Chronicon – 16. Una partita di calcio

di: Antonio Torresin e Davide Caldirola

Quando scrivo della domenica parlo sempre della messa, ma oggi non è su questo che vorrei esprimermi. Alle quattro del pomeriggio in oratorio c’era la partita di ritorno della semifinale del torneo di calcio dei ragazzi della terza e quarta elementare. Sono stato esplicitamente invitato, forse per motivi scaramantici. L’allenatore mi ha detto esplicitamente che a differenza delle suore i preti portano bene. Per fortuna abbiamo vinto, altrimenti rischiavo l’inibizione dall’ingresso in oratorio per i prossimi mesi, e comunque la mia reputazione in quanto esponente della sfera sacrale ne sarebbe stata seriamente compromessa (niente di male di per sé).

In ogni caso ho fatto bene ad andarci. Volevo anche esprimere la mia gratitudine per tutte le persone che si spendono per i nostri piccoli. Senza di loro il mio oratorio sarebbe più vuoto e molti ragazzi hanno cominciato i loro percorsi di fede solcando i campi di calcio più che sedendosi nelle aule di catechismo o sulle panche della chiesa.

Nonostante questo, mentre ci ripenso mi viene un po’ di nostalgia. Ai miei tempi c’erano ben poche divise ufficiali, palloni omologati e campi in erba sintetica. Le partite non finivano mai, si giocava forse con maggiore libertà e ci si divertiva di più. Nessuno pretendeva di diventare un campione, ma su quei campi nascevano amicizie che sono durate a lungo, scoppiavano risse rimaste famose, ma che ben composte aiutavano a crescere, e in ogni caso il più delle vote ce le si “sfangava” tra noi, e tutto finiva lì.

Oggi ho respirato un’aria diversa. Qualche calciatore in campo aveva ben poco del bambino: troppo preoccupato di tenere la posizione o di non sbagliare il retropassaggio, e meno di giocarsela in santa pace. Troppo atteggiato a piccolo divo degli stadi, e meno capace di giocare con gli altri. Ci sono sempre stati i “venezia”, i “mangia palloni”, ma qualcuno di questi ragazzi oggi sembrava proprio un piccolo “narciso”. Il peggio però era a bordo campo. Se i genitori evitavano le bestemmie per la vicinanza del parroco, tuttavia l’aggressività del loro atteggiamento e del loro linguaggio era a tratti urtante e sconfortante. In un paio di occasioni ho assistito ad episodi di maleducazione vera e propria. Ciò che spiace è la pressione indebita che comunicano ai loro figli. Tutto sommato, mi fanno pena; non sono capaci di leggerezza, hanno perso il senso del gioco, tutto è ridotto a competizione: mors tua vita mea. Non è un bello spettacolo.

Mi rendo conto che queste considerazioni rischiano di essere anche un po’ generiche; chissà quanti altri prima di me le hanno già fatte, eppure mi sento di doverle registrare su queste pagine perché sono tratti della vita di una parrocchia. In più a me pongono un problema serio: se questi sono pezzi di “casa mia” che cosa me ne faccio? Come li vivo?

Anzitutto non devo stupirmi se il clima che qui si respira è lo stesso che circola negli stadi, e nei bar; meglio – perché non c’è più il “Bar Sport” di una volta – negli spettacoli televisivi di carattere sportivo, il più delle volte molto al di là del trash. L’opportunità che vi colgo è che proprio su questo “peggio” qualcuno ci deve lavorare. Certo non lo posso fare da solo. Non basta qualche pia esortazione alla buona educazione e nemmeno la semplice mia presenza. Per fortuna posso contare almeno su due risorse: un gruppo di famiglie sensibili che possono essere il lievito nella pasta, e qualche allenatore attento alle tematiche educative. Con questi pochi mezzi proviamo a contrastare la volgarità di un clima culturale che ci assedia da tutte le parti. Se ci penso è un’opera superiore alle nostre forse e quelli che vi si dedicano sono da apprezzare e ringraziare.

In ogni caso il campo di calcio rimane una soglia di accesso alla parrocchia, e non proprio quella meno utilizzata. Custodirla ed abitarla è uno dei compiti cui non possiamo sottrarci.

A proposito; finita la partita avevo due possibilità: o andare con i genitori al bar a prendere un aperitivo (mi avevano invitato quasi a scusarsi di qualche intemperanza), o fermarmi a tirare due calci al pallone con i ragazzi che subito dopo la partita avevano invaso e occupato il campo. Secondo voi che cosa ho scelto? (Questo  però sul Chronicon non lo scrivo).

don Giuseppe

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