Chronicon – 30. Questione di orari

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L’altra sera facevo due passi con un amico sul luogo della movida nella nostra città. Mentre il mio quartiere si addormenta abbastanza presto, quella zona è nota per la sua vita notturna, per i suoi locali, per la gente che li frequenta a frotte e per gli eventi sparati a raffica. Passeggiando ho notato un cartello tra i tanti, affisso alla cancellata della chiesa del quartiere, inaspettatamente aperta, che recitava: «Vuoi partecipare alla messa? Ogni sabato sera ti aspettiamo alle 23.30».

Ho apprezzato l’intraprendenza e il coraggio del parroco del posto, che provava a sfruttare l’occasione buona e a intercettare la folla di giovani che si riversano ogni fine settimana nel suo quartiere. Certamente, c’è un pensiero dietro, una cura per trovare un linguaggio adeguato, l’attivazione di risorse e di persone che animino un momento religioso in un contesto così particolare, l’abilità di trasformare un possibile fastidio in un’opportunità pastorale.

L’episodio ha suscitato in me una serie di riflessioni che riguardano gli orari della vita delle nostre parrocchie. Mi guardo bene dal riproporre nella mia la stessa iniziativa, perché non verrebbe nessuno in un quartiere come il mio che, la sera, diventa un dormitorio. Rimane aperto il problema che non si riferisce solo agli orari delle messe ma più complessivamente all’incrocio possibile tra i tempi di vita della gente e la pratica di momenti di fede condivisa.

Ci è capitato infatti più volte di dover affrontare discussioni in proposito anche nella nostra parrocchia. Ha senso mantenere un orario delle messe feriali alle quali possono partecipare solo i pensionati? Gli orari della segreteria parrocchiale rispondono alle necessità di chi ha bisogno di farvi riferimento? Le stesse proposte di catechesi (per i bambini, ma anche per i giovani e gli adulti) sono collocate nei momenti più opportuni della loro giornata? E via discorrendo.

Il problema non riguarda solo la parrocchia ma anche me come prete. Si passa dalla retorica di un prete che dev’essere sempre disponibile ad ogni orario e per ogni necessità all’opposto di chi si nasconde dietro ad orari di ufficio puntigliosamente difesi al minuto-secondo.

Il caso più eclatante per me sono le pratiche di preparazione al matrimonio. I fidanzati, per andare in comune, per la prova dell’abito da sposa, per il fiorista e per il fotografo non esitano a chiedere permessi lavorativi o addirittura giorni di ferie. Poi, quando si tratta di venire per il consenso o per ragionare insieme sulla celebrazione, chiedono la disponibilità in orari fuori lavoro. Ormai dalle 19 in avanti sono sempre occupato a ricevere coppie che arrivano trafelate da impegni lavorativi oppure che si fanno attendere per più di mezz’ora perché bloccate in mezzo al traffico della città.

Non è solo questione che salto la cena ormai regolarmente, ma che vengono compromessi momenti di possibile fraternità e condivisione con gli altri preti della comunità e del vicinato. Non mi lamento di questo. Fa parte della gratuità del servizio e di un po’ di affetto per questi ragazzi che vivono anch’essi tempi assurdi di vita quotidiana.

Rimane la questione degli orari. La vita parrocchiale deriva da una tradizione antica di matrice contadina e ne ha di fatto assunto il ritmo e gli orari. Nel frattempo, tutto è cambiato. Nell’immaginario di qualcuno il prete è ancora quello che si alza presto alla mattina, apre la chiesa e celebra la messa prima dell’alba, come il contadino che si sveglia all’aurora per la mungitura. Di conseguenza, non ci si aspetta di vedere un prete che tira tardi alla sera, ed invece è proprio così: gli orari della vita si sono anche per noi spostati in avanti. Non per questo abbiamo trovato il ritmo giusto, che forse semplicemente non esiste.

La questione è delicata. Non possiamo irrigidirci e non andare incontro alle esigenze della gente. Ci sta a cuore che il ritmo della vita di una comunità incroci il ritmo reale della vita delle persone. Il problema è che non c’è più ritmo! Tutto tende a diventare una corsa folle e dissennata, e noi rischiamo di rincorrere una vita che sempre ci sfugge. Ho l’impressione che a far da padrone alla vita della gente (e di riflesso anche alla nostra vita parrocchiale) sia semplicemente il dio-lavoro. Non dobbiamo forse resistere a questo imperativo?

Mi ha colpito un articolo uscito sul Corriere della Sera. Un’intervista ad una manager di successo. Riportava la ricetta del “dipendente perfetto” che lavora 130 ore la settimana! «Pallottoliere alla mano, si tratta di più di 18 ore al giorno, fine settimana compresi. (…) La ricetta del dipendente (si fa per dire) perfetto: pianificare le ore di sonno, la doccia e il numero di volte in cui si va in bagno. Dormire sul posto di lavoro è auspicabile sia di giorno sia di notte, «è più sicuro rimanere che scendere nel parcheggio e andare a prendere la macchina alle tre di notte, grazie alla nap room. La stanza del sonnellino». (…) Vita privata? Pochi cenni. Se non per, appunto, raccontare di aver portato il primo figlio in ufficio per quattro mesi e definire i due gemelli nati in dicembre “una vittoria alla lotteria”».

Ora mi chiedo: è questa la vita a cui ci vogliamo adeguare?

Una riflessione sul tempo non devo certo inventarmela io con la mia poca saggezza. Mi fa bene tornare alle pagine immortali della Scrittura che invitano a trovare un tempo per ogni cosa e a collocare ogni cosa “a suo tempo”. Ma lo stesso Qoelet suggerisce che il “tempo giusto” noi non lo conosciamo se non ricevendo ogni tempo come una grazia e un compito.

Così mi dibatto tra adattamento e resistenza, cercando i tempi giusti per la mia vita.

don Giuseppe

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