Ciò che lo Spirito dice alle parrocchie

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Il periodo della pandemia e la conseguente riduzione nelle attività pastorali tradizionali sono stati per molti operatori pastorali, ministri ordinati e laici, un’occasione per dedicare tempo ed energie alla riflessione, alla formazione, al confronto sui cambiamenti che stanno investendo il corpo ecclesiale.

Un percorso dentro un ampio fermento

Lungo tutto l’inverno e la primavera, sette parrocchie delle diocesi di Firenze (quattro parrocchie), Pescia (due parrocchie), Reggio Emilia (una unità pastorale) si sono coinvolte in un percorso di discernimento delle pratiche pastorali in atto: nove incontri di riflessione su singole esperienze pastorali da cui è emerso però un quadro più generale sulla situazione delle parrocchie oggi in Italia.

Si tratta del Progetto parrocchia – 1: un titolo che vuole assumere la necessità di partire, in un cammino di rinnovamento, dalla lettura teologico-pastorale del vissuto di comunità, dalla storia “ordinaria” e dalle scelte fatte negli ultimi decenni, e che sono sottostanti al volto che le parrocchie oggi mostrano.

Il gruppo, composto dai sette parroci e da alcuni laici corresponsabili nell’attività pastorale, si è creato spontaneamente attorno all’invito rivolto dall’ISSR della Toscana e dall’ISSR dell’Emilia ad alcune parrocchie; il lavoro di ricerca e di confronto è stato accompagnato da un’équipe di coordinamento, guidata da Serena Noceti e da Marco Giovannoni e da un’équipe di esperti, docenti dei due Istituti coinvolti, che hanno definito tappe, metodo, strumenti per il percorso comune.

L’idea-chiave intorno a cui si è sviluppato il progetto è quella di accompagnare la transizione delle parrocchie da un modello ancora in parte “tridentino” ad una presenza missionaria sul territorio, accogliendo la visione ecclesiologica di papa Francesco.

Questo percorso, condiviso tra Toscana ed Emilia, si iscrive all’interno di un più ampio e vivo interesse a studiare “lo stato di salute” della parrocchia investita, in questo cambiamento d’epoca, da profonde trasformazioni. Sono mutamenti che invocano un’interpretazione e degli orientamenti se vogliamo riconsegnare alle parrocchie «la capacità di riformarsi e adattarsi costantemente» affinché continuino ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie» (EG 28).

Questa proposta, infatti, si affianca a quanto sta nascendo, con metodologie e soggetti coinvolti diversi, nella Regione Puglia, per volontà della Conferenza episcopale pugliese (con un progetto che coinvolge tutte le 19 diocesi; a fine luglio ci sarà una tre giorni formativa a Santa Cesarea Terme per gli animatori del progetto), e nel Triveneto, per volontà di un gruppo di docenti dell’ISSR San Pietro Martire di Verona (a fine agosto ci sarà una tre giorni formativa ad Asiago per i formatori).

Liberare lo Spirito, ma con un metodo

Accogliendo le prospettive formative del Progetto Secondo Annuncio, animato da fr. Enzo Biemmi e da un’équipe di esperti (Santa Cesarea Terme, 2013-2018, documentato nelle pubblicazioni intitolate Il Secondo annuncio, EDB), il Progetto Parrocchia – 1 ha messo al centro le narrazioni del vissuto comunitario e la loro interpretazione. Un racconto, una griglia di interpretazione, un metodo di lavoro di gruppo: tre strumenti necessari per attivare un discernimento pastorale efficace e significativo.

Il lavoro si è svolto in tre tappe: la prima, vissuta nelle comunità parrocchiali, ha portato all’elaborazione del “racconto pensato” dell’esperienza; la seconda e la terza, organizzate online (rispettivamente sette incontri, un incontro finale, ognuno di tre ore di lavoro), erano tese all’interpretazione dei racconti condivisi e all’individuazione di criteri comuni per il rinnovamento della prassi.

Sulla base della griglia di discernimento, predisposta dal gruppo degli esperti, le sette parrocchie coinvolte hanno, prima di tutto, steso un breve racconto scritto del proprio vissuto comunitario, tenendo come orizzonte Evangelii gaudium e la sfida dell’evangelizzazione che l’esortazione consegna.

In alcuni casi il parroco ha coinvolto il consiglio pastorale, in altri alcuni operatori pastorali, in una parrocchia è stato distribuito un questionario che ha coinvolto alcune centinaia di persone.

