Chronicon – 17. Valentina (suor)

di: Antonio Torresin e Davide Caldirola

Finalmente è arrivata. Dopo la partenza di suor Agostina in parrocchia stavamo aspettando da tempo la sostituta. La madre generale non era stata molto rassicurante in proposito. Nell’ultimo colloquio si era trincerata dietro una serie di «ma… forse…vedremo… la crisi della vocazioni… ci dovremo pensare».

Evidentemente ci ha pensato bene o forse sono riuscito una volta tanto ad essere convincente, ed ecco che oggi è arrivata Valentina, anzi suor Valentina. Il fatto è che è una ragazza ancora molto giovane e di chiamarla suora proprio non mi viene. Forse sono ancora schiavo dei ricordi di infanzia e di un immaginario della suora che me la fa sempre pensare tendenzialmente un poco arcigna, severa e comunque di una certa età. È un peccato, questo, nel vero senso della parola: abbiamo spesso classificato le religiose relegandole nei ruoli più scomodi e marginali. A volte, abbiamo perfino contribuito a renderle antipatiche.

Se ci penso, mi pare che questa svalutazione delle religiose sia segno di una svalutazione più ampia del genere femminile nella Chiesa. Le suore, e le religiose in genere, sono una profezia loro malgrado: segno del ruolo determinante e nascosto che la donna ha sempre avuto nella Chiesa e, contemporaneamente, di una marginalità, di una condizione “minore”.

Da quando è partita suor Agostina la parrocchia aspettava. In generale, ci eravamo preparati ad un’attesa al ribasso, cioè che arrivasse una suora anziana (anche più di suor Agostina) in aggiunta alla comunità che gestisce la scuola e l’asilo. Qualcuno suggeriva già di metterla in sacrestia dove non avrebbe fatto troppi danni, quasi fosse equiparabile ad un “utensile” liturgico un po’ desueto. I più pensavano: «Non arriverà nessuno, ci arrangeremo senza». A dire il vero altri chiedevano: «Non si può far venire una straniera, magari dall’India, come fanno altre parrocchie?».

Io, da parte mia, ho sempre visto con grandi riserve questa strategia di importazione; mi sembra una nuova forma di colonialismo e di sfruttamento: perfino il papa ha parlato in un documento della «tratta delle novizie»!

E invece è arrivata suor Valentina che ha fatto da poco i primi voti, quelli semplici, ed è una ragazza di trentatré anni, italiana, laureata in filosofia e decisamente fuori dall’immaginario della religiosa.

La prima sorpresa è stata proprio legata alla sua storia. Nessuno si aspetta che una ragazza così potesse fare una scelta del genere, e questo dice molto dell’immaginario circa la vocazione religiosa anche nel popolo di Dio.

Nel breve saluto alla comunità Valentina ci ha raccontato che sono stati proprio gli studi, la formazione umana e spirituale a condurla verso questa scelta. La sua storia è corsa ai margini di una stretta appartenenza parrocchiale. Ha scoperto Dio e la vocazione attraverso passaggi più personali, incontri significativi, eventi ecclesiali a cui ha preso parte. Non è mai stata in “pastorale attiva”, non conosce le dinamiche e gli ingranaggi di una parrocchia tutto sommato tradizionale come la nostra. Oggi molte vocazioni nascono così. Mi chiedo che cosa ci stia dicendo il Signore. Staremo a vedere.

Già dal primo giorno tra noi, quasi nessuno ha resistito alla tentazione di “saltarle addosso” (non in senso fisico ovviamente!). Le catechiste hanno detto che i ragazzi (e soprattutto le ragazze) hanno bisogno di una presenza femminile; la Caritas si è affannata a segnalare che anche i poveri hanno bisogno di forze nuove; i “residuati bellici” del Centro Culturale Cattolico hanno tirato un sospiro di sollievo e le hanno fatto gli occhi dolci, hanno cominciato a parlarle di Maritain e Peguy, di Tommaso d’Aquino e di Edith Stein, certi di poterla conquistare e ignorando che i suoi interessi filosofici possono essere di tutt’altra specie. Qualcuno, infine, dava per scontato che avrebbe sostituito suor Agostina in sacrestia perché, ovviamente, quello è il posto naturale di una suora! La madre superiora, d’altra parte, si è affrettata a precisare che Valentina è lì anzitutto per la loro scuola e per la vita comune.

Mi ha fatto tenerezza vederla sballottata tra attese e pretese esorbitanti. Mi ha fatto scattare un vago senso di protezione, anche se poi ho pensato che si saprà benissimo difendere da sola. E allora mi sono chiesto che cosa mi aspetto io. Più che darmi delle risposte mi sono trovato a pormi una serie di domande.

Ho fatto un passo indietro: ho allontanato la questione di «che cosa le facciamo fare?». Vorrei anzitutto ascoltare e entrare in sintonia con il suo cammino e la sua storia. Vale per lei quello che vale per ogni persona, religiosa o laica che sia: una comunità non è una macchina da far funzionare, e le persone non sono una “risorsa” da spremere.

Il suo arrivo mi ripropone la questione di un complesso e fecondo equilibrio tra parrocchia e comunità religiose. Queste sicuramente vivono un momento difficile, legato all’invecchiamento e a qualche fatica nel reinterpretare il proprio carisma. La parrocchia può offrire un contesto di Chiesa che aiuta a mantenere un contatto con la vita ordinaria del popolo di Dio, senza per questo pretendere di assorbire in modo funzionale il carisma e le persone.

Valentina si troverà a vivere ogni giorno in una comunità molto anziana, e questa è una sfida alla quale non potrà sottrarsi. La parrocchia non dovrà essere una fuga da questa scomoda condizione ma potrebbe essere un sostegno nel difficile compito di ripensare una consacrazione religiosa oggi.

Io nel cassetto ho un sogno, da povero parroco. Mi piacerebbe imparare a dare forma ad una Chiesa dove diverse vocazioni si mettono a servizio “alla pari”: preti, famiglie e religiose, uomini e donne, laici e consacrati. Trovarmi a pensare e a sognare la Chiesa con l’apporto della sensibilità di una donna, con le intuizioni di chi vive un carisma particolare, con la spiritualità di chi si è dedicata interamente al Signore.

Domani Valentina mi ha chiesto di parlare con calma, e sarà questo il primo passo. La ascolto, senza avere altre intenzioni, e insieme inventeremo il suo posto, cercheremo il suo bene. Sono certo che riceveremo tanto da lei, e io per primo dovrò ripensare il mio ruolo. «Non è bene che un parroco sia solo» e, di fatto, il Signore non mi ha fatto mai mancare «qualcuno che mi corrisponda», a volte anche perché capace di «rispondermi per le rime»!

don Giuseppe

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