L’antica sapienza della parrocchia

di: Marcello Neri

Nel vissuto di una comunità parrocchiale si riflettono, quasi con naturalezza, i cambiamenti in atto nel contesto più ampio della nostra società. Già questo semplice fatto dovrebbe farla apprezzare come luogo di percezione privilegiata, per la fede e la Chiesa, delle condizioni contemporanee dell’umano vivere. Se immaginata in questa prospettiva dinamica, che implica anche la possibilità di una diagnostica del tempo che stiamo vivendo, la parrocchia potrebbe uscire dalla sua crisi più profonda – che è quella di confrontarla in continuazione con una sua condizione passata, che apparirebbe essere sempre e comunque migliore di quella attuale.

Senza, però, riuscire a delineare con precisione e un certo grado di oggettività in cosa consista questo «meglio» dei tempi passati. Sovente, senza tenere conto che esso non era solo un merito della parrocchia in quanto tale, ma anche il risultato di condizioni ambientali e culturali comunque esterne a essa – di cui profittava e traeva vantaggio, senza mai potersene appropriare del tutto.

festa in parrocchia

Osmosi dei vissuti

È possibile che la parrocchia abbia sempre vissuto di questa osmosi con le condizioni di vita esterne a essa, quasi senza accorgersene, e che la cosa non sia poi così tanto cambiata nei nostri giorni. La capacità e la fantasia pastorale di pensarla come una caratteristica della parrocchia stessa, anche quando questa osmosi non gioca più a immediato vantaggio di essa, potrebbe rimettere in gioco energie che oggi vengono spese nella reiterazione di un modo di essere parrocchia che finisce per prodursi come corpo separato e alternativo allo spazio umano in cui essa si colloca e abita.

L’avanzata differenziazione, diversificazione e moltiplicazione dei riferimenti intorno a cui ruotano e si costruiscono i vissuti quotidiani degli uomini e delle donne di oggi chiede alla parrocchia di sviluppare un nuovo immaginario di sé – uscendo da una visione statica e geografica dell’idea stessa di territorio, senza perderne la sua antica sapienza che è stata uno dei suoi punti di forza per secoli. La parrocchia, come realtà locale della comunità dei fratelli e sorelle del Signore, è chiamata ad abitare gli spazi quotidiani dei vissuti umani. La capacità di intercettarli così come essi si producono, anziché volerne generare uno artificiale in vitro, è il punto in cui si giocano le sue possibilità a-venire.

L’ossessione del tutto

È chiaro che per mettere mano a un’impresa del genere, la parrocchia ha bisogno di alleggerire le sue strutture e la sua organizzazione; ripensando, contemporaneamente, il proprio modo di essere tra gli uomini e le donne che vivono concretamente. Non credo che sia necessario, per la parrocchia, di essere una sorta di tutta la Chiesa in miniatura – corredandosi, in maniera evidentemente insufficiente, di tutto quello che la Chiesa è (dalla catechesi alla liturgia, dall’educazione alla teologia). Questa volontà di essere tutto rischia oggi di affossare definitivamente la parrocchia, e impedisce alla comunità locale di trovare il proprio stile particolare di vivere il Vangelo negli spazi dell’umano esistere.

Questa presunta totalizzazione del vissuto parrocchiale approda a rendere effimero e solo nominale la dimensione diocesana della Chiesa locale, che finisce per assumere un profilo unicamente procedurale e giuridico. Farebbe bene alla parrocchia di uscire dall’ossessione di dover essere tutta l’offerta pastorale e teologica di una Chiesa che vive e abita in un luogo degli spazi umani; come aiuterebbe la parrocchia se la struttura diocesana si prendesse in carico quegli aspetti amministrativi e pragmatici che appesantiscono oggi le risorse dei vissuti parrocchiali.

Un modo particolare di vivere il Vangelo

Sostieni SettimanaNews.itLiberata dalla pretesa indebita di essere tutto ciò che la Chiesa è, ogni comunità parrocchiale potrebbe trovare forze inaspettate per configurarsi come una parte della Chiesa diocesana, permettendo a quest’ultima di abitare realmente gli spazi odierni del vivere umano – nella loro differenziazione e pluralità. Passo imprescindibile per iniziare a disegnare, ogni parrocchia in maniera diversa, il proprio stile particolare e specifico di vissuto cristiano dentro il vivere comunemente umano. Giungendo a quella maturità della fede che sa indicare un altrove, luoghi parrocchiali altri, quando entra in contatto con esigenze del vivere contemporaneo che, appunto, troverebbero lì l’ambiente più congeniale e corrispondente.

Se tutti facciamo il medesimo è inevitabile che ci allontaneremo tutti dalla diversificazione quotidiana del vivere umano, che è una caratteristica del nostro tempo. Se, invece, abbiamo la libertà di intrecciare la diversità di stili e di competenze specifiche di ogni comunità parrocchiale avremmo trovato una chiave feconda per intercettare quell’osmosi con i contesti di vita attuali che da sempre segna l’essere della parrocchia stessa.

Tenendo ferma quell’antica sapienza della parrocchia che va sotto il nome, solo apparentemente obsoleto, della cura d’anime. Nell’indistinzione e omologazione generale dei vissuti umani del nostro tempo, nella virtualizzazione digitale della bellezza faticosa dei rapporti, cura d’anime vuol dire dare nome e volto a ogni storia umana – prendersene cura non come momento anonimo di un generico, ma come l’irripetibile e non classificabile desiderato e amato da Dio.

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