Il racconto raccoglieva, secondo un approccio diacronico, le tappe fondamentali della vita delle parrocchie, richiamava le figure più significative (a iniziare dai parroci) e alcuni eventi – spesso dolorosi – che hanno inciso sull’evoluzione del modello parrocchiale, citava le attività più significative, individuava i fattori di cambiamento, le risorse e i problemi presenti.

Nella seconda tappa queste narrazioni sono state presentate agli altri partecipanti, che hanno integrato con domande la raccolta dei dati e hanno elaborato un’interpretazione critica per cogliere quale figura di comunità aveva preso forma in quella parrocchia, mettendo in evidenza il modello di evangelizzazione, le dinamiche di comunicazione e di decisione, la presenza sul territorio. Dall’ascolto dell’esperienza e dal lavoro collettivo di interpretazione ogni volta sono stati tratti alcuni elementi paradigmatici o criteri orientativi validi per le parrocchie in contesto italiano.

Dall’8 marzo al 10 maggio si sono svolti sette incontri di ascolto delle storie: il fatto di trovarsi online, da un lato, ha consentito a tutti i partecipanti di essere presenti, dall’altro, ha chiesto a ciascuno una certa creatività nella narrazione (svolta anche attraverso slide e immagini) e un rispetto rigoroso dei tempi.

Il metodo scelto prevedeva inoltre, per ogni narrazione, la produzione di testi scritti: la “storia”, redatta dalla comunità parrocchiale e inviata a tutti prima dell’incontro, e una sintesi complessiva delle interpretazioni, redatta da un membro dell’équipe degli esperti, alla luce dei contributi emersi nell’incontro.

Superata l’apparente rigidità della griglia – che come ogni strumento immediatamente sembra ingabbiare, mentre in realtà orienta nel compiere passi ordinati e condivisi – i partecipanti hanno progressivamente appreso un modo di procedere che ha consentito di entrare nel vissuto delle parrocchie esaminate e di coglierne sfide e risorse.

È stata una sorpresa percepirsi liberati da tante “porte chiuse” attraverso la chiave del discernimento, per rendere eloquente un vissuto troppo spesso confuso e complesso da interpretare. Dare il nome a quel “qualcosa che non va” ha consentito a parroci e collaboratori pastorali di aprirsi ad un avvenire che appare forse meno “glorioso” del passato mitizzato dalla memoria, ma non meno carico di promessa.

Gli snodi emersi e le sfide da raccogliere

Il terzo, e ultimo, passaggio è stato quello di verifica critica dell’esperienza vissuta e di raccolta di alcuni snodi centrali delle prassi pastorali, di alcune traiettorie in vista del cambiamento auspicato, di alcuni criteri trasformativi che i partecipanti vogliono adottare nel prossimo futuro.

Ci si è accostati alla vita delle sette parrocchie non nella forma “statica” di un’istantanea, ma nella prospettiva dinamica di una lettura dei cambiamenti già in atto, che lo Spirito sta operando nel tessuto vivo delle comunità, anche attraverso resistenze, fatiche, problemi.

Che cosa dunque dice lo Spirito alle chiese?

I partecipanti al Progetto Parrocchia – 1 hanno raccolto cinque snodi, giudicati essenziali per la riforma delle parrocchie sulla scia di Evangelii gaudium e coerenti con l’invito a “fare Sinodo” per essere Chiesa.

  • Da un’identità parrocchiale già data, verso la quale si cerca di omologare i singoli, a un’identità pensata nella relazione con l’altro

Il primo snodo trasformativo fa riferimento alla necessità di un dialogo creativo con il territorio, in forte evoluzione, contro la tentazione del «si è sempre fatto così» (EG 33). Non è più possibile procedere secondo uno schema prefissato di cosa debba fare “la” parrocchia, ogni parrocchia, o dalla prospettiva di tipo centripeto, del “cercare di portare persone in parrocchia”.

Occorre rendersi conto del profondo cambiamento legato all’immigrazione, al nuovo quadro demografico ed economico, al diffondersi di una cultura che percepisce la partecipazione alle istituzioni (anche ecclesiali) in modo ben diverso dal passato. Un dialogo reale con il territorio esige uno stile di inclusività verso tutti, con la proposta di percorsi di fede molteplici e diversi – per linguaggio e forma – da quanto proposto di solito.

La proposta deve ammettere appartenenze anche parziali e valorizzare lo spessore umano, vitale, della quotidiana ricerca di senso (il vangelo del Regno viene prima di quello della Chiesa!) come anche la libertà di rischiare nuove traduzioni della Parola, soprattutto tra gli adulti, divenuti finalmente soggetto protagonista, abbandonando così una catechesi infantilizzante, di inquadramento dottrinale, che segue uno schema nozionale-discendente, così tipica del modello formativo della parrocchia post-tridentina.

