Quale Iraq troverà Francesco?

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Papa Francesco visiterà l’Iraq, repubblica federale parlamentare, quasi 500 kmq e una popolazione di circa 38 milioni di abitanti, dal 5 all’8 marzo. Il viaggio comprenderà la capitale Bagdad, poco meno di 7 milioni di abitanti, Najaf, oltre un milione di abitanti, la piana di Ur, Erbil, un milione e mezzo di abitanti, nel Kurdistan iracheno, Mosul, nella piana di Ninive, 1.600.000 abitanti, Qaraqosh, dove la presenza dei caldei è molto forte.

Incontrerà il presidente della repubblica, Barham Ahmad Salih, il primo ministro Mustafà al-Kazimi, la gerarchia cattolica, sacerdoti, religiosi, seminaristi e catechisti nella cattedrale di “Nostra Signora della salvezza”, farà una visita di cortesia al gran ayatollah Sayyd al-Sistani, parteciperà a un incontro interreligioso e terrà un discorso, a Bagdad celebrerà una messa nella cattedrale caldea di San Giuseppe, a Mosul domenica 7 marzo reciterà una preghiera di suffragio per le vittime della guerra, a Qaraqosh terrà un discorso e reciterà l’Angelus e, nel pomeriggio, celebrerà la messa nello stadio di Erbil.

La maledetta guerra del 1991

Gennaio 1998: dopo avere oltrepassato il confine giordano con un visto rilasciato ad Amman con un taxi, che faceva la spola tra la Giordania e l’Iraq, raggiunsi Bagdad. Con il taxista, che biascicava qualche parola d’inglese, parlammo della guerra del 1991 tra gli Stati Uniti e Saddam Hussein.

Bagdad mi apparve splendida. Fascino di numerose palme e suggestione di ponti sul Tigri. Ragazzini che chiedevano l’elemosina, gente che vendeva uccellini in gabbia, cagnolini e gattini.

Gente che aveva poco da mangiare. Il maledetto embargo imposto dall’ONU per l’invasione del Kuwait da parte delle truppe irachene nell’ottobre 1990 costringeva alla denutrizione e alla morte tanti e tanti bambini ogni mese; ammazzava i vecchi e spingeva i giovani a lasciare prestissimo la scuola per andare qua e là a procurare da mangiare per la famiglia.

Trascorsi nel seminario maggiore caldeo di Bagdad alcuni giorni, conversando, chiedendo, vergognandomi di quella guerra che, nel 1991, annientò una nazione per dare una lezione al dittatore Saddam. Maledissi quel missile “intelligente” che, il 14 febbraio 1991, colpì il rifugio nella zona di Amyria, facendo un massacro di oltre mille persone. A sette anni da quella guerra, varcai la soglia del rifugio e ascoltai parole di mamme spezzate dal pianto.

Il nunzio, Giuseppe Lazzarotto, vicentino della Valsugana, ma della diocesi di Padova, mi disse che era colpa degli americani e degli occidentali se la situazione in Iraq continuava ad essere drammatica e senza via d’uscita. Certamente Saddam aveva gravi responsabilità nei confronti del suo popolo. Non si poteva negare la sua arroganza. Il narcisismo, l’orgoglio beduino e il protagonismo lo facevano somigliare ai vecchi leader dei regimi comunisti.

A Bagdad e altrove avevo l’impressione che il popolo vivesse in un territorio senza identità, in balìa di avvenimenti imprevisti, di illusioni paranoiche,alla ricerca di continui espedienti per sopravvivere. Ai lati delle strade, nei mercati all’insegna del mercato nero, la gente viveva in bilico tra la vita e la morte, vendeva quello che di più caro aveva, dagli oggetti di casa ai ricordi. Mercanti senza scrupoli si arricchivano sulla pelle di chi non aveva più speranza e ingannavano con viaggi disumani, attraverso il deserto o attraverso le montagne, verso la Giordania o la Turchia, alla volta dell’Occidente.

Dalla terra dei “due fiumi”, il Tigri e l’Eufrate, guardavo alla situazione della Chiesa e dei cristiani, al loro futuro incerto e alle condizioni di un popolo, al quale era stata imposta la miseria e che si voleva annientare per sfruttarne le ricchezze. Un giovane mi gridò: «Siete dei criminali voi occidentali».

Le parole di Youssif Habbi

Incontrai Youssif Habbi, un prete caldeo, letterato, accademico, professore al Pontificio istituto orientale di Roma, consulente dell’assemblea dei patriarchi cattolici orientali, vicario patriarcale per gli affari culturali, direttore del Collegio Babel di Bagdad. «La situazione politica ed economica – mi disse – è al limite della catastrofe a causa delle guerre che l’Iraq ha sostenuto a partire dal 1964, via via fino alla disastrosa guerra del Golfo con l’aggravante di un embargo che diventa sempre più nefasto e opprimente.

Paese tra i più ricchi del mondo grazie al petrolio e ai prodotti naturali, paese dal ricchissimo patrimonio storico, culla delle prime civiltà del mondo, datate al V millennio a.C., per più secoli ospitò la capitale del mondo arabo islamico, ai tempi della fioritura degli Abbasidi.

