Chronicon – 37. Magnifici perdenti

di: Antonio Torresin e Davide Caldirola

Mi sono seduto al bar dell’angolo, da Varisco, dove prendo regolarmente il caffè. Ovviamente, Gazzetta alla mano, il tema conduttore erano le olimpiadi. Ci vorrebbe Stefano Benni con le sue cronache del Bar Sport, per descrivere i personaggi che litigavano e questionavano sull’atletica, la scherma e il tiro al piattello. Mi ha incuriosito osservare il formarsi degli schieramenti di pensiero. Al di là del tifo unanime per gli atleti italiani, ho notato con una certa sorpresa che i personaggi meno amati erano proprio quelli che venivano dati per favoriti; al contrario, c’erano personaggi del tutto marginali che godevano dei favore e della simpatia del tifo da bar: dei magnifici perdenti.

Come sempre, mi sono lasciato trascinare dai pensieri e ho subito aperto un file a riguardo della mia parrocchia. Non godiamo certo dei favori del pronostico; speriamo almeno di essere tra quei simpatici che partecipano alla gara dei “magnifici perdenti”. Oso pensare che ci sia qualcuno che faccia un po’di tifo per noi.

Ma “magnifici perdenti” non lo si diventa per caso. La tentazione di infilarsi nella graduatoria dei favoriti ce l’abbiamo sempre addosso. Prima di descrivere la tipologia dei magnifici perdenti, occorre allora fare una fisiologia dei pretendenti al titolo.

Ricordo ancora gli appelli accorati di un cardinale importante che si lamentava spesso di come la Chiesa stesse perdendo la propria rilevanza. Categoria evidentemente molto importante per lui, perché non mancava di ricordarla in quasi tutti i discorsi. L’impressione era che, in questa ansia di rilevanza, ci fosse una sorta di compensazione di fronte al dato indiscutibile della diminuzione del “peso” del cattolicesimo. Del tipo: “Saremo anche pochi, ma contiamo molto”. Mi chiedo: è proprio vero che anche la mia parrocchia sia esente da questa tentazione e da questo rischio?

Per esempio, Giulio non manca mai di farmi notare che «ci sono pochi bambini all’oratorio, non come ai miei tempi quando il cortile era pieno e straripava di ragazzi che giocavano a tutte le ore». Mi piacerebbe dirgli, dati alla mano, che ai suoi tempi i bambini in quartiere erano il quadruplo di adesso, ma il problema non è neppure questo.

L’ansia di “contarsi” quando si è pochi è il sintomo di una fatica ad accettare proprio quella perdita di “rilevanza” di cui oggi il cristianesimo sembra soffrire. La questione ovviamente è seria. Perdere di rilevanza significa non riuscire più a incidere come vorremmo nei processi educativi dell’identità della popolazione. Ne è una riprova la frustrazione delle povere catechiste che si accorgono di non riuscire a lasciare tracce significative in tanti cammini educativi. Rimane il fatto che contarsi è un peccato: i censimenti nella Bibbia non finiscono mai bene!

Un altro segno della fatica ad accettare l’irrilevanza è l’ansia di lasciare una traccia nelle “proprietà” della parrocchia. Una volta si diceva che, quando si diventava parroci, si contraeva la malattia del mattone. Onestamente mi viene da dire che non è solo una malattia del parroco. A volte anche i parrocchiani sono più attenti al mattone che alle anime. Anche perché è ben più facile misurarne la crescita e l’espansione! Ci troviamo oggi in una bella contraddizione: siamo sempre di meno ma abbiamo ancora enormi proprietà! Proprio queste stanno diventando una zavorra che impedisce al corpo ecclesiale di muoversi con una certa agilità.

E che dire delle processioni? Qualche vecchio reduce delle confraternite ricorda ancora i baldacchini e i petali di rosa gettati sulla strada, i bambini della comunione in abito bianco e la banda che suona “Noi vogliam Dio”. Erano espressioni trionfanti di un cristianesimo dominante. Certo, anche di un cristianesimo popolare, ma il confine tra l’uno e l’altro rimane incerto. Oggi l’unica soddisfazione che mi resta, per così dire, è verificare che alla via crucis del venerdì santo siamo almeno il quadruplo dei partecipanti del concerto del centro sociale alternativo della piazzetta.

Non è semplice interpretare un cristianesimo di minoranza. Anche perché, dobbiamo riconoscerlo, esiste anche una retorica della minoranza. Qualche volta, pensando ai gruppi giovanili che, da anni, conoscono una flessione inesorabile e inarrestabile, tutti abbiamo avuto la tentazione di ripensare la cosa dicendoci: «Meglio pochi ma buoni». A me risulta difficile pensare così: spesso pochi significa anche una minore qualità! Come dice mio nipote, a volte «negli oratori rimangono solo gli sfigati»! Ovviamente non è sempre vero ma non è certo detto che “pochi” significhi automaticamente “di qualità”!

Per discernere questa situazione per noi inedita non ci rimane che il Vangelo. Le immagini sono molteplici: il piccolo gregge, il resto di Israele, il granello di senape e il lievito nella pasta. Ma su tutte mi sembra dominante quella del “Messia sconfitto”. Non è facile riconoscersi discepoli di un Messia che, agli occhi del mondo, appare come un perdente. Anche i discepoli hanno fatto una gran fatica ad accordarsi con il cammino di Gesù verso Gerusalemme e la croce. La questione è delicata. Sarebbe facile cadere in una logica di una nascosta sublimazione delle sconfitte, con il rischio di cadere nell’autolesionismo o di credere che l’essere rimasti in pochi e fuori dai giochi coincida con la fedeltà al vangelo. Gesù ha scelto indubbiamente l’ultimo posto e il servizio ai più deboli e più poveri, ma l’essere perdente non era il fine della sua missione, quanto un passaggio necessario proprio per esprimere la sua solidarietà con chi è vittima dei “vincenti”. Si offre liberamente ma non “volentieri” alla sua passione. Patisce la fuga degli amici e dei discepoli, ma non li perde e rimane a loro fedele fino alla fine. È una questione di coerenza e di fedeltà più che di strategia che vuole risultare “vincente”.

Proprio in vista di questo difficile esito della sua parabola ha elaborato interpretazioni profonde del tema spirituale della piccolezza, che noi dovremmo sapientemente rileggere nel nostro oggi.

Mi piace riprendere due coppie di segni della piccolezza. La prima è quella del seme e del lievito. Questi segni esprimono insieme la piccolezza e la forza. Rimandano ad un’azione continua e nascosta di Dio. Una volta gettati nella terra e nella pasta, lavorano di per se stessi e non hanno più bisogno dell’opera soffocante dell’uomo. Questo ci è chiesto: credere nella forza e nella grazia dei piccoli segni di bene.

La seconda coppia evangelica è quella del sale e della lampada. Richiamano insieme immersione e visibilità non sovraesposta. Non sono per se stessi ma a beneficio di altri. E se, da una parte, al sale è chiesto di smarrirsi e di perdersi nella realtà a cui dar sapore, dall’altra, la lampada è posta in alto non per essere guardata ma per far luce. Esporsi senza sovraesporsi, non temere di perdersi senza paura di dare sapore ad altro da sé.

Stasera prego così: «Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non vado in cerca di cose grandi». E al salmo aggiungo le parole mie: «non ti chiedo di vincere nulla, se vuoi fa di me un “magnifico perdente”».

don Giuseppe

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