Chronicon – 35. Gratitudine

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Qualche volta mi sembra di essere un orso selvatico. L’ultima sera dell’anno, mi hanno invitato alla classica festa del gruppo famiglie in oratorio. Non ho potuto dire di no e, tutto sommato, ho salutato volentieri persone a cui voglio bene. Ho mangiato e bevuto a dovere (il che non guasta) ma, dopo un po’, non mi è dispiaciuto salutare mentre imperversavano le danze e partivano i fuochi d’artificio.

Da un po’ di anni questi riti sociali li avverto come distanti e li vivo con un certo fastidio. Mi fa piacere che, per qualcuno, siano momenti di socializzazione e di festa, in un clima familiare e semplice, ma io li reggo poco. L’ultimo dell’anno, poi, ha un sapore particolare, misto di malinconia e speranze acerbe: tutti si augurano con leggerezza un anno migliore, ma senza saperne bene il perché.

Di per sé avremmo molto da dire e da vivere in un passaggio del tempo da un anno all’altro. La liturgia lo marca con una celebrazione di ringraziamento, e anch’io quest’anno ho presieduto il classico Te Deum. Come sempre, la celebrazione è maestra di vita spirituale.

Mentre rincorrevo le note dell’inno, avvertivo che il pregare e il cantare insieme all’assemblea rinvigoriva dentro di me il senso di appartenenza ad un popolo che cammina nella fede e nella storia. Sentivo crescere di strofa in strofa il senso della memoria e della gratitudine. Mi pare di capire che proprio questo sia il compito di una parrocchia: mantenere viva la consapevolezza della memoria e dell’appartenenza ad una storia comune e suscitare la gratitudine per i doni che continuamente il Signore non ci fa mancare, anche nei tempi difficili della vita.

Per preparare l’omelia della messa mi era venuto in mente di sbirciare qualche sito dei giornali che riportano le solite raccolte dei fatti e dei personaggi dell’anno. Poi ho subito rinunciato. È un’altra la storia della quale è prezioso fare memoria, non è tanto la cronaca ma la “storia dell’anima”, quella che non fa notizia.

Ne avrei tante di vicende di fede da ricordare, e la parrocchia mi sembra proprio una galleria di personaggi tutti degni di essere tenuti presenti: cammini di chi ritorna, di chi si perde, di chi resiste e di chi vive una fede semplice ma profonda. Chiudere un anno sociale è una buona occasione per far crescere con la memoria comune il senso di appartenenza a questo popolo di Dio in cammino. Papa Francesco la chiama la “mistica della fraternità”, del camminare insieme, del tenere dentro tutti, del desiderio di non perdere nessuno, del regolare il passo su quello dei più fragili.

Accanto alla memoria, un passaggio come questo dell’ultimo giorno dell’anno, ci invita a coltivare il senso della gratitudine. E allora nella predica mi sono ispirato ad un testo di un teologo: «Il campo semantico molto ricco della parola “grazia” può aiutarci. Esso comporta le nozioni di gratuità, come in “gratis”, ma anche di riconoscenza, come in “gratitudine”. Comporta la dimensione del perdono, come in “graziare”. È legato al piacere e alla felicità come in “gradevole, gradimento”. È legato alla bellezza, come in “grazioso”. Porta ancora la menzione di dolcezza, di non violenza e di vulnerabilità, come in “gracile”. Lo stile grazioso della proposta della fede raccoglie tutti questi tratti di gratuità, di gratitudine, di perdono, di piacere, di bontà e di dolcezza» (Foisson)

Ecco per cosa mi piacerebbe dire grazie.

Per tutti i gesti di gratuità che una parrocchia ospita: impariamo a lavorare in perdita, a seminare senza voler raccogliere, a donare senza chiede indietro nulla. Non siamo preoccupati di vedere immediatamente dei risultati; la crescita del “PIL” di una comunità è difficilmente misurabile. Ci accontentiamo di seminare e di farlo volentieri.

Siamo consapevoli dei nostri limiti, della gracilità che ci tocca come comunità e come singoli. A volte è proprio questa vulnerabilità che ci rende più uniti e prossimi ad ogni vicenda umana. Se ripenso ai gesti migliori che mi è capitato di compiere o di ricevere, anche quest’anno li trovo legati alla debolezza come luogo di grazia, dove si manifesta la forza di Dio.

E che dire della grazia come cosa gradevole, dolce? Devo dire che, se penso al cammino di un anno, scopro che non mi ha lasciato la bocca amara e non ha permesso che il cuore si ammalasse di tristezza. Piuttosto un buon sapore, il gusto di cose buone che il Signore non ci ha fatto mancare.

Vorrei imparare da questa dolcezza a diventare io stesso un po’ più gradevole, memore delle raccomandazioni che san Paolo regala alla sua comunità: «La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù» (Fil 4,5-7).

Un ultimo significato della grazia per cui dire grazie è legato al perdono. Una comunità alla fine non è altro che il segno della festa e del perdono, come recita il titolo di un vecchio libro di J. Vanier. Segno del perdono ricevuto e annunciato nel nome di Dio. Un popolo di “graziati”, e non di “dis-graziati”, come siamo tentati qualche volta di pensare nel nostro inguaribile pessimismo. Perdonati, possiamo annunciare e “amministrare” il perdono di Dio.

Se penso all’anno trascorso devo anche consegnare a Dio molte ferite che segnano questa sua parrocchia, e per questo dovremmo far circolare molto perdono come buona notizia e come medicamento necessario. E quanto dobbiamo crescere ancora!

Mi accorgo, al termine di queste righe di quanto poco sia riuscito ad esprimere della ricchezza di un intero anno; ogni volta che proviamo a fare i bilanci o a scoprire la ricchezza di ciò che abbiamo vissuto, scopriamo di aver lasciato indietro troppe cose. I nostri sono sempre bilanci incompiuti.

Come ogni preghiera serve un “Amen” per finire: sia così e non altrimenti, va bene quello che mi è dato, così sia, Signore, perché in questa storia so che tu iscrivi la tua benedizione, promessa di un bene che apre all’anno che è appena iniziato.

don Giuseppe

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