In Iraq la Chiesa è antica quanto il cristianesimo. Risale alla predicazione dell’apostolo Tommaso e dei discepoli Addai e Mari, ai quali si attribuisce la fondazione della sede della Chiesa d’Oriente a Seleucia-Ctesifonte, capitale invernale dei persiani, che dominavano la terra dei Parti e dei Sassanidi. Un cristianesimo giudaizzante, che conservava l’apostolicità originaria, molte caratteristiche bibliche e lo spirito aramaico del vangelo.

La spiritualità di ispirazione ascetico-mistica diede vita a un esteso fenomeno monastico che influì sulla liturgia e la vita stessa della Chiesa d’Oriente, che si affievolì a partire dal XIV secolo e ne risentì la cultura. Aumentò l’ignoranza tra il clero, si incominciò a guardare all’Occidente per imitarne la struttura organizzativa.

Verso la metà dell’800 si diede vita a seminari di stile occidentale e si iniziò ad inviare a Roma un numero sempre maggiore di persone per studiare. Al loro ritorno, non fecero che occidentalizzare la Chiesa di Oriente. Venuto meno lo slancio missionario, i cristiani orientali si chiusero nel ghetto. La dominazione ottomana approfondì la loro divisione con conseguenti guerre e scissioni interne, che diedero origine a diverse comunità cristiane».

Osservava ancora Habbi: «Il partito Baath al governo è laico e Saddam Hussein, che prese il potere con un colpo di stato nel 1968, eletto presidente nel 1979, è lontano dal fanatismo religioso. Cristiani e musulmani hanno la possibilità di convivere in armonia e di costruire insieme un avvenire migliore. Ma c’è stanchezza nella gerarchia e un bel po’ di disordine, conseguenza di una politica ecclesiastica più che trentennale che ha dato all’Iraq vescovi non troppo brillanti.

Il patriarca Bidawid, uomo assai colto, legato a Saddam, era più all’estero che nel Paese, cosa che gli veniva continuamente rimproverata. Molto incenso si è levato per il nostro “capo”, con un forte incoraggiamento alla dittatura».

Saddam, tollerante e cinico

Ritornai in Iraq nel giugno 1998 per partecipare al 3° simposio su “La Chiesa a servizio della pace e dell’umanità”, organizzato con il sostegno del ministero per gli affari religiosi iracheno. Un cristiano molto impegnato sia nella Chiesa sia nel volontariato mi disse: «La farsa continua, la tragedia si ingigantisce, Chiesa e mondo stanno a guardare».

Sul palcoscenico della farsa recitavano, da un lato, Saddam Hussein e il regime, il suo clan potente e il partito Baath che lo sosteneva, dall’altro, gli Stati Uniti, che dettavano legge al Consiglio di sicurezza dell’ONU, con l’appoggio degli occidentali.

Saddam continuava a recitare la sua parte, infastidiva con i suoi progetti espansionistici, frustranti e chimerici, si contorceva in irrazionalità, spietatamente e sadicamente strumentalizzava la tragedia del suo Paese. Continuava a costruire palazzi, monumenti, statue gigantografiche. Si diceva tollerante e amico delle Chiese cristiane, che di fatto gli dovevano molto perché aveva bandito il fondamentalismo islamico. Stato e regime praticavano una laicità che avvantaggiava le minoranze cristiane. Saddam era un attore, che recitava la sua parte.

Era una marionetta nelle mani degli USA, ma anche il beduino del deserto, l’affamato di potere, il cinico. Vedeva la gente andarsene per mancanza di lavoro e di prospettive, spinta dalla disperazione e dalla fame. Moltissimi minorenni non andavano più a scuola perché dovevano aiutare la famiglia a tirare avanti.

La Chiesa, pur essendo ricca di tradizioni, era senza voce, tanto che una ventina di preti di Bagdad inviò una lettera aperta in occasione dei sinodo dei vescovi caldei (5 maggio 1998), invitandoli a prendere posizione sulla riorganizzazione delle singole diocesi, la formazione del clero, i consigli diocesani e parrocchiali, il seminario, il Collegio Babel, la liturgia, gli studi, la Caritas. Una lettera senza dubbio sincera, affettuosa e obiettiva, che non fu presa in considerazione dal sinodo.

Già allora si parlava di una visita di Giovanni Paolo II e la si attendeva con ansia. Se ne occuparono i giornali iracheni. Il cardinale di curia, Roger Etchegaray, aveva avuto dal papa l’incarico di prepararla e aveva lasciato capire che non si sarebbe risparmiato nessuno sforzo per realizzarla.

Non si era sicuri che anche Saddam la desiderasse, ma il papa aveva fatto capire che si sarebbe recato in Iraq con grande gioia e avrebbe condannato l’embargo. Non sarebbe stato tenero nei confronti del regime, come si era espresso nel discorso alla curia romana nel gennaio 1998.

