Chronicon – 26. Le badanti

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Rileggo le pagine di questo Chronicon. Nell’ultima ho parlato dei vecchietti della mia parrocchia. Preso dalla descrizione, ho completamente trascurato le loro badanti. La prima cosa che viene alla mente è che sono quasi tutte straniere. E così mi si aprono altri capitoli che meriterebbero una qualche riflessione; la parrocchia potrebbe essere un effettivo spazio di integrazione e dare il suo piccolo contributo a questa emergenza che oggi abita la città.

Non penso solo alle badanti. Mi vengono in mente anche le persone incontrate per il doposcuola dei piccoli e qualche famiglia (sempre più numerosa) che si avvicina alla parrocchia per i sacramenti. Ma cominciamo con ordine, dalle badanti.

Di qualcuna conosco il nome e qualche pezzetto di storia, altre mi restano estranee, altre ancora le vedo apparire e sparire nel giro di poco tempo. In ogni modo, non sono poche le occasione ordinarie in cui le incontro.

Le vedo arrivare in chiesa per accompagnare qualche anziano alla messa. Alcune sono cattoliche o almeno cristiane (dell’Est Europa o del Sudamerica, delle Filippine o dello Sri Lanka); altre non saprei, ma il capo velato e i tratti nordafricani mi portano a pensare che siano musulmane.

Qualcuna viene in chiesa anche da sola per una visita. Le vedo molto attratte dal crocifisso, dal quadro di Maria e dalle statue dei santi. Accendono un cero, toccano i piedi di sant’Antonio, baciano la Madonna, si lavano all’acqua santa, recitano le preghiere nella loro lingua.

Altre le incontro in casa degli ammalati che assistono o le trovo durante la visita alle famiglie. Ci sono particolari rivelativi della qualità del loro servizio. La casa tenuta con ordine, gli odori o i profumi che si sentono entrando, il tratto con cui si rivolgono alla persona malata. Non sono tutte convivenze felici e, in ogni caso, sono relazioni complesse. Entrano in gioco non solo le persone assistite, ma anche i loro familiari.

Ci sono storie esemplari e ci sono anche storie che lasciano l’amaro in bocca.

Mosè è di origine sudamericana. Si prende cura di Giorgio, come se fosse suo padre. Lui, che era un imprenditore affermato, partecipava attivamente alla parrocchia, ora nel giro di pochi mesi è diventato irriconoscibile. Una forma di demenza senile rapida e invasiva lo ha trasformato. La moglie da sola non potrebbe farcela, ma ha trovato in Mosè un vero e proprio “salvatore”: un ruolo del genere chiede forza fisica, attenzione umana, rispetto e pazienza. Non sono pochi i casi come questi, e persone così diventano “di famiglia”: a volte loro trovano una casa, ma chi li ospita trova un fratello.

Purtroppo non sempre è così. Fernanda ha dato fiducia e si è affezionata in pochi mesi ad Iwana. Ha vinto la sua naturale ritrosia e il suo carattere chiuso ed è entrata in confidenza con questa donna che, quattro mattine alla settimana, l’aiutava per i mestieri di casa. Le è sembrato incredibile quando si è accorta che i pochi oggetti di valore che teneva in casa erano spariti. I figli hanno dovuto indagare con discrezione sul fatto e allontanare Iwana. Ma quella ferita è rimasta in Fernanda. Ogni volta che vede una sua foto con gli unici orecchini che il marito le aveva regalato e che ora non ci sono più, le viene da piangere. Non è questione di soldi ma di affetti.

Le badanti entrano nell’intimità di un sistema familiare, dove si intrecciano fiducia e rapporti di lavoro. Sono dipendenti, eppure diventano persone di casa, lavoratrici giustamente stipendiate ma, a volte, più intimi dei figli stessi per le persone di cui si prendono cura. Quando questa relazione di fiducia viene infranta da una parte o dall’altra (perché si approfitta della fiducia o si sfrutta il lavoro senza riconoscimenti adeguati), si creano ferite molto profonde.

Un capitolo a parte si apre in occasione della morte dell’anziano di cui la badante si prende cura. Allora al distacco della separazione spesso avvertito come la perdita vera e propria di una madre o di un padre, si aggiunge la preoccupazione per il proprio futuro e per quello dei propri familiari, mantenuti dallo stipendio regolarmente inviato al paese di origine. Spesso nel momento della morte ti accorgi che le più addolorate sono proprio loro. Non hanno un ruolo ufficiale nel rito, ma la loro presenza in casa del defunto e in chiesa non è di facciata.

Nei modo più svariati la parrocchia diventa per loro uno spazio per tenere viva una sensibilità spirituale, anche se nelle forme più diverse. È un’integrazione di mondi e di culture religiose differenti e a volte lontane, ma che si possono incontrare. Io che, per formazione, ho preso un poco le distanze da certe forme devozionali, mi sento interpellato a ripensare le modalità in cui esprimo la mia fede, e a non giudicare quelle a cui si riferiscono altre persone. L’ospitalità di una parrocchia si misura anche dalla sua capacità di fare spazio e di accogliere forme ed espressioni diverse della fede, fino a lasciarsene contaminare.

Un caso emblematico è quello dell’ospitalità eucaristica. Mi ha colpito una riflessione di un noto teologo circa l’ecumenismo. Affermava che, forse, si dovrebbe capovolgere il paradigma dell’ospitalità eucaristica. Oggi vale il principio che, prima di condividere l’eucaristia, occorra aver raggiunto un livello alto di comunione dogmatica. Nella vita succede forse il contrario. Quando un fratello che vive in modo diverso la sua fede diventa prossimo nella vita, la cosa più semplice è che lo inviti a cena. Prima si mangia insieme, e poi si apre lo spazio per il confronto, la discussione e la ricerca di parole comuni. Quando vedo alcune badanti che accompagnano fino all’altare l’anziano di cui si prendono cura per permettere che riceva l’eucaristia, mi chiedo: loro che pranzano insieme tutti giorni, che servono alla loro tavola e danno loro da mangiare, che sono cristiane come loro, perché non possono accedere alla stessa mensa eucaristica?

Non si tratta di voler convertire nessuno. Trovo insopportabili le beghine che, a tutti i costi, si piccano di voler convertire e far battezzare le loro badanti o che si ergono a giudici della loro vita morale. Apprezzo invece quando nascono amicizie spirituali, quando pregano insieme pur provenendo da lingue madri diverse. È un ecumenismo nascosto ma forse più reale di tanti tavoli teologici di discussione. Dovremmo essere più attenti alle storie di queste amicizie: sono percorsi di integrazione sociale e spirituale sorprendenti, luoghi di una comunione reale e inedita. Forse il Signore ci sta dicendo qualcosa.

Eppure, l’impressione è che la loro presenza rimanga marginale. Hanno un ruolo delicato e decisivo (anche economicamente il nostro sistema non potrebbe sussistere senza di loro), ma restano trasparenti. Loro si prendono cura di molti di noi, ma chi si prende cura di loro?

In questo anno della misericordia parlo spesso delle “opere di misericordia corporali e spirituali”. Non sono loro a vivere per prime la cura per i malati, i morenti, le persone sole? Non dovrebbero anche ricevere la misericordia di un poco di consolazione?

don Giuseppe

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