Una nuova idea di economia di mercato

di: Stefano Zamagni

idea di economia

L’intervista di papa Francesco a «Il Sole 24 Ore» del 7 settembre scorso è qualcosa di originale. In primo luogo, perché è la prima volta che un pontefice concede una intervista di così lunga estensione a un quotidiano economico-finanziario. In secondo luogo, perché il papa non parla in generale, ma si rivolge direttamente agli imprenditori e al mondo dell’economia, senza allusioni o rimandi. Infine, perché in questa intervista il papa attualizza, per così dire, con riferimento specifico alle nostre res novae, alcuni dei principi cardine della più recente dottrina sociale della Chiesa.

La mira dell’intervento papale è quella di mostrare che il pensiero sociale cristiano è capace non solo di fornire chiavi di lettura, cioè interpretazioni, della crisi di questo nostro tempo, ma anche di suggerire efficaci linee di azione per uscire dalle difficoltà del momento.

Dal cittadino-lavoratore al cittadino-consumatore

Due i temi principali affrontati nell’intervista. Il primo è quello del lavoro, o meglio della persona che lavora. Non v’è dubbio che la matrice culturale della nostra società tende a negare il lavoro. È un diniego politico favorito dalla supina accettazione dell’ideologia neoliberista, secondo cui figura centrale sarebbe oggi quella del cittadino-consumatore e non più quella del cittadino-lavoratore.  Questo perché il capitale, che pure è frutto del patrimonio storico del lavoro umano, ha oggi bisogno per la sua valorizzazione assai più dei consumatori che non dei lavoratori.

Eppure, per secoli l’umanità si è attenuta all’idea che all’origine della creazione di ogni ricchezza ci fosse il lavoro umano – dell’uno o dell’altro tipo.  Invece, il processo sempre più spinto di finanziarizzazione dell’economia ha finito con l’accreditare l’idea secondo cui sarebbe la finanza speculativa il primum movens della creazione di ricchezza. Una miriade di episodi e di fatti ce ne danno ampia conferma.

Non v’è dunque necessità di soffermarsi su di essi. La conseguenza più deleteria è il diffuso convincimento secondo cui non vi sarebbe bisogno di lavorare per arricchirsi in fretta; meglio tentare la sorte e soprattutto non avere troppi scrupoli morali. La ristrettezza normativa della filosofia politica contemporanea, unitamente all’affermazione della definizione liberale della giustizia – secondo cui la libertà negativa ha la priorità sulla libertà positiva e sulla vita buona –, ha condotto a una duplice conseguenza.

cittadino consumatore

La prima è che gli effetti del lavoro sulla qualità della vita e la possibilità di pervenire a valutazioni significative inerenti al lavoro non hanno che un valore secondario. La seconda conseguenza è che la sola questione normativa che può essere associata al lavoro in quanto tale è quella della liberazione dal lavoro, ovvero quella della riduzione del limite delle ore lavorative. È per via dei suoi modelli normativi che la filosofia politica non pare in grado né di rendere esplicita l’importanza delle aspettative che gli individui associano al loro lavoro, né di concettualizzare il fatto che per le persone il lavoro resta la questione fondamentale della loro vita sociale.

Cosa è il lavoro?

Le conseguenze di tale rivolgimento culturale sono sotto gli occhi di tutti. Oggi, ad esempio, non disponiamo di un’idea condivisa di lavoro che ci consenta di interpretare le trasformazioni in atto. Sappiamo che, a partire dalla rivoluzione commerciale dell’XI secolo, si afferma gradualmente l’idea del lavoro artigianale che realizza l’unità tra attività e conoscenza, tra processo produttivo e mestiere – termine quest’ultimo che rinvia a maestria. Con l’avvento della rivoluzione industriale prima e del fordismo-taylorismo poi, avanza l’idea della mansione (insieme di attività parcellizzate) non più del mestiere, e con essa la centralità della libertà dal lavoro come emancipazione dal «regno della necessità».

E oggi, che siamo entrati nella società post-fordista, che idea abbiamo del lavoro? C’è chi propone l’idea della competenza declinata in termini di figura professionale, ma non ci si rende conto delle implicazioni pericolose che ne possono derivare. Una fra tutte: la confusione di pensiero tra meritocrazia e principio di meritorietà, come se i due termini fossero tra loro equivalenti.

La civiltà occidentale poggia su un’idea forte, l’idea della «vita buona», da cui il diritto-dovere per ciascuno di progettare la propria vita in vista di una civile felicità. Ma da dove partire per conseguire un tale obiettivo se non dal lavoro inteso quale luogo di una buona esistenza? La fioritura umana – cioè l’eudaimonia nel senso di Aristotele – non va cercata dopo il lavoro, come accadeva ieri, perché l’essere umano incontra la sua umanità mentre lavora. Di qui l’urgenza di iniziare a elaborare un concetto di lavoro che per un verso vada oltre l’ipertrofia lavorativa tipica dei tempi nostri (il lavoro che riempie un vuoto antropologico crescente) e per l’altro verso valga a declinare l’idea di libertà del lavoro (la libertà di scegliere quelle attività che sono in grado di arricchire la mente e il cuore di coloro che sono impegnati nel processo lavorativo). Il che significa passare dall’idea del lavoro come attività a quella del lavoro come opera.