Un drammatico embargo

A Beirut nel 1999, nel corso dei lavori del Congresso dei patriarchi e vescovi del Medio Oriente, chiesi al patriarca caldeo Bidawid che cosa si aspettava dalla visita del papa. Mi rispose: «La presenza del papa in Iraq è per se stessa un sostegno morale per tutto il popolo iracheno, che soffre ingiustamente. Speriamo che la visita possa realizzarsi e che questo accada prima del giubileo del 2000.

La data non è ancora stata fissata perché sembra che la diplomazia degli Stati Uniti faccia di tutto per impedirla. È fuori dubbio che non vuole che il papa si rechi in Iraq per le ripercussioni che la visita avrebbe sulla loro politica. In Iraq è in atto un vero genocidio. I dati dicono che muoiono ogni mese 6 mila bambini. Ne sono già morti più di 1.500.000. Una nostra delegazione andrà negli Stati Uniti per far sentire la voce del popolo contro le ingiustizie commesse anche dagli Stati Uniti e sembra che per l’Occidente noi non esistiamo».

Nel maggio 2001 ritornai ancora in Iraq per partecipare a Bagdad alla V Conferenza delle Chiese cristiane, promossa dal ministero per gli affari religiosi con l’apporto della Chiesa caldea. In fondo alla sala del Melia Hotel una gigantesca fotografia di Saddam.

A differenza delle edizioni precedenti, il programma prevedeva due intere giornate di visite sia ai luoghi dove più evidenti erano stati gli effetti micidiali dell’embargo, come gli ospedali per bambini, sia ai siti archeologici cari alla tradizione biblica e cristiana: Ninive, Ur, Babilonia. I partecipanti alla Conferenza firmarono una dichiarazione chiedendo la fine immediata dell’embargo imposto all’Iraq, che uccideva il popolo indiscriminatamente.

La tragedia dei cristiani iracheni

Rientrato in Iraq dal Kurdistan nel marzo 2009, sei anni dopo la caduta di Saddam e nel primo anniversario della morte dell’arcivescovo di Mosul, mons. Rahho, incontrai una situazione completamente cambiata.

Nel giugno 2004 l’Iraq era tornato ad essere uno Stato indipendente e sovrano. Il 15 ottobre 2005 con un referendum era stata approvata la nuova Costituzione. L’Iraq era a tutti gli effetti uno Stato parlamentare federale. I curdi si vedevano riconosciuti ampi poteri. Ma vi erano sul tappeto grossi problemi. Si erano aperte troppo frettolosamente le frontiere; non si erano tenute sotto controllo le forze politiche nazionali corrotte e non si era fatta una rigorosa politica “religiosa” nei confronti sia dei musulmani sia dei cristiani. Il 50% dei cristiani aveva trovato rifugio nel Kurdistan o era fuggito all’estero.

Il ritiro delle forze americane – nella riflessione di mons. Sako, arcivescovo di Kirkuk – poteva creare un vuoto, riaprire la strada alla guerra civile e anche alla divisione del Paese. Continuavano gli attentati. A Mosul, ad esempio, non si poteva andare. I cristiani ricevevano di nascosto la visita di un paio di preti coraggiosi, che rischiavano la vita.

L’esodo dei cristiani pareva non finire mai. Mons. Sako gridava: «Partire vuol dire far sparire tutta una storia, una cultura, una lingua e una presenza cristiana di duemila anni. La sofferenza, la pazienza, l’inquietudine sono il pane quotidiano davanti al grande silenzio della comunità internazionale. I cristiani d’Occidente devono prendere coscienza della gravità della tragedia dei cristiani iracheni. Questi sono spesso vittime di violenze perché sono cristiani».

Sako lanciò la proposta di un sinodo generale per il Medio Oriente, che si tenne a Roma su convocazione di Benedetto XVI dal 10 al 24 ottobre 2010. Perentorio il giudizio di Sako: «La Chiesa ha bisogno urgente di una leadership, di pastori capaci di pensare e di agire. Manca un discorso chiaro e coraggioso. La Chiesa è come i partiti politici, divisa».

Il 6 marzo 2013 partecipai a Bagdad all’insediamento di mons. Sako, che iniziava il suo ministero come patriarca della Chiesa caldea. Tenne un discorso coraggioso improntato sul rinnovamento: c’è il pericolo di adagiarsi; non v’è mai stata una vera riforma liturgica e molto spazio viene lasciato alle pratiche devozionali; lo spirito ascetico-mistico non di rado porta alla rassegnazione e alla passività; i cristiani non cattolici tendono a far rivivere il nazionalismo. «Non c’è più tempo da perdere», disse con emozione il nuovo patriarca. La gente applaudì.

«Il papa – ha detto di recente il cardinale Pietro Parolin, segretario di stato – vuole andare in Iraq soprattutto per incoraggiare i cristiani. L’Iraq ha avuto un’emorragia di cristiani dovuta alla situazione bellica, per cui la comunità cristiana si è ridotta ai minimi termini e il papa sente il bisogno di andare a dare coraggio a questi cristiani, di invitarli a continuare a dare la loro testimonianza in un ambiente per niente facile».

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