Chronicon – 18. Le chiavi

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Per l’ennesima volta mi sono trovato con un buco nella tasca dei pantaloni. Chiederò alla Lina di cucirmelo prima che diventi una voragine. La colpa – lo so bene – è delle chiavi. Fino a quando devi gestirne due o tre, te la puoi cavare, ma quando ti devi infilare in saccoccia un mazzo da dodici, prima o poi il tessuto si sfilaccia.

Ho perso il conto di quante chiavi e serrature ci sono nella mia parrocchia. Sicuramente molte di più del numero dei giovani che frequentano la catechesi regolarmente. Un buco nelle tasche dei pantaloni, colpa della chiavi. Questo ennesimo piccolo intoppo mi spinge stasera a scrivere sulle chiavi.

Quando sono diventato parroco a S. Agata, mi hanno consegnato due scatole piene di chiavi, tutte rigorosamente prive di contrassegni significativi. La prima scatola conteneva le chiavi in uso (ci ho messo un paio di mesi ad abbinarle alle serrature giuste), la seconda conteneva chiavi di oscura provenienza, copie, e antichi lucchetti e serrature. È ancora lì sul ripiano del mio studio e nessuna l’ha più toccata.

Per districarmi nella confusione della prima scatola ho dovuto chiedere aiuto a diversi dei collaboratori più stretti; ho scoperto così che non erano in pochi ad aver le chiavi di tutto. In un primo momento mi sono irritato; ho avuto la tentazione di cambiare tutte le serratura per mettere ordine. Un briciolo di saggezza, ma soprattutto i costi, mi hanno dissuaso dal farlo. E poi mi sono detto che, forse, è anche questa un’immagine della comunità cristiana: tutti si sentono un po’ a casa (infatti ne hanno le chiavi), con il rischio di sentirsi padroni e con quello di marcare la differenza con chi le chiavi non le ha e si sento solo ospite, se non tagliato fuori. In più, questo disordine delle chiavi a volte comunica incertezza e confusione (non sai mai chi entra ed esce), ma anche in questo caso mi richiama al fatto che non tutto è sotto il mio controllo, proprio l’entrare e l’uscire della parrocchia sono passaggi più grandi di me.

Se ci penso, con le chiavi ho un rapporto complesso. Capita spesso di dimenticarle, passo la vita a cercarle, qualche volta le perdo. Andrò in purgatorio almeno per un tempo proporzionale a quello che ho perso a cercare le chiavi dimenticate.

Sono oggetti che uso tutti i giorni, che so essere preziose e importanti ma, ciononostante, le uso con una certa distrazione. Le appoggio sul comodino, le lascio in macchina, le dimentico nella giacca che poi non utilizzo per due settimane, le consegno a qualcuno che poi non ricordo. Mi sento irresponsabile come un bambino e pure fatico a correggermi.

Mi dico che qualche volta lo stesso rapporto rischiamo di averlo con le persone: la dimenticanza e la distrazione, la fretta e la superficialità. Eppure, sappiamo che sono importanti per noi, e le cerchiamo come cerchiamo le chiavi perché senza di loro non andiamo da nessuna parte.

Mi critico, ma mi giustifico: effettivamente le chiavi che devo gestire sono troppe. Forse dovrei fare come don Angelo che, nella parrocchia del Corpus Domini, si è avvalso di un nuovo sistema “graduale” con schede magnetiche e password post-moderne. Io non ci capisco nulla ma so che lui con la sua scheda apre ogni porta e decide chi entra e chi esce consegnando schede predefinite. Un sogno o un incubo? Io finirei per consegnare password sbagliate!

Mi immagino un vecchio sacrestano di una chiesa di montagna con in mano un moschettone che raccoglie un mazzo rumoroso di chiavi pesanti come quelle dei castelli o delle prigioni. Tutto sommato c’è un fascino anche in questo: una chiave grande, unica, pesante, per un portone che somiglia a quello che porta alla stanza del tesoro.

Le nostre parrocchie non sono più come un castello medioevale, ma non saranno mai come un resort a cinque stelle. Sono in bilico tra l’essere un porto di mare e una cittadella fortificata. A volte, è soltanto questione di buon senso. Una parrocchia troppo chiusa e con accessi invalicabili fa venir la voglia di scappare. Una invece del tutto aperta e senza nessuna soglia da cercare rischia di dare l’idea dell’abbandono e dell’assenza di cura.

Per la natura di una parrocchia siamo costretti a “condividere” le chiavi. Anche le chiavi che danno accesso ai luoghi più riservati non hanno un unico detentore. Ho dato le chiavi di casa mia al coadiutore e alla donna delle pulizie; le chiavi della cassaforte le hanno anche gli uomini che ogni settimana contano le offerte; le chiavi dove sono custoditi i calici e i pochi oggetti liturgici di valore le ha il sacrista, la suora…

La condivisione delle chiavi è la condivisione della responsabilità e della fiducia. Con le copie delle chiavi ci sono sempre questioni. Basta un mezzo millimetro di errore del ferramenta e la chiave non funziona. E non parliamo delle copie fatte con le copie! L’unica cosa che posso fare è conservare l’originale. Un po’ come con il vangelo: le nostre parole funzionano come le copie, non sempre vanno bene e qualche volta, quando proviamo a forzare, l’unico esito che otteniamo è quello di rompere. Per ripartire da capo non si può far altro che riprendere in mano l’originale.

Queste benedette chiavi – lo so – restano la fatica e la grazia del mio compito di custode. D’altra parte, Gesù ha affidato simbolicamente a Pietro proprio le «chiavi» del regno dei cieli. Un grande onore e un grande onere! Sperimento l’uno e l’altro. Ma, alla fine, vince sempre la grazia. È con meraviglia che mi accorgo di quante sono le persone che mi consegnano le chiavi del loro cuore, che mi permettono di entrare in casa loro, nel loro intimo.

Alla fine, cercherò di stare più attento con le chiavi. Oppure farò come il mio vecchio parroco, don Luigi, che perdeva le chiavi praticamente tutti i giorni. Dopo averle smarrite andava di fronte alla statua di s. Antonio – notoriamente invocato per ritrovare le cose perdute – e con tono minaccioso diceva: «Se non mi fai trovare le chiavi, ti giro dall’altra parte». Non so se spaventato dalla minaccia o commosso dalla fede, eppure ogni volta il mazzo di chiavi veniva ritrovato.

don Giuseppe

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