Chiese vuote

di: Luca Tentori

Spopolamento delle zone rurali, contrazione del numero dei credenti, abbandono di tradizioni secolari. Sono solo alcuni degli elementi che in questi ultimi decenni hanno portato all’abbandono di molti edifici di culto rimasti senza comunità o senza le forze per prendersene cura. Di questa realtà si è parlato a Bologna, nei giorni scorsi, nell’ambito di un convegno internazionale che ha messo al centro «L’identità e la valorizzazione di contesti locali».

Il futuro degli edifici di culto passa attraverso la “geografia dell’abitare”, che cambia sotto i colpi della storia. Il punto di partenza nel viaggio tra le chiese che fanno fatica a rimanere aperte inizia dai numeri. L’Italia conta più di 25.000 parrocchie e 70.000 chiese, secondo il censimento della CEI quasi completato. Mentre da una parte il loro numero è in leggero aumento, per seguire le esigenze delle nuove aree di sviluppo urbano, i sacerdoti, che dovrebbero custodirle, sono in netto calo. La media delle ordinazioni è passata da 826 del 1960 a 443 nell’ultimo decennio. Come procedere allora con questa contrazione di forze? Un tema in Italia ancora poco sentito ma che nei prossimi anni busserà con forza alle porte delle diocesi per trovare una soluzione soprattutto per i borghi di cui è costellata la penisola. A rispondere don Valerio Pennasso, direttore dell’Ufficio beni culturali ecclesiastici della Conferenza episcopale italiana:

«Ci sono delle sperimentazioni: vediamo a Matera per il recupero delle chiese rupestri, vediamo in Piemonte il progetto “Città e cattedrali”, vediamo la realtà della Calabria che mettono in rete gli edifici di culto. Tante volte l’approccio è quello legato principalmente ad una fruibilità immediata per cui si concede in comodato, piuttosto che in uso. La norma è che gli edifici di culto devono rimanere tali e non si possono trasformare in altra maniera o utilizzarli diversamente dallo scopo per cui erano stati costruiti».

Sfide che per la Chiesa si aprono sia nei piccoli villaggi, con gli oratori abbondonati, sia nelle grandi città dove interi quartieri si trovano senza una chiesa di riferimento. A suggerire uno sguardo alla luce dei cambiamenti architettonici nella storia ci ha pensato Andrea Longhi del Politecnico di Torino:

«Il processo di secolarizzazione delle chiese non è un fenomeno recente legato solo alla secolarizzazione. Nella storia dell’architettura casi di trasformazione sono numerosissimi e ci danno degli spunti anche sulle nostre politiche attuali di patrimonializzazione, di riuso, di trasformazione. Le chiese non sono come i templi antichi o i templi pagani un qualcosa di separato dal mondo. Le chiese sono luoghi in cui la comunità celebra, in cui la comunità si raccoglie e che sono nelle disponibilità delle comunità. Bisogna responsabilizzare le comunità stesse a saperli conoscere, a saperli amare e a saperli custodire».

Interessanti sono le esperienze internazionali presentate al convegno del capoluogo emiliano nei giorni scorsi, come quella del «Churches Conservation Trust» di Londra che gestisce più di trecento chiese o ex chiese anglicane, spesso di grandi dimensioni. Il più delle volte la soluzione è riservare una parte dell’edificio alla preghiera e alla liturgia e un’altra a esperienze culturali e non solo. Scendendo nel concreto della realtà italiana invece interessanti sono i dati presentati per la diocesi di Bologna da Luigi Bartolomei, del dipartimento di Architettura dell’Università. La sua diocesi conta 691 chiese. Di queste il 18% è entro i confini del Comune capoluogo, con il 40% dei sacerdoti diocesani. Sugli Appennini invece il dato più eclatante: il 48% delle chiese e solamente il 17% dei sacerdoti. Tradotto in dati reali 51 presbiteri gestiscono ben 335 edifici di culto:

«Si tratta evidentemente di uno sciame di punti, particolare del territorio, diciamo di condensatori paesaggistici. Elementi cari alla memoria e capaci di condensare la cultura dei luoghi, che in qualche modo non trovano una collocazione soltanto dentro le mura della città di Bologna, ma anche nei contesti pianeggianti da un lato e montani dall’altro. Se si considera la parte montana della diocesi noi troviamo un edificio di culto a una media circa di 5 km di distanza stradale, una densità estremamente alta se si pensa quanto questi luoghi oggi siano in calo demografico. Da problema gestionale oggi nelle camere delle diocesi può diventare una straordinaria opportunità per il rilancio territoriale».

Pubblicato su Radio Vaticana il 18/10/2016.

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