Chiesa di Vicenza, quanti pani hai?

di: Bruno Scapin

«Una nuova presenza della Chiesa nel territorio, con un nuovo volto e un nuovo stile». Questa formula sintetizza il programma pastorale della Chiesa vicentina per il prossimo anno, nel quale la diocesi berica verrà strutturata in unità pastorali. «Dare risposte nuove a situazioni nuove» scrive il vescovo, Beniamino Pizziol, nella lettera pastorale dal titolo “Quanti pani avete?” (Mc 6,38).

Le situazioni nuove si chiamano diminuzione del clero, dei consacrati e delle consacrate, calo del numero dei battezzati, aumento degli stranieri…

«Oggi – scrive il vescovo – non è più possibile assicurare la presenza di un parroco in ogni singola parrocchia… e le parrocchie non possono più pensare di agire da sole». Diventa necessario fare alcune scelte sostanziali. La lettera pastorale le riassume in tre parole: missionarietà, ministerialità articolata e pastorale integrata. In questa prospettiva «il luogo ecclesiale della comunione, della corresponsabilità e della sinodalità tra più comunità parrocchiali di un determinato territorio» è l’unità pastorale.

Bisogna ammettere – scrive mons. Pizziol – «che non si hanno più le forze di un tempo e che i numeri a disposizione nel passato non ci sono più». Da qui la domanda: “Chiesa di Vicenza, quanti pani hai?”, a indicare la necessità di partire, con sano realismo, dalle forze esistenti. Però, parafrasando il racconto evangelico, il vescovo si dice convinto che «le esigue forze in campo, consegnate interamente all’iniziativa del Maestro… possono diventare la forza propulsiva per inedite energie e spinte missionarie».

Il dibattito «vivace e interessante» di questi mesi sull’opportunità e sulla modalità dell’istituzione delle unità pastorali ha messo in luce alcune criticità, diligentemente annotate dal vescovo:

  • vanno definiti meglio i compiti e il funzionamento delle unità pastorali in ordine alla missionarità e alla profezia; va approfondito il loro rapporto con il territorio; la progettazione delle unità pastorali «deve nascere dal discernimento comunitario, come segno di comunione di molti soggetti»;
  • è necessario chiarire le modalità dell’esercizio del ministero ordinato di più presbiteri a servizio di più parrocchie. Prima di costituire piccole fraternità sacerdotali, occorre definire in che cosa consiste la vita comune tra preti diocesani;
  • va promossa una ministerialità diffusa, mediante una rinnovata formazione dei laici, svolta sul territorio e attenta alla vita concreta delle comunità cristiane;
  • anche il diaconato permanente deve trovare il suo posto in questo progetto;
  • è necessario trovare forme di aiuto e di corresponsabilità per la tutela e la gestione delle strutture.

In vista dell’istituzione delle unità pastorali bisogna evitare due errori commessi in passato. Nonostante fossero chiare le indicazioni fornite in alcuni documenti precedenti, non si sono tenuti nella giusta considerazione

  1. il coinvolgimento pieno della comunità nel processo formativo delle unità pastorali e il passaggio dei laici da collaboratori a corresponsabili;
  2. la supervisione e la verifica delle unita pastorali esistenti da attuare mediante il servizio diocesano di accompagnamento.

La lettera si chiude con alcune indicazioni pastorali.

Il vescovo raccomanda che il discorso sulle unità pastorali non si riduca ad attivismo e ad organizzazione, quasi si trattasse di gestire un’azienda. Chiede perciò che si tenga viva la dimensione spirituale «fatta di preghiera e contemplazione, ascolto e riposo».

Mentre mons. Pizziol annuncia che, nel prossimo anno, incontrerà i vicariati, chiede che i Consigli diocesani presbiterale e pastorale progettino insieme il cammino delle unità pastorali «con uno stile il più possibile sinodale». Esorta poi a leggere nelle parrocchie questa lettera pastorale e, nelle parrocchie non ancora costituite in unità pastorale, a proporre iniziative con le quali cominciare a conoscersi e a collaborare.

Un paragrafo è dedicato alle unità pastorali esistenti affinché verifichino il proprio cammino interrogandosi sulle esperienze positive che sono maturate, sugli elementi problematici e discutibili emersi negli anni e sulle proposte per un migliore funzionamento.

Come tante diocesi italiane, anche la Chiesa vicentina si presenta come un cantiere aperto.

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