Chronicon – 39. Intercedere

di: Antonio Torresin e Davide Caldirola

A volte mi chiedo o mi chiedono: “che cosa ci sta a fare una parrocchia in città”? Una volta si capiva di più; la parrocchia era al crocevia, se non addirittura al centro, della vita di ogni agglomerato urbano. Non è più così: oggi vive ai margini, spesso ignorata e sconosciuta ai suoi stessi abitanti. Quando giro a benedire le case, trovo sempre qualcuno che non conosce neppure l’ubicazione della sua parrocchia. Allora, che cosa ci sta a fare una parrocchia nella città? Non possiamo valutarne il senso con criteri di utilità o di rilevanza sociologica. Una parrocchia può fare tante o pochissime cose, ma il suo senso non dipende dalla sua utilità. C’è una cosa che certamente può e deve fare ancora oggi: pregare. O meglio: intercedere.

L’intercessione esprime bene un tratto della parrocchia: essa vive non per se stessa ma a favore di terzi. Non è troppo preoccupata di difendere sé e i propri spazi, non vive concentrata sulle proprie opere o sulle proprie strutture. È solo un segno, un cartello indicatore, la possibilità di orientare verso il Padre le cose della vita. Anche quando misura con mano la propria pochezza e la propria impotenza sa che le rimane ancora una carta da giocare: crede nella forza dell’intercessione.

Non ho dimenticato la grande lezione del card. Martini quando ci ricordava che inter-cedere significa letteralmente “fare un passo in mezzo” esporsi là dove il conflitto tra le parti sembra più duro e pericoloso, quasi tenendo una mano sulla spalla di ciascuno dei contendenti. Lui parlava in quell’occasione dei conflitti mondiali. Ma una parrocchia vive ordinariamente nei conflitti e nelle prove quotidiane dei suoi figli e per questi intercede.

Ora, ci sono delle condizioni precise che rendono vera un’intercessione. Per intercedere occorre porsi in mezzo, stare dentro la vita della gente, non perdere mai il contatto con quello che capita e con la vita ordinaria. Stare in mezzo non significa mettersi al centro e pretendere che tutto ruoti attorno a noi: al contrario, significa scegliere il posto più scomodo e, in ogni caso, non abbandonare quelli più in pericolo.

Ancora: per intercedere bisogna affezionarsi. Il vangelo è ricco di uomini e donne che osano intercedere presso il Maestro e non sempre nei modi più ortodossi. Gesù ci racconta la parabola della vedova importuna che stressa la vita al giudice iniquo finché viene esaudita; ed è una straniera, una sirofenicia, quella che strappa al Signore la guarigione della figlia e anche il riconoscimento di una fede straordinaria.

Intercedi per ciò che ami. La vera intercessione non sopporta i toni distaccati o formali dei “professionisti” della preghiera. Dire a qualcuno “prego per te” non è compito che si risolve con un’Ave Maria o un Padre nostro recitato di fretta. Se non c’è affetto e partecipazione, non esiste neppure un’intercessione reale. In questo senso intercedere significa portare il peso del fratello e della sorella, della sua fatica e delle sue ferite. Dall’intercessione non si esce incolumi.

Stare dentro la vita e le cose della gente significa anche trovare la giusta distanza. Non posso non ricordare la figura di Mosè che segue dall’alto del monte con le braccia alzate la battaglia del popolo eletto contro Amalek. Non è nel mezzo della battaglia, ma chi potrebbe dire che ne è estraneo? Ha scelto il posto che gli compete, e non è certo il più facile o il meno faticoso, tanto che lui stesso ha bisogno di qualcuno che sostenga le sue stanche braccia. Comprendo che l’intercessione allora è un atto collettivo: una preghiera non individualistica, ma una preghiera corale, un sostegno che nessuno da solo può offrire.

Una preghiera così di sua natura è fatta di volti, di voci, di storie e di ricordi. Per questo penso che il Signore non si offenda e addirittura gradisca tutte le volte che mentre prego la mia mente vaga e si perde, perché non riesce a staccarsi e a tenere fuori persone e storie che mi toccano e mi segnano nella vita quotidiana.

Torniamo di nuovo alla parrocchia e al senso del suo esistere. Tante volte sono portato a ricordare e a ringraziare per il capitale nascosto di preghiere di cui la mia comunità è smisuratamente ricca. Chi le può contare o recensire? Solo Dio le conosce e le ascolta. Se penso a questo “capitale nascosto” mi accorgo che è costituito non solo dalle parole e dalle preghiere pronunciate con affetto, con le labbra e il cuore da uomini e donne credenti. Si tratta anzitutto della loro vita, del loro stare in mezzo alla gente: è la loro vita ad essere una preghiera e un’intercessione. Se è vero che la parrocchia è costituita da ciascuna di queste preghiere, è altrettanto vero che anche una sola preghiera è a suo modo il tutto della parrocchia, perché esprime uno “stare in mezzo” affettuoso e reale.

Mi rimane una domanda: la parrocchia intercede per tutti, ma chi intercede per la parrocchia? A volte ci penso: ci sarà un parroco dopo di me? Che cosa succederà quando le vecchie colonne che oggi sostengono la mia parrocchia verranno  meno? I giovani sono destinati a sparire, vittime di una inesorabile emorragia? Le domande sul futuro della mia e di ogni parrocchia sono insolubili. Eppure io penso che nel futuro – che pure non conosco e non riesco ancora ad immaginare – una “parrocchia” ci sarà sempre. Semplicemente perché il Vangelo non lo si può dire che abitando la vita quotidiana, perché Dio stesso si è comunicato stabilendo la sua tenda tra le nostre case.

Stasera mi sono lasciato andare a “pensieri in libertà”, eppure mi accorgo che queste parole, apparentemente distanti dalla narrazione di un Chronicon parrocchiale, in realtà ne dicono il senso. Quando riempio le pagine di questo diario di vita non faccio che ricordare volti, storie, nomi, persone. Non è che il prolungamento di quella preghiera di intercessione che costituisce il senso della parrocchia.

don Giuseppe

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