Il tema emerge con ancora maggiore forza nei confronti dei giovani: occorre respingere la tentazione di omologarli per mantenere prassi e strutture create dalle generazioni precedenti. In troppe comunità parrocchiali ormai giovani e adulti vivono la percezione di essersi trovati su un treno che sembra aver infilato un binario morto.

  • Dalle attività guidate da criteri estrinseci al primato della testimonianza evangelica

Il Vangelo si esprime in uno stile di cura, gioia, bellezza, sobrietà che facilmente riconosciamo e che interpella le persone circa la loro fede. Ma non di rado le attività parrocchiali rispondono primariamente a criteri non evangelici, come ad es. la semplice aggregazione, il prestigio della comunità o dei singoli, le strutture da mantenere, l’illusione di una sacramentalizzazione di massa come antidoto alla secolarizzazione, le attività tradizionali (di catechesi o di devozione) da mantenere…

Rimettere al centro i cammini di fede richiede alle parrocchie di essere aperte all’ascolto delle esperienze di vita di chi si avvicina, di promuovere relazioni anzitutto tra persone (prima che per i ruoli che rivestono nella comunità), di dare più importanza alla dimensione personale e domestica della fede rispetto all’impegno nella parrocchia stessa.

Ad es. ci chiediamo: nella comunità quali simboli sono ritenuti importanti e che messaggio veicolano? Le strutture sono concepite in funzione del loro senso per la comunità o al contrario obbligano la comunità alla continua ricerca di volontari e risorse economiche per mantenerle?

  • Da una leadership accentrata a una leadership partecipata

Le narrazioni delle sette parrocchie hanno mostrato quanto sia determinante ripensare la ministerialità, dei presbiteri, dei diaconi, dei laici, per rinnovare la parrocchia.

È necessario che le figure che esercitano una leadership siano anzitutto a servizio della comunione e capaci di definire l’orientamento pastorale complessivo. Altre funzioni pur importanti, come l’esercizio delle mansioni proprie di un determinato ruolo e l’essere un riferimento affettivo, non devono prendere il sopravvento.

Il parroco è ovviamente la prima figura che esercita una leadership nella comunità, ma è necessario ridurre l’accentramento dei poteri sulla sua persona, al fine di condividere alcune funzioni con altri (a partire dalla gestione economica, ma non solo) e di valorizzare i carismi presenti nella comunità.

È anche necessario che la parrocchia abbia validi “anticorpi” rispetto all’emergere di figure “accentratrici”, siano esse chierici, laici o politici (ad es. vigilanza della diocesi, trasparenza nelle comunicazioni, funzionamento reale delle unità pastorali).

Infine, non si può nascondere che, per avere una leadership più partecipata, è necessario modificare le modalità con cui la diocesi assegna il parroco a una parrocchia, che non può più essere unilaterale, senza una visione, e talvolta motivata dalla sola “mancanza di alternative”.

  • Dall’efficientismo come stile alla riconciliazione come processo

Essere inviati al mondo «per la remissione dei peccati» (cf. Gv 20,22-23) richiede alla comunità di vivere al suo interno continui processi di riconciliazione. Questo sia nei confronti delle ferite della vita che i singoli si portano, sia in riferimento a vissuti ecclesiali poco evangelici che talvolta hanno segnato la storia della comunità stessa.

Infine, in una comunità di adulti che con parresia si confrontano, è inevitabile che emergano divergenze di idee e talvolta divisioni, le quali non divengono fratture soltanto se la comunità attiva continuamente percorsi di riconciliazione fraterna.

  • Dalla chiusura nel presente/emergenza all’orientamento verso il futuro

Occorre una sana demitizzazione del proprio passato ecclesiale e di alcune figure, che occorre “lasciar andare”. Le parrocchie vivono troppo spesso di nostalgie! Devono invece attivare processi sinodali di discernimento per guardare al futuro, individuando le priorità.

Queste ultime poi diventano reali se non si traducono solo in singole iniziative, più o meno estemporanee, ma attivano processi trasformativi di lungo periodo, graduali ma incisivi.

Quando un gruppo di persone condivide una visione di Chiesa e uno stile di evangelizzazione, può nel tempo modificare un ambito della vita parrocchiale (es. la caritas o l’iniziazione cristiana) e divenire così un segno per tutta la comunità del cambiamento in atto.

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3 Commenti

  1. Giuseppina Franconieri 7 luglio 2021
  2. Andrea Venuta 5 giugno 2021
  3. Lucia Venanti 5 giugno 2021

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