Sviluppo, libertà di agire e giustizia fra i popoli

A un secondo tema è diretta poi la vigile attenzione di papa Francesco. Esso concerne la distinzione tra i concetti di crescita e di sviluppo. In senso etimologico, sviluppo indica l’azione di liberare dai viluppi, dai lacci e catene che inibiscono la libertà di agire (la «s» con cui inizia la parola sta per «dis» e conferisce un senso contrario alla parola cui sta unita). È soprattutto ad Amartya Sen che si deve, in questo tempo, la insistenza sul nesso tra sviluppo e libertà: sviluppo come processo di espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani.

In biologia sviluppo è sinonimo di crescita di un organismo. Nelle scienze sociali, invece, il termine indica il passaggio da una condizione a un’altra (ad esempio, quel paese è passato dalla condizione di società agricola a una di società industriale). In tal senso, il concetto di sviluppo è associabile a quello di progresso. Si badi che quest’ultimo non è un concetto meramente descrittivo, giacché comporta un implicito, eppure indispensabile, giudizio di valore. Il progresso, infatti, non è un mero cambiamento, bensì un cambiamento verso il meglio e quindi postula un incremento di valore. Se ne trae che il giudizio di progresso dipende dal valore che si intende prendere in considerazione. In altro modo, una valutazione del progresso e quindi dello sviluppo richiede la determinazione di che cosa debba procedere verso il meglio.

ingiustizia sociale

Ebbene, è a questo riguardo che, a cinquant’anni dalla sua pubblicazione, la Populorum Progressio torna a essere di straordinaria attualità. Paolo VI è il papa che più ha aperto l’orizzonte dell’universalità della Chiesa nella stagione dei diritti umani e della globalizzazione. La cifra filosofica del documento montiniano è il realismo storico. È realista chi si rende conto che è nello sviluppo dei popoli che si gioca la pace nel mondo. Celebre è rimasta la sua frase: «lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Ed è realista colui che sa che lo sviluppo deve essere integrale, cioè di tutto l’uomo nelle sue molteplici dimensioni, e solidale, cioè di tutti gli uomini.

Nel clima della guerra fredda che ancora si respirava nel 1967, Paolo VI mostrava che la vera cortina di ferro non era quella tra l’Est e l’Ovest, ma quella che teneva separati il Nord e il Sud del mondo, i «popoli dell’opulenza» dai «popoli della fame». Per questa coraggiosa e lungimirante presa di posizione, papa Montini venne accusato di complicità col marxismo, come oggi sta avvenendo con papa Francesco nella cui Laudato sì risuona l’eco dell’enciclica paolina. Ma è ormai di tutta evidenza che si tratta di accuse e critiche non solamente tese a difendere interessi di parte, ma che denunciano gravi lacune culturali in ambito sia filosofico sia economico.

Non di sola crescita…

Il punto centrale da annotare è che lo sviluppo non può ridursi alla sola crescita economica – ancor’oggi misurata da quell’indicatore a tutti noto che è il PIL –, che è bensì una sua dimensione, ma non l’unica di certo. Le altre due sono quella socio-relazionale e quella spirituale. Ma, si badi, le tre dimensioni stanno tra loro in una relazione moltiplicativa, non additiva. Il che implica che non è possibile sacrificare la dimensione, poniamo, socio-relazionale per fare aumentare quella della crescita – come oggi sta malauguratamente accadendo.

In una produttoria, anche se un solo fattore viene annullato è l’intero prodotto che diventa zero. Non così in una sommatoria, dove l’azzeramento di un addendo non annulla la somma totale; anzi potrebbe persino accrescerla. È qui la grande differenza tra bene totale (la somma dei beni individuali) e bene comune (il prodotto dei beni individuali): è impossibile, a rigore, parlare di crescita solidale e inclusiva, mentre si può e si deve parlare di sviluppo solidale e inclusivo. In buona sostanza, lo sviluppo umano integrale è un progetto trasformazionale che ha a che vedere col cambiamento in senso migliorativo della vita delle persone. La crescita, invece, non è di per sé una trasformazione. Ed è per questo che, come la storia insegna, si sono dati casi di paesi che sono declinati pur crescendo. Lo sviluppo appartiene all’ordine dei fini, mentre la crescita, che è un progetto di accumulazione, appartiene all’ordine dei mezzi.

Per chiudere. L’appello accorato che ci viene da questa intervista di papa Francesco e da tutto il suo magistero è quello di ricordarsi che aver dimenticato il fatto che non è sostenibile una società di umani in cui si estingue il senso di fraternità è la vera origine delle nostre difficoltà. Non si può andare avanti con una cultura in cui tutto si riduce, per un verso, a migliorare le transazioni basate sullo scambio di equivalenti e, per l’altro verso, ad aumentare i trasferimenti attuati da strutture assistenziali di natura pubblica.

fraternità

Ecco perché, nonostante la qualità delle forze intellettuali in campo, non si è ancora addivenuti a una soluzione credibile dei più urgenti problemi. Non è capace di futuro la società in cui si dissolve il principio di fraternità; non è cioè capace di progredire quella società in cui esiste solamente il «dare per avere» oppure il «dare per dovere». Ecco perché né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione stato-centrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui ci ha condotto la quarta rivoluzione industriale che sta mettendo a dura prova la tenuta del nostro modello di civilizzazione.

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