Ratzinger e i “ratzingeriani”

di: Antonio Ballarò

papa emerito Benedetto XVI

Nei giorni in cui si sono giustamente moltiplicati gli apprezzamenti indirizzati al papa emerito Benedetto XVI, divenuto novantenne lo scorso 16 aprile, io ho moltiplicato, quasi di riflesso, la lettura di alcuni dei suoi scritti. Non direi il vero se nascondessi l’ammirazione verso la profondità di pensiero e di intuizione propria di Joseph Ratzinger. Nei suoi confronti ho sempre nutrito una stima sincera, e non solo perché ebbi la possibilità di conoscerlo come pontefice prima che come teologo.

Tuttavia, nelle giornate antecedenti, e non di poco, la ricorrenza del compleanno del papa tedesco, si sono ripresentate alcune letture alternative del più recente passato ecclesiale; talune anche implicitamente in grado di creare tensioni. Ma il fatto è che alcune “uscite ad effetto” sono controproducenti: servono tuttalpiù a ritorcersi contro se stesse. E io credo che proprio qui si intersechino, indirettamente, due letture concrete.

Un papa “fragile”

La prima è quella di un “papato fragile”. Benedetto XVI è stato il pontefice che più di altri – penso perfino al suo predecessore – ha saputo manifestare forza nella debolezza (cf. 2Cor 12,10). La sua “docilità” si è estesa fino alla coscienza di essere giunto al limite, a quella cognitio certa che gli confermava di non poter più portare avanti il «peso» del ministero petrino (cf. Benedetto XVI, Ultime Conversazioni, Garzanti, 21).

Fu una decisione sofferta. Ma fu soprattutto la scelta con cui, pur lasciando strabuzzare gli occhi al mondo, l’intero pontificato si “riassumeva” e si “riunificava”.

Il papa dell’incontro tra fede e ragione, dell’abbraccio incrollabile al Dio vivo e vero, del forte tentativo di recupero della barca di Pietro, è sempre essenzialmente rimasto umile. Non cercò mai i riflettori: furono questi a trovarlo senza lasciarlo più, incidendo, e non poco, nella sua vita. E, benché si possa dissentire da alcune scelte che da prefetto e da pontefice egli mise in atto, in nessun caso si può giungere ad una ricercata macchinazione, già rivelatasi espressione di un’insensibilità radicale rispetto al bene della comunità ecclesiale.

Un papa “smarcato”

La seconda è quella di un “papato smarcato”. In questo senso si era esposto Massimo Faggioli, docente alla Villanova University, in occasione dell’uscita dell’ultimo libro-intervista di papa Benedetto. Scrisse allora su Commonweal: «Le dichiarazioni di Benedetto su alcune questioni sembrano tentativi di un riposizionamento di sé». E ciò per evitare “indebite appropriazioni” della sua persona, per provare a “gestire” con serenità gli ultimi anni di vita, per non smettere di guardare alla Chiesa come ad una “casa”; anche se in modo nuovo e inedito.

L’attività accademica e pastorale del “papa teologo” ha rischiato troppo frequentemente una “riconduzione non voluta” a questa o a quell’altra corrente. Con la beffa che, inevitabilmente, le posizioni di cui egli si faceva promotore diventavano oggetto di strumentalizzazioni e di esagerazioni.

Si capisce come l’uomo Ratzinger abbia costantemente indossato i “filtri” di una teologia e di un’azione di governo manifestanti un senso di buona fede, per un verso, e di grande affezione alla Chiesa, per un altro. Sono pure due ragioni sufficienti a “giustificare” lo smarcamento. Un fatto per lui inevitabile che, con tutta probabilità, si fece evidente già prima dell’ufficialità della rinuncia. E che ora conduce i suoi più fedeli amici a definirne la serenità e la regolarità del volto.

Benedetto è stato il protagonista di un papato che richiede sommamente una considerazione in se stesso. Ha poi guardato con attenzione e preoccupazione al tempo che lo ha visto al servizio della Chiesa. Si è certo mostrato consapevole ed esperto. Ciò è accaduto al punto da partorire qualcosa di mai visto in età moderna: un solenne atto di rinuncia seguito da un saggio silenzio che, proprio a suo dire, indica serenità, protezione, fiducia nel futuro.

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Un commento

  1. carmelina 19 aprile 2017

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