Chronicon – 29. Hanno picchiato don Gianni

di: Antonio Torresin e Davide Caldirola

Questa volta non scrivo di qualcosa accaduto a Sant’Agata, ma in una parrocchia abbastanza lontana. L’episodio ha scosso la città e ne parlano tutti i giornali. Anche i miei parrocchiani ne hanno fatto motivo di dibattito.

Hanno picchiato don Gianni. È un mio compagno di messa, un uomo assolutamente mite e buono. Usciva di chiesa dopo un incontro di preghiera, si è permesso di dire due parole di rimprovero a un gruppo di giovani che aveva continuamente recato disturbo con grida, schiamazzi e frasi provocatoriamente urlate proprio dal piazzale della chiesa. Per tutta risposta i giovani hanno preso un paio di spranghe e gliele hanno suonate per bene. Don Gianni è stato subito ricoverato in ospedale per un trauma cranico e un po’ di ossa rotte. Andrò a trovarlo prima possibile, ma la notizia ha scosso anche me.

In questo caso, non si tratta di una dinamica collegata ad un furto o a vecchia ruggine tra i protagonisti: sembra l’irrompere di una violenza senza ragioni.

In un’intervista, don Gianni, ancora molto scosso, ha detto di sentirsi segnato nello spirito più che nel corpo, ed ha aggiunto: «Meglio che sia capitato a me che non a mia madre». La paura che ti lascia l’irruzione della violenza è che colpisca qualcuno a cui tu vuoi bene, magari più debole e più fragile di te. È la percezione di non potersi difendere e di non saper proteggere quelli che ami.

Qualche sberla l’ho presa anch’io. Nulla di grave, la reazione scomposta di un ragazzotto che stavo rimproverando, il gesto vigliacco di uno zingaro che mi ha colpito alle spalle giusto per fare una bravata davanti alla sua banda.

Mi tocca ammetterlo: in situazioni come queste mi lascio un po’ prendere la mano, se non nei gesti almeno nelle parole, e corro il rischio di passare il segno. A dirla tutta, non mi spiacerebbe per niente menare le mani, incorrendo in guai ben peggiori. È proprio vero che la violenza richiama violenza e che c’è un’aggressività repressa pronta ad esplodere in ciascuno di noi.

È la stessa aggressività che ho riscontrato nei miei parrocchiani a commento dell’episodio di don Gianni. Al di là della doverosa condanna del fatto, emergevano sentimenti vendicativi e pericolose generalizzazioni sulla mancanza di rispetto e di senso civico nelle giovani generazioni. E meno male che gli aggressori di don Gianni non erano stranieri e soprattutto zingari o rom: è da episodi come questi che anche da una comunità pacifica come quella delle nostre parrocchie partono poi ronde punitive contro i campi rom o fiaccolate rabbiose che non di rado sconfinano in altrettanta violenza.

Quando capita qualcosa di analogo in parrocchia, piccole risse in oratorio, atti di microviolenza o di vandalismo, sono sempre incerto su come si debba reagire.

Da una parte, c’è una fetta di violenza che ogni territorio deve imparare a scontare, a sopportare e a gestire con le proprie forze. Che non significa farsi giustizia da soli, ma avere la forza morale di contenere l’aggressività e di non lasciarla propagare. È come quando devo intervenire in piccole risse tra ragazzi in oratorio. Occorre fermezza, decisione, e il buon senso di non ingigantire i fatti per trovare i giusti compromessi per fare pace. Quando ne sei coinvolto in prima persona ovviamente è più difficile.

Dall’altra parte, in certe occasioni, ho sperimentato che è meglio chiamare subito le forze dell’ordine. Appellarsi a una giustizia terza a cui rimandare l’uso della forza non è segno di debolezza. Ma anche questa soluzione non è priva di rischi. In fondo, può rappresentare anch’essa un uso della forza, anche se più volte la minaccia di chiamare i carabinieri mi ha permesso di uscire da situazioni scabrose.

In ogni caso nella mia esperienza di prete d’oratorio e di periferia ho imparato che il controllo del territorio è una parte necessaria del ministero. Dai ragazzini che giocano al pallone in cortile fino alle famiglie “in odore di mafia”, guadagnarsi il rispetto è decisivo per contenere la violenza che aleggia nella vita civile. È infatti ingenuo pensare che, vivendo in una città carica di tensioni e di aggressività, i nostri ambienti siano isole felici dove tutti si vogliono bene pacificamente. C’è una dose di violenza che entra anche nel nostro territorio e che dobbiamo imparare a gestire. Per gestire la violenza, serve una buona dose di autorità.

Qualche volta tocca proprio a me come prete il compito di mediare e di avere la forza di imporre un giusta composizione. Ma proprio l’attribuzione di una forza in nome dell’autorità espone chi la esercita a possibili “abusi di potere”. Mi sovviene il Vangelo che proprio oggi abbiamo letto nell’eucaristia: «Ma se quel servo, dicesse in cuor suo: “il mio padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi…”» (Lc 12,45).

Per esercitare l’autorità, occorre la virtù della mitezza. Il mite è qualcuno che ha imparato a tenere a bada la violenza che abita dentro di lui e proprio per questo è diventato più forte. Penso di essere ancora abbastanza lontano da questo ideale! E in ogni caso, quando sono messo alla prova da episodi piccoli o grandi di violenza, capisco che proprio questo mi viene chiesto, di imparare la forza dei miti.

Proprio come fa Gesù in occasione della sua passione. In Gv 18,22 il Maestro, davanti a una delle guardie che lo schiaffeggia, semplicemente risponde: «Se ho parlato male, dimostrami dove è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Gesù reagisce alla violenza con una mitezza piena di forza. Non risponde al male con il male, ma con una domanda che rimanda alle radici della violenza e ciascuno alla propria responsabilità. Lo fa pronto a prendere su di sé le conseguenze della violenza piuttosto che scaricarle sugli altri.

Questa mitezza è il segreto per “ereditare la terra” come promettono le beatitudini. Io sento di non essere ancora preparato. Bisogna imparare a guardare all’aggressore come ad un fratello che ti è affidato, malgrado tutto.

Don Gianni, nell’intervista, ha detto di aver pregato per i suoi aggressori. Non è la solita frase fatta, io don Gianni lo conosco bene. È la via che ha imparato dal Vangelo: «Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro» (Lc 6,27-30).

don Giuseppe

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