Chronicon – 10. Confessioni di Pasqua

di: Antonio Torresin e Davide Caldirola

Pasquetta; quest’anno piove. Mi dispiace per tanti parrocchiani che avevano già immaginato le grigliate sulla riva del lago, ma questo tempo uggioso mi invita a fermare il pensiero e a riflettere sui giorni pasquali appena terminati. Non voglio scrivere delle celebrazioni importanti del Triduo (lo farò eventualmente in un’altra pagina), quanto piuttosto del tempo dedicato alle confessioni. Sono andato a rileggere le pagine scritte dal mio predecessore dopo i giorni pasquali. Ho visto che annotava scrupolosamente anche il numero dei penitenti. Io non l’ho fatto, ma di sicuro se l’avessi sfidato sui numeri avrei perso clamorosamente. Sono di meno le persone che arrivano regolarmente alle confessioni pasquali, e probabilmente andiamo incontro ad un calo progressivo. Un po’ mi dispiace. Non voglio fare il nostalgico dei bei tempi andati, nel ricordo di un cattolicesimo ormai finito, o tuonare contro chi ha dimenticato l’esistenza del precetto generale della Chiesa. Non serve a niente, e non dimentico quanta ipocrisia c’era in quella pratica di massa. Ma vorrei che non si perdesse l’idea di un sacramento che abbiamo “privatizzato”, ma che non può perdere la sua dimensione pubblica. Anche nella forma “auricolare” il profilo comunitario è mantenuto in vita proprio da questo “muoversi insieme”. Del resto, anche il Vangelo ci racconta della grande folla che muoveva verso Giovanni il Battista quando battezzava al Giordano. Tanti sono venuti anche quest’anno proprio per questo: si sentivano parte di un popolo chiamato a convertirsi e a celebrare insieme. È bello vederli lì, seduti ad aspettare il proprio turno, peccatori tra peccatori; e io stesso mi sono sentito parte di questo fiume di peccato e di grazia.

Non voglio certo incorrere nella scomunica “latæ sententiæ” svelando segreti confessionali, ma è bello attestare in maniera sommaria qualche tipologia dei penitenti che ho incontrato.

Ad esempio: mi piacerebbe avere un piccolo frigobar in confessionale. Oltre i 15 anni di distanza dal sacramento si dovrebbe stappare una buona bottiglia di spumante e fare festa. Spesso queste confessioni che hanno alle spalle cammini con ferite e pesi significativi, hanno la forza di commuovere. Scopri l’opera di Dio paziente e tenace che agisce attraverso canali incontrollabili. Ascolti percorsi inimmaginabili. Comprendi che anche attraverso il peccato (a volte proprio dentro cammini di peccato) la grazia riesce a dischiudere nuove e più vere storie di umanità. Io posso solo ringraziare e accogliere ciò che mi viene consegnato, e far sentire a casa loro quelli che per tanto tempo si sono percepiti lontani.

Poi ci pensano a riportarti a terra le confessioni “seriali” del «faccia lei…», «mi faccia qualche domanda…», «io di peccati non ne ho…», «sono qui ma non so che cosa dirle…» ecc. ecc. Ringrazio Dio perché in questi casi mi permette di esercitare l’arte della pazienza, e mi dispongo ad ascoltare il penitente successivo. Forse anche tra loro potrei riconoscere una tipologia che ho imparato ad apprezzare. Sono quelli che hanno bisogno soltanto di una benedizione. Possono percepire attraverso un gesto e un segno sacramentale che la loro vita personale, per quanto appaia ad essi stessi una inezia o una storia del tutto ordinaria e ripetitiva, nondimeno è preziosa agli occhi di Dio, che non pensa di perdere tempo ad accoglierla e a concedere la sua benedizione.

Quelli che mi rattristano davvero sono i penitenti che arrivano mossi più da scrupoli e da paure che non da un reale desiderio di conversione (o almeno così a me pare); mi sembrano spinti da equivoci messaggi che arrivano da onde radiofoniche o dal cielo stesso, mi pare di percepire in essi un vago “senso religioso” in realtà molto ambiguo. Una religione più del benessere personale e del terrore per il castigo che non una fede che nella contraddizione della propria vita accoglie con gioia la novità del Vangelo.

Per fortuna l’ascolto a volte riserva anche delle sorprese gradite. Qualcuno arriva con una capacità di rilettura della propria vita che ti colpisce. Nelle sue parole puoi riascoltare quello che bravi maestri hanno pazientemente seminato. Ti viene da ringraziare per l’opera di tanti che hanno accompagnato e formato coscienze credenti. Tra quelle parole a volte qualcuno mi ha restituito le mie. Frasi o incisi che io stesso ho dimenticato di aver pronunciato e che forse avrei fatto bene a ricordare e a mettere in pratica per me stesso.

In ogni caso, con chiunque abbia avuto a che fare il pensiero che mi raggiunge alla fine di questi giorni è segnato da un’enorme gratitudine per la fede del popolo di Dio. Un popolo che non guardo dall’alto di un giudizio, ma che ascolto dall’intimo, nel segreto delle coscienze e del confessionale, e che mi si rivela ancora più santo. Un po’ capisco di più l’animo di Dio, che per un popolo così è pronto a fare di tutto, che lo ama anche se peccatore.

don Giuseppe

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