Chronicon – 27. Un’altra lingua

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Per una strana ragione legata agli orari scolastici, il venerdì pomeriggio nel cortile dell’oratorio si parla arabo. Senza troppe pretese, da qualche anno, un gruppo di volontari ha iniziato l’esperienza del doposcuola per i ragazzi del quartiere. I piccoli delle elementari si concentrano il venerdì e tra di loro la stragrande maggioranza è di origine nordafricana. Arrivano accompagnati dalle mamme e da tre o quattro fratellini più piccoli. Le mamme si mettono sedute in cerchio, infagottate nei loro veli e nei loro vestiti, occupando tutti i tavoli del piccolo bar dell’oratorio e tutti gli spazi del cortile. Nel frattempo i bambini non impegnati nel doposcuola scorrazzano a destra e a sinistra senza alcune forma di controllo.

Le donne parlano arabo, discutono, a volte sembrano litigare tra loro. In ogni caso: chi ci capisce qualcosa? È come percepire l’arrivo di un mondo altro che occupa uno spazio e che non riesci nemmeno ad avvicinare. Guido, il barista, non è molto contento: «Chiacchierano tanto e spendono poco!». Per non parlare dei modi che a volte paiono bruschi, al limite della prepotenza. Anche le altre mamme sembrano non gradire, o sopportare malvolentieri la massiccia invasione straniera. Sono solo i più piccoli, magari i neonati, quelli che riescono a strappare un sorriso, uno sguardo di tenerezza, un cenno di dialogo tra le madri. Per il resto i due mondi rimangono estranei.

Anch’io mi muovo impacciato tra queste presenze. Non è solo la questione di non sapere la lingua, ma anche quella di non conoscere la modalità espressiva con cui interagire. In più, la mia posizione è complicata dal fatto che sono il prete. Vengo percepito da loro come il “padrone” del luogo e come il leader religioso, da trattare con rispetto, perché alla fine sarà con lui che si deve contrattare.

Proprio perché mi percepisco così imbranato, coltivo il sogno di avere a fianco un buon mediatore culturale, una persona che aiuti me ad entrare nel loro mondo, e aiuti loro a capire il mio. Attualmente queste figure professionali sono ancora una rarità, e in ogni caso non avremmo la possibilità di investire su di esse. Servirebbero quei mediatori naturali che sono le seconde generazioni. Amina, ad esempio, è una ragazza araba che viene ad aiutare durante l’oratorio estivo. È amica di scuola di altre educatrici, ed è stata coinvolta in qualche attività. Come lei ce ne vorrebbero tante altre che, in maniera naturale, si inserissero nel nostro contesto per fare da traduttrici.

Ripensando, questa sera, a quanto ho visto nel pomeriggio e in molti altri venerdì, non riesco a trattenere una considerazione un po’ amara e istintiva. La dico con le parole di Maria Teresa che segue diverse situazioni di stranieri per conto della Caritas parrocchiale: «Di integrarsi questi non ne hanno proprio voglia; chiedono e basta». L’impressione è di aver a che fare con un mondo autoreferenziale, che si rivolge a te soltanto per usufruire dei servizi. Gratuiti, tra l’altro.

Mentre scrivo queste parole, mi accorgo di reagire esattamente come la maggior parte dei miei parrocchiani: abbiamo una sintonia “di pancia”. D’altra parte, è importante per me sentire la “pancia” della mia parrocchia, le sue paure, i suoi umori. Ma, insieme, sono spinto a riflettere un po’ più a fondo, e a non ascoltare solo le voci più istintuali che si fanno sentire dentro di me.

Fino ad ora noi abbiamo soprattutto offerto loro dei servizi. Cosa sacrosanta e giusta. È arrivato forse il momento di non limitarci a questo approccio funzionale e unidirezionale e iniziare a porci alcune domande: «Siamo così sicuri che non abbiano nulla da offrirci e da insegnarci?». «Abbiamo valutato bene le opportunità di crescita – anche spirituale – che la loro presenza ci dischiude?».

Mi tornano in mente le parole pronunciate da padre Guglielmo, il missionario che abbiamo ospitato qualche settimana fa di ritorno dall’Africa: «Per anni abbiamo interpretato la missione soltanto come un sostegno socioeconomico a persone più povere; forse dovremmo cambiare paradigma, e chiederci che cosa la loro povertà ci possa regalare e come potremmo noi incontrarli da poveri e non da ricchi». La stessa cosa vale da noi. Mi piacerebbe non essere visto come il prete potente che può dare loro qualcosa, ma come l’ospite gradito e rispettato che entra nelle loro case.

In effetti, è quello che mi è capitato durante l’ultima benedizione delle famiglie. In un palazzo dove sapevo di trovare quasi esclusivamente famiglie di egiziani, ho ricevuto un’accoglienza particolarmente rispettosa e cordiale. Il passepartout si sono rivelati essere proprio quei bambini piccoli e pestiferi che ogni venerdì invadono l’oratorio! Sono stati loro a farmi gli onori di casa e a rendermi agli occhi dei loro padri un ospite da onorare. È stato interessante percepire il cambio di prospettiva, quando ci si trova ad essere degli ospitati più che ospitanti!

A conclusione di queste brevi note, mi chiedo perché sia così difficile, o almeno poco naturale, partire da questa osservazione: chi accolgo non è solo un povero che bussa alla mia porta. È un credente che porta con sé una storia spirituale. E io pure non sono solo un generoso padrone di casa che mette a disposizione i suoi beni, ma sono un credente che apre lo spazio della sua esperienza spirituale a un altro uomo. È questa dimensione spirituale dell’incontro che facciamo fatica a trovare, ma che forse potrebbe aiutare per un salto di qualità nell’integrazione e nella relazione.

Stasera affido al Dio Padre di tutti il cammino faticoso di tutti i suoi figli, a qualsiasi popolo appartengano, perché siano capaci di abitare insieme questa povera terra. Gli chiedo che la benedizione di Abramo possa rifluire abbondante nella vita di tutti i suoi figli, e sui popoli che essi incontrano nella terra che Dio ha preparato per loro.

don Giuseppe

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