri 3 miliardi che, nella crisi attuale, rischiano lo scivolamento verso la povertà e 1 miliardo di persone che si possono considerare garantiti o ricchi. «Invitare i rappresentanti dell’economia popolare in Vaticano significa allora mettere al centro dell’attenzione (della Chiesa e non solo) quelle masse popolari che rappresentano oggi la maggioranza della popolazione mondiale e danno vita a quello che possiamo chiamare un proletariato globale».

Due possibili tentazioni

Fra le altre caratteristiche dei movimenti popolari si possono ricordare il pluralismo politico e religioso (di «origini, credenze e idee diverse» ha parlato il papa stesso), un percorso che dal movimentismo cammina verso la politica e le istituzioni, stati compresi, e uno spiccato anti-capitalismo (il papa ha avvicinato l’egemonia del denaro al terrorismo di base). Ritorna con molta insistenza la scelta della nonviolenza, del dialogo e dell’inclusione.

Non manca l’autocritica. Nell’ultimo discorso di papa Francesco si mettono in guardia i movimenti popolari da una duplice tentazione. La prima è quella di lasciarsi imbrigliare dal sistema. «Voi, organizzazione degli esclusi e tante organizzazioni di altri settori della società, siete chiamati a rivitalizzare, a rifondare le democrazie che stanno attraversando una vera crisi. Non cadete nella tentazione della casella che vi riduce ad attori secondari o, peggio, a meri amministratori della miseria esistente». «Il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei grandi leader, delle grandi potenze e delle élite. È soprattutto nelle mani dei popoli».

La seconda tentazione è la corruzione. «C’è corruzione nella politica, c’è corruzione nelle imprese, c’è corruzione nei mezzi di comunicazione, c’è corruzione nelle Chiese e c’è corruzione anche nelle organizzazioni sociali e nei movimenti popolari». Bisogna vivere «la vocazione di servire con un forte senso di austerità e umiltà».

Nel contesto dei movimenti popolari l’annuncio evangelico non è legato né alle strutture pastorali, né alla predicazione formale. Esso avviene «per attrazione», si mescola nell’opera comune e nel confronto interreligioso ed ecumenico. Assume, cioè, le caratteristiche che l’Evangelii gaudium auspicava e testimoniava.

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